Archivi del giorno: Maggio 4, 2015

La dotta politica (e le lenticchie) secondo De Mita

matassa

Tema: «Il candidato spieghi le ragioni politiche dell’accordo che Ciriaco De Mita ha stretto con Vincenzo De Luca, in vista delle regionali». E aggiungiamo, le spieghi bene, perché si tratta di far capire com’è possibile che l’Udc (= Unione di Ciriaco) sia stata alleata con Caldoro e il centrodestra fino al 30 aprile, per sostenere a partire dal giorno successivo De Luca e il centrosinistra. Così come va spiegato il significato della bella parola, «continuum», che l’immarcescibile leader democristiano impiega – «senza vanità», sia chiaro – per illustrare la sua posizione: cinque anni al governo con Bassolino di là, cinque anni al governo con Caldoro di qua, e cinque anni ora li vuol fare al governo con De Luca, di nuovo di là. Un bel continuum, non c’è che dire. Un continuum e un paio di capriole.

Ebbene, è probabile che se affidassimo lo svolgimento del tema al primo che passa, questi tirerebbe in ballo la figlia di De Mita, Antonia: ci vuol molto a capire che genere di trattativa ha avviato il leader di Nusco? Se invece il tema venisse svolto dalla penna più sottile di un osservatore attento, probabilmente si soffermerebbe sull’intricata vicenda delle candidature. Il ribaltone di De Mita – pardon: il continuum – si è compiuto infatti in una notte, nella notte che precede la presentazione delle liste; e di cosa si parla, secondo voi, nella notte di Valpurga, quando le streghe danzano, gli spettri si liberano, forze occulte celebrano il sabba infernale e il sindaco di Nusco avvia un suo ragionamento? Di nomi e liste, evidentemente, e del fatto che De Mita non voleva tra i piedi candidature ingombranti, di spessore, che rischiassero di finire davanti ai suoi uomini. E siccome non ha avuto da Caldoro le necessarie rassicurazioni, ha preferito prendere barcacca e burattini (e simbolo), e andarsene dall’altra parte. Dove De Luca, che non va certo per il sottile, l’ha accolto a braccio aperte, annuendo soddisfatto.

Ma ammettiamolo: un simile svolgimento non sarebbe all’altezza del personaggio, di un uomo che ha fatto la storia d’Italia. Che è stato segretario del più grande partito italiano. Che è stato Presidente del Consiglio negli anni Ottanta. E infatti De Mita non l’ha presa né per un verso né per l’altro: non ha motivato il salto della quaglia né con la diligenza di un buon padre verso la povera figliola, né con l’esigenza di difendere i suoi uomini e le sue clientele. L’ha presa invece da lontano: da molto lontano. Da De Gasperi e dal governo quadripartito. Sono sicuro che solo dolorosissime esigenze di sintesi abbiano impedito a De Mita di srotolare tutto il filo della storia che porta dal governo quadripartito di De Gasperi, nell’anno del Signore 1948, giù giù fino all’alleanza per il «governo possibile» con l’ex Sindaco di Salerno. De Luca, a suo tempo, questa storia l’aveva riassunta ancora più rapidamente, così: di De Mita «non se ne può più»! E invece adesso si può, eccome se si può.

Certo che l’intervista rilasciata da De Mita al Corriere del Mezzogiorno è veramente esemplare: c’è per esempio questa vecchia storia della destra e della sinistra. Si capisce che uno vorrebbe sapere come diavolo si faccia, a parte il continuum, a passare disinvoltamente da una parte all’altra dello schieramento politico, senza mai mollare la presa del governo. E De Mita, che pure è stato democristiano per una vita, ci mette un attimo a dare per finita la storia politico-culturale del popolarismo e della Dc: destra e sinistra non esistono, dice secco. La fine delle ideologie dura però un paio di domande, non di più. Poi De Mita sentenzia: «Quando sento dire che il centrosinistra è il Pd non mi trovo. Ci deve essere il centro e la sinistra. Voglio recuperare la grande storia del popolarismo». De Mita, poverino, non si trova, ma francamente nemmeno noi ci troviamo nello gnommero in cui De Mita arrotola le risposte e pure la giornalista, che in quel groviglio finisce per perdersi.

Cos’è lo gnommero? Lo dice Gadda: «Un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti». De Mita fa così: tira tutti in quel punto di depressione, e si inventa una molteplicità di causali di lunghissimo periodo, nella più sofistica delle maniere. Cita Lauro, cita i comunisti, scomoda le grandi categorie, il governo dei processi, la politica che è «pensiero per capire l’esistente e invenzione per percepire il problema che si crea» (certo, certo), butta lì persino che «il potere è amore» (come no!), ma non dice una parola che è una sulla Campania, né soprattutto sull’operazione di bassissima lega che lo ha portato nel centrosinistra di De Luca per l’ennesimo piatto di lenticchie. Però, aggiunge, «siamo alla vigilia di eventi incomprensibili»: forse crede davvero che in mezzo a tanto fumo nessuno possa capire quel che sta capitando. E invece no: siamo davanti a un evento sin troppo comprensibile.

(Il Mattino,  4 maggio 2015)

La cattiva coscienza dei pacifisti

e51a464a2fdfUna bellissima esperienza. Il ragazzo che era al centro del corteo di Milano e che dava simpaticamente del coglione a quello che passa davanti a una banca e non prova almeno a sfasciarne le vetrine, l’altro giorno ha avuto la sua «bellissima esperienza». Così almeno l’ha descritta. Ha visto tanta gente che spaccava le cose e ha pensato: che peccato non avere qualcosa tra le mani per fare lo stesso. Ma cavolo: l’esperienza c’è stata.

E allora va posta la domanda più in generale: che esperienza è stata quella dei manifestanti No Expo? Degli altri manifestanti, dico, non dei black bloc, perché di questi ultimi ormai sappiamo abbastanza: di come agiscono e del perché agiscono.  Sappiamo che l’obiettivo è creare disordini, fare casini, provocare danni in maniera cieca e casuale. Per protesta, diceva quel ragazzo intervistato, indipendentemente dalle ragioni della protesta. E indipendentemente pure dai suoi obiettivi. C’è una distanza troppo grande fra la gente che si dà convegno all’inaugurazione dell’Expo e lui, il ragazzo in cerca di bellissime esperienze. E l’unico modo per colmare quella distanza – ci vuole un attimo – è incendiare macchine, distruggere vetrine, lanciare sassi.

Ovviamente, non è vero affatto che sia l’unico modo: il principale modo è la politica sul piano collettivo e l’impegno su quello individuale. Ma questo si sa. E si sa anche che non basta il senso di impotenza o di frustrazione che a volte questi modi più lenti e meno spicci inducono, per giustificare quegli altri, più immediati e violenti. Che però, a ben vedere, sono anche più impotenti a cambiare davvero le cose.

Ad ogni modo, dicevamo: e gli altri? Gli altri che erano nel corteo? Quelli che protestano pacificamente: che tipo di esperienza compiono? E soprattutto dove passa per loro la linea di demarcazione fra la protesta che li ha portati in piazza e quella dei black bloc? Ovviamente quella linea c’è, per migliaia, anzi per le decine di migliaia di manifestanti che scendono in piazza. Il problema è però se manifestano pure quella, se cioè aiutano a far vedere, e a far vedere bene, che quella linea c’è e non può essere varcata, o piuttosto lasciano che si confonda e si intorbidi tra le pieghe del corteo. Una manifestazione è una manifestazione, ma a volte non tutto di essa è allo stesso modo manifesto. Non lo è sempre, per esempio, il rapporto fra il corteo e la parte violenta del corteo. Basterà allora dire che sono cose diverse: due mondi distinti, due corpi estranei, due parti separate? Forse non basta più. Né basta inventarsi la teoria degli agenti provocatori infiltrati nel corteo. Come si legge persino sul Manifesto, che certo non è sospettabile di voler criminalizzare un movimento, questi che portano le mazze e lanciano le bombe carta non stavano mica da un’altra parte, non venivano da fuori, non piombavano all’improvviso: erano «nel» corteo. Erano dentro, nemmeno in fondo. Vuol dire cioè che si mescolavano, che potevano uscire dai ranghi del corteo e rientrarvi, colpire e marciare, marciare e colpire senza aver disturbo dagli altri.

È un fatto, inoltre, che si possono tenere manifestazioni del tutto pacifiche, del tutto ordinate, anche di milioni di persone, senza che un solo sasso venga lanciato, un solo vetro infranto, un solo cassonetto rovesciato. A Parigi, per esempio, dopo  la strage di Charlie Hebdo, è andata così: come mai a Milano non è andata così? Come mai nel movimento no global, fra le frange antagoniste ed estremiste, non vige la stessa insofferenza, lo stesso ripudio, la stessa allergia per i disordini violenti, per le azioni illegali? E dico di più: non per la violenza in genere, ma almeno per quel tipo di violenza gratuita, puramente distruttiva, che è andato in scena a Milano. Come mai non si riesce a rimanere lontani almeno da una simile violenza, priva di un vero scopo, concepita non per acuire i conflitti sociali o magari per favorire una presa di coscienza rivoluzionaria, come si diceva una volta, ma puramente e semplicemente per rovinare la festa? Credo si possa dire ormai, guardando come vanno le cose da un bel po’ di anni a questa parte, che non si tratta né di casi isolati né  di operazioni strumentali orchestrate dal nemico di classe, come a volte si sente dire, ma di tentativi di costruire un’egemonia politica all’interno dei movimenti sociali antagonisti che nascono, dunque, nel seno stesso di quei movimenti, in uno spazio politico più ampio, purtroppo, e più largo di quello occupato solo da chi indossa i caschi e alza le sciarpe per coprire il volto, tra quelle «esperienze», dunque, che compiono anche gli altri. E che, lo sappia il ragazzo stordito della provincia milanese che si esalta in mezzo ai disordini, non sono affatto bellissime. Tutt’altro.

(Il Mattino, 3 maggio 2015)