Il PD e i furbi sul carro del vincitore

ImmagineCome i partiti erano una volta, e come sono adesso. Come i partiti sono al centro, e come sono in periferia. Come si profila il renzismo sul piano nazionale, e quale fisionomia prende nei territori: tutti questi diversi aspetti sono nella breve riflessione che Antonio Bassolino ha affidato ieri a Facebook. Ma l’ultimo è quello che sembra preoccuparlo di più, al punto da scrivere: «più che la debole e divisa minoranza interna, spesso è il renzismo territoriale il principale avversario di Renzi e del suo sforzo di cambiare il paese».

Già: ma cos’è il «renzismo territoriale»? A giudicare dalle ultime vicende che riempiono le cronache dei giornali, e che giustificano la preoccupazione di Bassolino per lo scadimento morale e intellettuale della lotta politica (nel Pd, ma invero anche fuori dal Pd), si chiama renzismo, ma – da queste parti almeno –  si potrebbe chiamare anche, più tradizionalmente, salto sul carro del vincitore. A volte salto mortale, più spesso salto doppio o triplo, ma sempre quello è. Il vincitore, in questa fase, è Renzi: è lui che tiene il pallino, che fa il gioco e decide. Chi dunque cerca un posto al sole, chi aspira a una candidatura, che tiene a una collocazione nel governo e nel sottogoverno locale, non si limita a fare altro che darsi una buona verniciatura di renzismo, e confidare che nessuno provi a scrostarla per vedere cosa c’è sotto. Più è sottile lo strato di vernice applicata, più sarà facile passare un’altra mano, se il vento dovesse cambiare. Come si spiega altrimenti che vi siano renziani della prima ora e renziani dell’ultima, convintamente renziani  e diversamente renziani, renziani a tempo pieno e renziani giusto il tempo delle elezioni? Tutti renziani, finché dura. A voler esser pessimisti, va così dai tempi del barone Don Fabrizio Corbera di Salina: del Gattopardo, insomma. Può cambiare tutto nel mondo: le camicie diventare rosse, i sabaudi prendere il posto dei borboni, un re fuggire e un altro arrivare ma, lontano da Roma, o lontano da Renzi, trovi sempre chi è svelto abbastanza da cambiare soltanto la foto da incorniciare alla parete, e per tutto il resto comportarsi uguale.

In un tempo in cui i partiti hanno perduto una propria fisionomia, e rinunciato a svolgere una funzione civile, direi quasi pedagogica, capita ed è purtroppo normale che in prossimità del voto un nugolo di aspiranti candidati, amministratori, consiglieri uscenti, sindaci pronti al grande balzo, e altra ancor più varia umanità sgomiti per avere il posto in lista, indipendentemente da contenuti programmatici, orizzonti ideologici, e perfino, a volte, simbolo e identità della lista, civica o no che sia: purché si trovi sistemazione.

La storia dei sindaci che fanno i furbetti, per non dimettersi dalla carica, rientra in questo quadro, E non è solo figlia di un eccesso di scaltrezza: è il segno che nessuno di questi primi cittadini ha più voglia di primeggiare davvero, cioè di assegnare un valore esemplare al proprio comportamento politico: a meno che non vogliano suggerire ai loro concittadini di provarsi a fare pure loro i furbi, cercando di aggirare ordinanze e regolamenti comunali.

Ma che c’entra Matteo Renzi in tutto questo? Non molto ma un po’ sì, volente o nolente, e non solo per il richiamo di Bassolino alle doverose assunzioni di responsabilità da parte di tutti (e da parte di tutti significa invero dall’ultimo militante, al segretario di circolo al segretario di federazione su su fino al segretario nazionale del partito), ma perché un simile esito non è obbligato. E però c’è il rischio che di fronte a forme di malcostume così generalizzate ci si ritragga dai propositi di rinnovamento, e ci si adegui a quello che il Paese offre, almeno in periferia. L’atteggiamento perfettamente simmetrico al gattopardismo imperante consiste infatti nell’affidarsi alle camarille volta a volte vincenti a livello locale, senza provare a modificare equilibri e rapporti di forze, e accontentandosi dell’ossequio formale alle retoriche nazionali.

Ma una simile misura di realismo, che in generale nuoce a qualsiasi programma di riforme, si rileva particolarmente deleterio nel Mezzogiorno, che ha un serissimo problema di classe dirigente. C’è qui un rischio supplementare: che prevalga cioè la convinzione che non porti voti, o non ne procuri di nuovi, impegnarsi nella costruzione di una nuova politica (e una nuova classe politica) per il Mezzogiorno. La convinzione, in altre parole, che il Sud sia venuto a noia, all’opinione pubblica o alla sua fetta più influente sul piano nazionale, così che valga la pena solo prendersi tutto quel che può dare, lasciandolo dove lo si è trovato: cioè in ritardo rispetto al resto del Paese. Se così fosse, un’occasione storica andrebbe purtroppo persa, e il barone di Salina finirebbe con l’avere un’altra volta ragione.

(Il Mattino, 18 aprile 2014)

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