Se lo stereotipo diventa una condanna

gomorra
Vi sono molti buoni motivi per apprezzare Gomorra: la scrittura, gli attori, l’impegno produttivo. Girata benissimo, venduta in decine e decine di paesi, ambiziosa, realistica e spettacolare, la serie Gomorra, di cui è in preparazione la seconda stagione, regge finalmente il confronto con le produzioni internazionali. Ma tra i suoi meriti va sicuramente incluso anche quello di non aver ceduto una sola volta alle querimonie del meridionalismo, ai detrattori del sudismo, ai campioni del moralismo. Non è pensabile che ogni volta il discorso su Napoli riprenda dalla oleografia o viceversa dalla denuncia, dalla difesa della città o dall’atto d’accusa, dal timore di finire nei luoghi comuni o dal piacere di crogiolarsi in essi. C’è in Gomorra un racconto, c’è una storia potente su uno sfondo potente, quasi metafisico, e in quello sfondo il profilo di una città livida, tenebrosa, funebre. C’è il male e non c’è il bene: nessun lieto fine, nessuna speranza di redenzione, nessuna facile consolazione. E funziona.
Perché allora non possono essere semplicemente lasciate cadere le parole che usa oggi il Cardinale Crescenzio Sepe, sull’«esagerazione» della realtà nel racconto cinematografico, sull’«offesa» recata alla città dall’identificazione di un’intera comunità con «la violenza e la prepotenza» rappresentate senza il soccorso di un giudizio morale, senza una presa di distanza critica, senza un «fine informativo e formativo», senza mettere in contrapposizione al male il bene «che pure esiste ed è tanto»?
Diciamolo con un esempio illustre, preso da un altro ambito ma anche da una delle più potenti riflessioni sull’arte consegnateci dal pensiero del ‘900. In un breve ed aureo saggio, il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty invitava i suoi lettori ad osservare un celebre quadro di Henri Matisse, «La danza». Si vedono cinque flessuose figure umane danzare tenendosi per mano sullo sfondo di due larghe campiture di colore, o forse sul confine del mondo: verde è il colore nella parte inferiore del quadro, blu intenso su tutto il resto della tela. Ebbene, Merleau-Ponty osservava che la grandezza del quadro, il suo miracolo sta forse in ciò, che noi non vi vediamo semplicemente rappresentata la danza, né è questione di realismo della rappresentazione. Per niente affatto: le posture delle figure sono anatomicamente improbabili. Eppure, dopo aver visto la danza di Matisse noi impariamo a vedere i ballerini «secondo» il canone stabilito dal quadro, la realtà (e il significato) della danza in base al quadro, non viceversa. Non conta cioè quello che vediamo nell’opera, ma quello che vediamo quasi per la prima volta grazie all’opera di Matisse.
Si sarà compreso il senso dell’esempio: se l’opera è riuscita, non è in ragione della rappresentazione più o meno fedele della realtà, ma perché d’ora innanzi sarà la realtà ad essere vista e illuminata a partire dalla sua rappresentazione. L’opera riuscita produce sempre un rovesciamento simile. Ed anche Gomorra, proprio in quanto è un’opera riuscita, produce una rivelazione del genere. Le vele di Scampia, le piazze, le terrazze non sono restituite con scrupolo sociologico: la serie ambisce però a svelarne la verità, e a farci vedere d’ora innanzi Scampia e Secondigliano con gli occhi impregnati della più vigorosa rappresentazione che sia stata finora data di esse al cinema o in televisione. Proprio per questo, la serie di Gomorra è anche di gran lunga più potente del romanzo di Roberto Saviano.
Se ora prendessimo le parole del cardinale come semplice frutto di un giudizio fuori luogo, ignaro della libertà dell’espressione o dell’autonomia dell’arte, a cui è sbagliato chiedere di tirare la morale della favola o sovrapporre preoccupazioni di ordine etico-politico, faremmo mostra di non comprendere non le intenzioni di Sepe, in ogni caso perfettamente legittime, ma le ambizioni dell’opera. Che non possono essere solo differenziate esteticamente, cioè relegate prudentemente nel recinto estetico per proteggerle da ogni presunta intrusione moralistica. Il punto non è nemmeno se sia tutto vero quello che si vede nella serie, e se non vi siano tanti semi di bontà nella città che Gomorra non coltiva e non lascia germogliare, condannando Napoli ad andare in giro nel mondo con un unico, irrimediabile vestito. Il punto è quale verità Napoli è ancora capace di generare, o se si vuole: quanti sguardi nuovi e altrettanto potenti possono prometterci ancora di rivelarne lo spirito, di aprircene i luoghi, di rigenerarne la storia e lo spirito, fuori da vecchi e nuovi stereotipi come da vecchie e nuove condanne. Aspettiamo naturalmente di vedere la serie, ma il rischio che Gomorra diventi solo una cifra stilistica, un marchio da sfruttare commercialmente e una linea di prodotti «made in Naples» c’è. E la soluzione, se così fosse, non sarebbe certo la recriminazione, ma la necessità di reinventare ancora Napoli da un’altra parte.

(Il Mattino di Napoli, 1 aprile 2015)

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