Che tempo che fa? Lo stesso

Schermata-2015-04-19-alle-21.33.56-620x381Fossero stati napoletani non ci sarebbe stata notizia: i napoletani non hanno forse distrutto mille e mille volte la fontana di piazza Navona? Se quindi l’avessero fatto per l’ennesima volta, in occasione della partita Roma-Feyenoord, nessuno si sarebbe preso la briga di commentare. Non certamente Luciana Littizzetto, la quale invece si è sentita in dovere di sottolineare il pungente paradosso, il flagrante ossimoro, l’innegabile contraddizione. Il mondo alla rovescia! I «civilissimi olandesi» che danneggiano la barcaccia di Piazza Navona, «mica i napoletani»! Eh già, perché la Littizzetto ha detto proprio così: «mica i napoletani», come se davvero i napoletani passassero i loro weekend calcistici a Roma, a mettere a ferro e fuoco la città. O come se si dovessero prendere a unità di misura dell’inciviltà e del teppismo da stadio. E, si badi, non è una barzelletta – nello stile: un tedesco un francese e un napoletano – ma è la conduttrice, attrice, scrittrice, nonché umorista Luciana Littizzetto dalla trasmissione col più alto tono intellettuale della Rai, «Che tempo che fa» di Fabio Fazio.

La trasmissione va in onda da una decina d’anni, ed è comprensibile che subentri quindi una certa stanchezza. A qualcuno, in effetti, dieci anni possono sembrare troppi: dieci anni di seguito in tv, nella stessa trasmissione, è roba di cui non hanno goduto né Walter Chiari né Raimondo Vianello, non Renzo Arbore e non Corrado Mantoni, per citare qualcuno che pure ha fatto la storia della televisione italiana. Ma in una bella intervista di qualche tempo fa Fabio Fazio spiegò che in realtà il suo modello televisivo era quel David Letterman che col suo show negli Stati Uniti di anni ne ha trascorsi trenta e più, e dunque perché non provarci anche in Italia? Questa cosa di Letterman Fazio l’ha spiegata così: da lui vanno a parlare tutti, persino Obama, e Obama va lì non per commentare i fatti del giorno o per vedersi aggredire dalle domande di un cronista d’assalto, ma per «parlare e basta». Letterman è capace di tenersi Obama in studio a parlare cinque minuti dello shampoo per i capelli e di nient’altro: un «lusso clamoroso», mentre da noi passerebbe subito per reticenza e complicità coi potenti. E così Fazio risponde alle critiche di chi trova troppo sussiegoso il suo modo di fare tv, troppo da salotto fra amici, troppo liscio e levigato, sempre intelligente il giusto, ironico il giusto, indignato il giusto. Gli piace la televisione bene educata, gli piace mettere a suo agio l’interlocutore, gli piace ammiccare, far cenni d’intesa, e, quando ci vuole, mostrare una punta di compunzione. I latini dicevano: castigat ridendo mores. Ma a lui di infliggere castighi non va, e anche il ridere è forse di troppo. Meglio, piuttosto, piccoli sorrisetti e simpatiche ramanzine.

Poi però si fa una certa, come dicono i romani, e arriva la Littizzetto. Tutto il gioco sottile di sfumature, tutta la levità e il «lusso» à la Letterman devono allora cedere il passo alla libertà assoluta di sghignazzare del comico. E con chi se la prende, allora, l’acuta satira della Littizzetto? Con i napoletani, con chi sennò? Anche il salotto più elegante, dove si pratica la più civile arte della conversazione, cede così allo stereotipo, al pregiudizio, al razzismo strisciante di chi un napoletano di Napoli forse nemmeno se lo vorrebbe vedere seduto accanto. Uno che fosse abbastanza verace, abbastanza franco, abbastanza impaziente da non sopportare le finte schermaglie in punta di fioretto di Fabio Fazio. A volte qualcuno del genere passa di lì – come per esempio Sabrina Ferilli, qualche settimana fa – qualcuno che invece di sorridere sbuffa, e invece di stare al gioco mostra vistosi segni di insofferenza, ma è solo una puntata andata storta: poi tutto torna nelle regole. La televisione, del resto, rumina ogni cosa. Lo stesso presumiamo che accadrà con l’infelice battuta della Littizzetto. Ci tornerà su: Fazio sfumerà, smusserà, vezzeggerà, e rimetterà ordine sulla sua scrivania. Magari si potrà osservare che ci sono tanti napoletani che non sembrano di Napoli, e che una volta se ne è addirittura incontrato uno, dal vivo. Magari qualcuno confesserà di essere stato perfino in vacanza a Napoli, e di avere, cose da pazzi, uno zio materno originario dell’hinterland.

Ma questo è tutto: a mettere a soqquadro un po’ di cose, a gettare via qualche maschera di conformismo (non solo politico, ma anche giornalistico, musicale, editoriale), a far vedere davvero il mondo alla rovescia non aspettatevi mai che sia Fabio Fazio. Un bel quadro, un bel libro, un bel film: e che siano quelli da classifica, s’intende. Ma che un tempo la bellezza fosse solo l’inizio del tremendo, beh: sussurratelo piano a Fazio, potrebbe rimanerci troppo male.

(Il Mattino, 21 aprile 2015)


Scuse

Caro Direttore,

nell’articolo di ieri, in cui stigmatizzavo l’infelice battuta uscita a «Che tempo che fa» dalla bocca di Luciana Littizzetto, la quale in trasmissione si stupiva che a devastar monumenti in giro per Roma fossero stati «civilissimi olandesi, mica i napoletani», ho collocato per un lapsus la celebre fontana, fatta oggetto dell’aggressione teppista e violenta dei tifosi del Feyenoord, nella piazza sbagliata: non cioè a piazza di Spagna, dove si trovava fino a poco tempo fa indisturbata, ma a piazza Navona, dove io mi sono preso il disturbo di sistemarla. Chiedo scusa per la svista. Spero solo che, essendo napoletano (o quasi) questo renda comunque meno probabile che io devasti la fontana in futuro, dal momento che si può dimostrare come io non sappia nemmeno dove essa si trovi. In ogni caso sono pure filosofo (o quasi): luogo comune per luogo comune, si sa almeno quanto i filosofi siano irrimediabilmente sbadati e distratti. E, per una volta, caro Direttore, le chiedo di usare un inveterato preconcetto a fin di bene, e di scusarmi.

Una risposta a “Che tempo che fa? Lo stesso

  1. Caro Adinolfi come non darle ragione.
    L’episodio è da studiare attentamente, è un riassunto della piccola e meschina borghesia italiana.
    Iniziamo proprio dalla trasmissione televisiva in sé che lei definisce “trasmissione col più alto tono intellettuale della Rai”.
    In un certo senso ha ragione anche su questo, gli italiani riconoscono a Fazio e alla trasmissione un’intellettualità che però di fatto non esiste. Diciamolo francamente è una trasmissione piccolo borghese, perbenina. È una trasmissione da “bezzoca” che va in chiesa perché è bene andare in chiesa. Molto fine ottocentesca.
    Certamente non è irriverente o geniale, questo non lo è mai.
    Una certa quota di italiani si comporta esattamente come la trasmissione (o come la bezzoca ottocentesca): guarda il programma così da poter avere la coscienza in ordine. Si dicono “ho visto una trasmissione colta e perbene quindi anch’io sono colto e perbene”.
    È una masturbazione di massa, è una catarsi nella mediocrità.
    Non c’è dunque da stupirsi che anche la parentesi comica di questa trasmissione sia così meschina e provinciale. Così fintamente irriverente. Se ci pensiamo un attimo, la Littizzetto fa ridere solo con qualche “culo, cazzo e vagina”, perché la piccola e meschina borghesia, alla quale si rivolge, non usa siffatti termini (vorrebbe utilizzarli ma no lo fa perché non è “perbene”). Allora una nuova catarsi mediocre: un pubblico che usa un saltimbanco di basso lignaggio per sentirsi sporco. “Cazzo” fa ridere, fa arrossire. E alle famiglie perbene piace ridere e arrossire, ma sempre con il giusto tatto, i giusti modi.
    Ed ecco che il problema non è tanto aver preso Napoli come stereotipo negativo assoluto ma in realtà l’impossibilità da parte di questa melassa meschina di poter capire una città come Napoli.
    Una città che presenta un tasso di stratificazione sociale ancora molto alto, dove è difficile che ci sia un appiattimento sul perbenino.
    “Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia”.
    E allora cerchiamo di compatirli, perché non possiamo fare altro. Siamo antropologicamente diversi, siamo antichi e non possiamo condividere nulla con questi personaggi post-moderni.

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