La breccia di Lecce sul muro della leadership

mura crepate

È mai accaduto, nel centrodestra, che la leadership di Silvio Berlusconi fosse contestata al punto che la sua direzione politica ne venisse apertamente sconfessata? È mai accaduto che qualcuno, posto dinanzi alla scelta fra il Cavaliere e il capo dell’opposizione interna, preferisse quest’ultimo? No, non era mai accaduto fino ad ora. Ma ora è accaduto, ora che Francesco Schittulli, candidato di Forza Italia alla guida della regione Puglia, ha mollato il partito al suo destino per ottenere il sostegno di Raffaele Fitto, contro le tassative indicazioni di segno opposto provenienti da Arcore. Il veto su Fitto è caduto, e sono adesso i berlusconiani a dover casomai andare al seguito e rimanere aggrappati.
Conta ovviamente il peso elettorale di Fitto nella regione: senza il suo appoggio Schittulli non ha chance di vittoria. Ma è arduo trovare un segnale più fragoroso della profonda crisi che attraversa oggi il centrodestra. All’inizio, cioè nel 1994, era il Verbo, e il Verbo era stato assai ben accolto: di opposizione interne non aveva neppure senso parlare. Nel corso di un ventennio Berlusconi ha perso e ritrovato alleati, e ha attratto a sé forze e personalità anche distanti, culturalmente e ideologicamente, dall’area moderata e di destra che è riuscito per lungo tempo a coagulare attorno a sé, riunendo in un’unica alleanza perfino la Lega secessionista e la Destra nazionale, spingendo al voto azzurro uomini molto diversi: ex filosofi marxisti e illustri professori liberali, democristiani di lungo corso e socialisti di provata fede, perfino repubblicani e repubblichini. E nessuna di queste componenti ha mai potuto disegnare un’area di minoranza, un’opposizione interna, un dissenso organizzato. Malumori e disaccordi rientravano, e se proprio non potevano essere ricomposti, non producevano molto di più di qualche solitaria rinuncia, o di qualche lenta ma inesorabile emarginazione politica.
In un partito univocamente caratterizzato dal carisma del Cavaliere, una normale dialettica interna non ha mai potuto stabilirsi. Ci hanno provato, esplicitamente o implicitamente, in molti – da Fini a Tremonti, da Casini a Follini -: non ha mai funzionato. E non poteva funzionare, perché il partito di Berlusconi esisteva nell’elettorato solo grazie a Berlusconi. Naturalmente, in tanti anni, non pochi dei quali trascorsi a Palazzo Chigi (e alla guida di amministrazioni periferiche), si sono formati e sono esistiti anche un partito nel governo e un partito nell’organizzazione, con gruppi dirigenti fedeli al Cavaliere ma legati anche a cordate locale e ai plenipotenziari della macchina di partito: Scajola prima, Denis Verdini poi. Ma quel che conta sono i voti e il progetto politico, e l’uno e l’altro sono sempre rimasti intestati al Cavaliere, il che scongiurava ogni pericolo di disarticolazione.
Ormai, però, non è più così: più che le disavventure giudiziarie, hanno potuto la caduta del governo nel 2011, le deludenti elezioni del 2013, l’ascesa di Renzi nel 2014. Succede così che non vi sia più nulla – né la linea politica né il consenso – per spegnere i conflitti che scoppiano dentro il partito. E mentre prima poteva bastare a Berlusconi isolare o cacciare il dissidente di turno, ora succede che all’angolo ci finisce lui. Schittulli forse lo sa, forse no, ma si è assunto la parte che nella favola è del bambino il quale dice a voce alta ciò che tutti fingono di non vedere: che il Re è nudo.
Berlusconi è nudo: i sondaggi danno Forza Italia al suo punto più basso; figure storiche come Sandro Bondi lasciano il partito e contestano apertamente gli uomini e le donne più vicine al Cavaliere; né, infine, Alfano né Salvini ragionano più come Fini o Bossi, come se cioè Berlusconi potesse ancora essere il loro trait d’union. E, oltre a tutto ciò, Fitto gli dimostra che può avere più forza attrattiva di lui, o anche solo più facilità di movimento di lui. Accusano Fitto di «sete di potere», ma il punto è proprio questo: prima, chi aveva sete di potere stava con Berlusconi, non contro di lui.
In Campania, l’altra grande regione del Mezzogiorno che va al voto, le cose sono un po’ diverse. Non però perché Forza Italia abbia molte più carte da spendere, ma perché ne ha ancora qualcuna Caldoro. Se infatti Area popolare sembra propensa a rimanere nell’area di centrodestra, è in virtù della forza del governatore uscente. Che in verità può esercitarsi su due terreni: uno è quello del sottogoverno locale, delle residue promesse di fine mandato; l’altro è riconducibile all’«incumbency factor», alla tendenza dell’elettorato a premiare la continuità amministrativa, quando può dare un giudizio positivo sull’esperienza conclusa, ma soprattutto quando giudica che essa ha bisogno, per compiersi, di continuare per un altro mandato. Ora è chiaro che non potranno essere le ultime, frettolose nomine a decidere in questo senso. I tre profili di partito prima descritti – il partito nell’organizzazione, il partito nel governo, il partito nell’elettorato – possono comporsi in modo diverso. E se, invece di guardare all’elettorato con un progetto di governo, Caldoro si adagerà sul primo profilo, lasciando che prevalgano gli accordi fra notabili e conventicole, forse qualcosa rimarrà insieme, e una più rumorosa conflagrazione del centrodestra sarà evitata, ma in un senso non dinamico, non espansivo, bensì puramente difensivo. E, prima o poi, succederà così che altre nudità verranno allo scoperto.
Il Mattino, 5 aprile 2015

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