La vergogna dell’aula vuota

download«La Liberazione è una festa di libertà e di speranza che ricorda quel che abbiamo conquistato grazie al sacrificio di tanti e che abbiamo il diritto e dovere di conservare e preservare»: vi sembrano parole retoriche? Non lo sono: sono parole vere. Però retoriche rischiano di diventarle, e non perché le consideri tali il Capo dello Stato, che le ha pronunciate ieri, in occasione dei settant’anni della Liberazione, ma perché non c’è verità, storica e politica, che non abbiamo bisogno di essere inverata, per essere autentica. Anche questo ha detto ieri il Presidente Mattarella, e anche questo è vero. Ma mentre il Presidente della Repubblica usava queste parole in occasione della premiazione degli studenti vincitore del concorso scolastico sulla Resistenza, nell’aula di Montecitorio il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni raccontava il sacrificio di un italiano, di un italiano di oggi, che abbiamo uguale diritto e uguale dovere di conservare e preservare: quello di Giovanni Lo Porto, ucciso a gennaio nel corso di un’operazione antiterrorismo dell’intelligence statunitense. Lo Porto «era un volontario generoso ed esperto» ha detto ieri Gentiloni, e ripetiamolo: non solo generoso, non solo altruista, ma anche esperto, accorto, preparato, impegnato per la Welthungerhilfe, una delle agenzie tedesche più importanti nell’ambito della cooperazione internazionale.

Di quest’uomo, di questo siciliano, di questo italiano vero di cui il nostro Paese deve andar fiero, si parlava ieri nell’emiciclo della Camera dei Deputati. Ma l’aula era praticamente deserta, e non perché i deputati fossero tutti accorsi al Quirinale ad ascoltare Mattarella, ma perché il ministro riferiva, ahimè, di venerdì. Ora, non vogliamo cascare da un luogo comune all’altro: come infatti può succedere che le commemorazioni pubbliche cadano nella vuota retorica celebrativa, così può accadere che si attinga senza troppo pensarci al luogo comune del politico che non lavora e si gira i pollici. Non è così, o perlomeno non è questo il punto. E in verità è probabile, se non addirittura certo, che non uno solo dei deputati che mancavano ai lavori d’aula fosse a passeggio per le vie di Roma, oppure in villeggiatura. Ma rimane il fatto che ieri bisognava sentire lo stesso dovere incancellabile che si sente il 25 aprile, nel ricordare i caduti per la liberazione del nostro Paese.

Se una verità ha bisogno di essere inverata per essere autentica, per non rimanere cioè una parola puramente decorativa, ornamentale, di circostanza, per non essere anzi falsificata dal corso stesso degli eventi, che mentre ne affida stancamente la memoria ai discorsi ufficiali ne disperde in realtà il significato, allora oggi la festa della Liberazione è un po’ meno festa, ed è un po’ meno vera. Perché poteva essere inverata da tutti i membri del Parlamento e non lo è stata. C’era il nome di un italiano di 39 anni che aveva portato il suo aiuto in Birmania, Croazia, Haiti, prima di arrivare al confine con l’Afghanistan, sempre con lo stesso spirito, la stessa abnegazione; c’erano le scuse del nostro più grande alleato, gli USA, e del suo Presidente, Obama; c’erano le condoglianze più sentite del nostro governo, ma non c’era che una manciata di deputati.

Solo questi pochi deputati potranno in futuro annotare un pensiero piccolo e luminoso come quello che Pietro Chiodi, filosofo, partigiano, affidò al suo diario nel ’43, per poi scegliere di unirsi alla Resistenza: «È la prima volta – scrisse – che mi accorgo di avere una Patria come qualcosa di mio, di affidato, in parte, anche a me», Il 25 aprile è il giorno in cui la patria è affidata in parte anche a noi, che ne ricordiamo la Liberazione. Ma ieri era affidata anche ai nostri rappresentanti, soprattutto ai nostri rappresentanti, che dovevano ricordare e onorare un uomo migliore di loro e di tutti noi, caduto in un teatro di guerra dalla parte giusta, per una causa giusta. «Posso assicurare – ha però concluso con voce trattenuta il Ministro Gentiloni – che l’Italia onorerà la memoria di Giovanni Lo Porto». L’Italia certamente lo farà, ma altrettanto certamente, dobbiamo con amarezza dire che ieri il Parlamento non l’ha fatto.

(Il Mattino, 25 aprile 2015)

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