L’incapacità di dialogare, un fantasma che ritorna

renzi fantasmaC’era da aspettarselo: con l’avvicinarsi dell’ora x – l’ora in cui il Parlamento sarà chiamato a votare la nuova legge elettorale – le tensioni crescono, lo scontro si inasprisce, le accuse si fanno più dure. E i comportamenti anche: Renzi sostituisce in commissione i membri della minoranza interna indisponibili a votare l’«Italicum» così com’è, e le altre opposizioni (Sel, la Lega, Forza Italia) lasciano i lavori. Per dirla con Renato Brunetta: che Renzi se la voti da solo, la legge. Che Forza Italia questa legge l’abbia già votata al Senato non deve significare molto, evidentemente, di fronte al dato politico che si vuole evidenziare, che cioè la riforma elettorale rischia di andare in porto con i voti del solo Pd (e non di tutto il Pd), più l’esiguo complemento del Nuovo Centrodestra, e forse di (quel che resta di) Scelta Civica. E basta. È un fatto di indubbio rilievo politico, anche se tra la rilevanza politica della discontinuità che un simile passo  comporta, e l’allarme democratico che viene lanciato ad ogni ora del giorno e della notte dalle minoranze soccombenti ce ne corre.

Per cercare di dare una valutazione più distaccata del passaggio in corso è forse utile ricordare allora un paio di cose. La prima è una lezione che viene dalla storia della democrazia moderna: in genere, le riforme elettorali si accompagnano a mutamenti profondi di fase politica. È stato così sin dall’epoca della legge sui «borghi putridi» – Inghilterra, anno del Signore 1832 –, una riforma che ridisegnò le circoscrizioni elettorali modificando non solo i rapporti di forza tra città e campagna ma la natura stessa dei partiti inglesi, rivoluzionando l’offerta politica dell’epoca; ed è stato così anche in Italia, con il referendum sulla preferenza unica dei primi anni Novanta, per venire a tempi un po’ più vicini ai nostri: una Repubblica si suole dire che con quel voto è finita, e un’altra è nata. Non fa dunque meraviglia che anche l’approvazione dell’Italicum sia accompagnata da un’aspra lotta politica: è il segno che si fa sul serio, che cioè la legge cambierà effettivamente un po’ di cose. Non però nel senso che trasformerà la democrazia italiana in un’autocrazia, come sembra che taluni temano, ma più semplicemente nel senso che confermerà la direzione maggioritaria impressa negli ultimi anni al sistema politico italiano, legandola non più alle coalizioni ma ai partiti (cui spetta il premio, senza peraltro che nell’eventuale turno di ballottaggio siano consentiti apparentamenti). Quelli, nel Pd, che sono preoccupati degli squilibri della legge non dovrebbero mai dimenticare quanto sia stato squilibrato il Porcellum, e quale distanza abbia messo tra i voti raccolti e i seggi ottenuti: basta guardare cosa ne è nella Camera dei Deputati del venticinque per cento raccolto dal Pd due anni fa (e del ventinove circa della coalizione «Italia Bene Comune» dal Pd guidata, di cui peraltro quasi nessun cittadino normale conserva memoria).

La seconda lezione da ricordare è quella che l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, inflisse ai partiti politici tutti, al momento della sua rielezione, nel tentativo di rimettere in moto un sistema parecchio inceppato: imperdonabile – disse – la mancata riforma della legge elettorale. Sembrano passati un paio di secoli, eppure parliamo non del  1832 ma del 2013, della «non vittoria» di Pierluigi Bersani e dello stallo nell’elezione del nuovo Presidente. In quel contesto, sotto la pressione delle circostanze, pareva del tutto necessario ascoltare i moniti di Napolitano e concordare una strategia di riforme che modificasse l’assetto istituzionale ed elettorale del Paese. Nel giro di un paio d’anni è evaporata del tutto quella vasta convergenza di consensi, ma è difficile ritenere che si sia persa semplicemente in ragione di un progetto di legge fatto male, visto che Forza Italia l’ha di fatto già sottoscritto al Senato, mentre la minoranza del Pd ha ottenuto diversi significativi cambiamenti (per esempio in tema di soglie di sbarramento, o sullo stesso premio alla lista e non alla coalizione, o sul mix fra nomina dei capilista e preferenze).

In realtà, la vera ragione è stata l’emergenza , sulla scena politica, di una forza che prima non c’era e adesso c’è, ed è il Pd di Renzi. È di fronte a questa forza, alla sproporzione fra questa forza e le mille debolezze altrui, che è venuta meno ogni «intesa cordiale». Non è un caso che l’unico che si permette di non lanciare preoccupati allarmi democratici è Salvini, il quale è arrivato a dire che della legge elettorale «non gliene fotte niente», per la buona ragione che ha (o pensa di avere) ben altre atout da giocare, a differenza degli altri attori in campo. Purtroppo però, mentre esce dalla scena quello spirito bipartisan che per un momento era sembrato aleggiare, ricompare lo spettro più persistente della contesa politica italiana: il fantasma del reciproco disconoscimento, e cioè l’indisponibilità a riconoscere le ragioni altrui, senza cercare di gettare discredito sull’avversario, considerato ora un dittatorello, ora un usurpatore ora invece un antidemocratico avventuriero. Ecco: per quante riforme si possano fare o anche solo proporre, e quale che sia il loro significato di merito, sembra proprio che da questo male la politica italiana non riuscirà ancora a guarire, nemmeno questa volta.

(Il Mattino, 22 aprile 2015)

Una risposta a “L’incapacità di dialogare, un fantasma che ritorna

  1. Capisco essere renziani sfegatati, ma arrivare a rovesciare sulla minoranza dileggiata in ogni modo (“gufi, rosiconi, palude” ecc) e in ultimo estromessa dalla Prima Commissione della Camera (e persino dalla Festa dell’Unità) l’accusa di “indisponibilità a riconoscere le ragioni altrui” e il “gettare discredito sull’avversario” mi pare un po’ grossa.
    La verità è che, nel passaggio dalla Camera al Senato, l’Italicum è stato modificato radicalmente a causa del premio di maggioranza assegnato alla lista piuttosto che alla coalizione – una richiesta che veniva, mi pare, dal M5S, non dalla minoranza Pd; proprio a causa di questa modifica Forza Italia votò a favore al Senato con grandi difficoltà e una parte di senatori Pd “dissidenti” non votarono. Questa modifica altera completamente il senso della legge elettorale, perchè – ripetendo uno dei difetti principali dell’Italicum .- assegna una maggioranza fortissima a un partito (neppure a un coalizione!) che potrebbe aver raccolto solo il 20-25% del consenso (grazie alla “lotteria” del ballottaggio nazionale).
    Se davvero ci fosse stata tutta questa fretta di accontentare Napolitano, sarebbe stato sufficiente trovare subito un accordo definitivo sulla legge, durante il primo passaggio alla Camera, per approvarla così come era al Senato: oggi l’Italicum sarebbe già in vigore. La verità è che questa legge, dai mille difetti, se ne porta dietro uno macroscopico: non può essere applicata a due Camere (per via del meccanismo del doppio turno nazionale), per cui non può entrare in vigore senza che sia stata completata l’eliminazione del bicameralismo perfetto.
    La verità è che Renzi ha molta fretta di poter piantare una bandierina, di “domare” il Parlamento obbligandolo ad approvare ciò che il governo ha deciso; non certo di risolvere la mancanza di un sistema elettorale efficace (problema che continuerà a sussistere).
    Il tramonto dello “spirito bipartisan” è una precisa scelta di Renzi, che prima ha rotto il patto del Nazareno (anche se a nessuno è chiaro in che modo e perchè), poi ha forzato la mano con la sua minoranza (cosa non degna di un vero Segretario, a mio giudizio); il tutto per costruirsi un modello (elettorale e costituzionale) che istituzionalizzi tale prassi dell'”uomo solo al comando” e, con essa, il clima di contrapposizione velenosa e di delegittimazione reciproca che stiamo vedendo già oggi.
    Se dai mali della politica italiana non si riuscirà a guarire, ma anzi li vedremo addirittura peggiorare, la responsabilità sarà di chi ha scelto di ottenere questo risultato: non certo delle inermi opposizioni

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