De Luca e la condanna senza danno

ux5yhnfqzp4bo4jczaq3nfr320140201213437Proviamo a spiegarla bene, per come l’abbiamo capita. Perché le motivazioni della sentenza che ha condannato Vincenzo De Luca in primo grado – centoquaranta pagine, in cui è ricostruito interamente il procedimento che ha portato alla condanna – meritano di essere conosciute.  Comunque vada a finire la vicenda giudiziaria, comunque vadano a finire le elezioni. De Luca, infatti, è candidato, e per effetto della condanna, qualora fosse eletto, incorrerà nei rigori della Severino. Se poi questi saranno sospesi da un eventuale ricorso non sappiamo, ma intanto la condanna c’è, ed è utile che l’opinione pubblica provi a capire perché.

Tutto comincia l’11 gennaio 2008. A Taiwan, il Kuomintang vince le elezioni con il 72% dei consensi: ma questa è un’altra storia. In Italia, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, nomina Gianni De Gennaro commissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Le strade ne sono piene, la salute dei cittadini è a rischio, le tensioni sociali sono forti, bisogna fare presto. Tempo cinque giorni e il ministro della giustizia Clemente Mastella si dimette: ma pure questa è un’altra storia (che anticipa la fine del governo Prodi e della legislatura). Proprio quel giorno, però, da Roma arriva una nuova ordinanza: l’allora sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, riceve l’incarico, «a titolo gratuito», di commissario «per la localizzazione, progettazione e realizzazione dell’impianto di termodistruzione» in provincia di Salerno. L’ordinanza fa riferimento anche al ciclo integrato dei rifiuti e alla raccolta differenziata, ma il nodo è il termovalorizzatore, perché nessuno lo vuole sotto casa, nessuno ne vuole respirare i fumi, nessuno si fida di nessuno.

De Luca però non perde tempo. I primi provvedimenti sono del 25 gennaio 2008, ma le due ordinanze-chiave, quelle che attireranno l’attenzione della magistratura, sono la numera 3 del 14 febbraio e la numero 4 del 18 febbraio. Passano cioè solo quattro giorni fra l’una e l’altra, e per l’accusa tutto cambia. Con la prima ordinanza, infatti, il commissario De Luca nomina il Responsabile Unico del Procedimento (RUP) per la realizzazione dell’impianto di termodistruzione (il termovalorizzatore), insieme a una schiera di tecnici comunali incaricati di supportarlo. Con la seconda affianca al RUP una Project Manager, nella persona del dott. Alberto Di Lorenzo.

Chi è Alberto Di Lorenzo? È un dipendente comunale, in servizio da quasi trent’anni. È entrato in comune come geometra, poi ha vinto un concorso interno ed è passato nelle file dei dirigenti. Un bel po’ di anni dopo è tornato sui libri e si è preso una laurea triennale, nel 2006, per essere quindi messo a capo dello Staff del Sindaco. Gli manca la laurea magistrale: la prenderà un mese dopo la nomina a Project Manager, nel marzo del 2008. Ma, laurea o non laurea, è evidente che è un uomo di stretta fiducia di De Luca. Quando il magistrato chiede all’ingegner Criscuolo, in un primo momento indicato come coordinatore del gruppo, da dove spuntasse la nomina di De Lorenzo, riceve la risposta più sensata: c’era l’esigenza del sindaco di «avere una persona a disposizione che ad ogni momento lui poteva raggiungere per incidere sulla cosa». La cosa, infatti, è grossa: non solo per l’entità dell’investimento, ma anche per la partita politica in corso. Sarà infatti la crisi dei rifiuti a segnare il declino di Antonio Bassolino; né sarà un caso se Silvio Berlusconi, tornato al governo e venuto a Napoli, si armerà di una scopa blu per fare lo spazzino, e dare per finita l’emergenza.

La cosa, dunque, è grossa, ed è così grossa che alla fine il termovalorizzatore non si farà, il che dà il sapore della beffa a tutta la faccenda. La procedura verrà infatti interrotta e i poteri passeranno alla Provincia di Salerno. Ma, intanto, quelli del gruppo di lavoro che hanno fatto? E il Project Manager cosa ha combinato? A leggere gli atti, nessuno se ne è stato con le mani in mano: studio di fattibilità, redazione del progetto preliminare, problema degli espropri e mediazione degli interessi coinvolti, prospetto di indizione della gara. Per queste attività sono state ovviamente liquidate delle somme: ai membri del gruppo sono stati riconosciuti 9500 euro, ad Alberto Di Lorenzo 20.000 euro (netto in busta paga: euro 8098,56). Più che agli altri membri del gruppo, in effetti, per via della qualifica di Project Manager.

E siamo al punto. Da dove spunta fuori una simile qualifica? Il codice degli appalti non prevede la figura, e la contestazione del pubblico ministero è tutta qui: non c’era già il RUP, il responsabile unico del procedimento? Che bisogno c’era di mettergli a fianco quest’altra figura? Nell’interrogatorio reso il 17 marzo 2014 (lo stesso giorno in cui la Crimea ha dichiarato l’indipendenza dall’Ucraina: un’altra storia ancora), Di Lorenzo spiega che il suo compito non consisteva nello svolgere compiti «in più» rispetto a quelli del RUP, ma casomai di supportarlo. Non lo può dire nei termini in cui qui riassumiamo la cosa, ma si trattava grosso modo di «risolvere problemi», come mister Wolf in Pulp Fiction. Conoscenza della macchina amministrativa, forte rapporto fiduciario con il Sindaco, esperienza e dimestichezza di lunga data: Di Lorenzo non doveva certo disegnare il termovalorizzatore, ma venire a capo delle grane che si frapponevano alla realizzazione dell’impianto: gli espropri, la Soprintendenza, molte telefonate. A lui, peraltro, viene affidata la missione un po’ grottesca che il Sindaco De Luca, col pallino dei grandi nomi, gli affida: convincere l’archi-star Frank Gehry a mettere la firma sotto al progetto. Senza timore di commettere un delitto. Adolf Loos, il grande architetto modernista, diceva infatti che l’ornamento è delitto, e Di Lorenzo vola da Gehry con l’intenzione di commetterlo, rendendo il termovalorizzatore «più gradevole dal punto di vista estetico». Ma Gehry costa troppo, ci vuole tempo, e il delitto architettonico non viene consumato.

Insomma, questo è tutto. Da una parte c’è un codice che non prevede la figura del Project Manager; dall’altra c’è un commissario che lo nomina, per tenere sotto stretto controllo la realizzazione dell’impianto e dare al suo uomo di fiducia «rilevanza esterna», cioè capacità di mediazione verso terzi; da una parte c’è il manager in questione che descrive la propria attività come un sopporto o una «coadiuzione» a quella del RUP, dall’altra c’è un’ordinanza che non dettaglia in concreto codesti compiti di supporto, e anzi è così generica che pare assegnargli piena autonomia; da un lato la legge dice che il responsabile sia unico, e che stia in cima a tutti gli altri; dall’altro sembra che fossero invece uno più uno, e cioè due. La contestazione non è meramente linguistica, come De Luca non si stanca di ripetere, perché è anzi il giudice a notare che, sul piano linguistico, questo benedetto Project Manager altri non è che il Responsabile Unico del Procedimento, solo detto in inglese e con riferimento alla normativa di diritto privato. La contestazione riguarda il fatto che, in questo modo, di responsabili unici ce n’erano in realtà due. Ma quanto ai soldi, al lavoro svolto, alla sostanza del procedimento, escluso il peculato (per il quale inizialmente si procedeva), io la capisco così: c’era un sindaco che, in condizioni di emergenza, doveva procedere e ha proceduto. Forse la deroga di cui disponeva in quanto commissario non bastava, e forse non bastavano le motivazioni: quest’ultima è senz’altro la tesi dell’accusa, accolta dal Tribunale. In primo grado. Ma certo il denaro pubblico non è stato buttato al vento, le attività svolte dal gruppo di lavoro e dal project manager sono state corposamente documentate, e danni ingiusti non sono stati arrecati a nessuno. Non è un paradosso, perché i paradossi non portano a condanne, ma l’abuso d’ufficio per il quale De Luca è stato condannato rimane piuttosto impalpabile, almeno negli effetti: perché i soldi impegnati quelli erano e quelli sono rimasti (salvo una diversa ripartizione interna al gruppo), i compiti assegnati quelli erano e quelli sono stati svolti, e quanto a danni eventuali non c’è nessuno, né privato né pubblico, che possa dire di averne ricevuti dalla condotta amministrativa del commissario. Ora, le leggi vanno assolutamente rispettate, ma un pizzico di ragionevolezza nel valutare le conseguenze politiche di tutto questo, forse, non guasta.

(Il Mattino, 23 aprile 2015)

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