La cattiva coscienza dei pacifisti

e51a464a2fdfUna bellissima esperienza. Il ragazzo che era al centro del corteo di Milano e che dava simpaticamente del coglione a quello che passa davanti a una banca e non prova almeno a sfasciarne le vetrine, l’altro giorno ha avuto la sua «bellissima esperienza». Così almeno l’ha descritta. Ha visto tanta gente che spaccava le cose e ha pensato: che peccato non avere qualcosa tra le mani per fare lo stesso. Ma cavolo: l’esperienza c’è stata.

E allora va posta la domanda più in generale: che esperienza è stata quella dei manifestanti No Expo? Degli altri manifestanti, dico, non dei black bloc, perché di questi ultimi ormai sappiamo abbastanza: di come agiscono e del perché agiscono.  Sappiamo che l’obiettivo è creare disordini, fare casini, provocare danni in maniera cieca e casuale. Per protesta, diceva quel ragazzo intervistato, indipendentemente dalle ragioni della protesta. E indipendentemente pure dai suoi obiettivi. C’è una distanza troppo grande fra la gente che si dà convegno all’inaugurazione dell’Expo e lui, il ragazzo in cerca di bellissime esperienze. E l’unico modo per colmare quella distanza – ci vuole un attimo – è incendiare macchine, distruggere vetrine, lanciare sassi.

Ovviamente, non è vero affatto che sia l’unico modo: il principale modo è la politica sul piano collettivo e l’impegno su quello individuale. Ma questo si sa. E si sa anche che non basta il senso di impotenza o di frustrazione che a volte questi modi più lenti e meno spicci inducono, per giustificare quegli altri, più immediati e violenti. Che però, a ben vedere, sono anche più impotenti a cambiare davvero le cose.

Ad ogni modo, dicevamo: e gli altri? Gli altri che erano nel corteo? Quelli che protestano pacificamente: che tipo di esperienza compiono? E soprattutto dove passa per loro la linea di demarcazione fra la protesta che li ha portati in piazza e quella dei black bloc? Ovviamente quella linea c’è, per migliaia, anzi per le decine di migliaia di manifestanti che scendono in piazza. Il problema è però se manifestano pure quella, se cioè aiutano a far vedere, e a far vedere bene, che quella linea c’è e non può essere varcata, o piuttosto lasciano che si confonda e si intorbidi tra le pieghe del corteo. Una manifestazione è una manifestazione, ma a volte non tutto di essa è allo stesso modo manifesto. Non lo è sempre, per esempio, il rapporto fra il corteo e la parte violenta del corteo. Basterà allora dire che sono cose diverse: due mondi distinti, due corpi estranei, due parti separate? Forse non basta più. Né basta inventarsi la teoria degli agenti provocatori infiltrati nel corteo. Come si legge persino sul Manifesto, che certo non è sospettabile di voler criminalizzare un movimento, questi che portano le mazze e lanciano le bombe carta non stavano mica da un’altra parte, non venivano da fuori, non piombavano all’improvviso: erano «nel» corteo. Erano dentro, nemmeno in fondo. Vuol dire cioè che si mescolavano, che potevano uscire dai ranghi del corteo e rientrarvi, colpire e marciare, marciare e colpire senza aver disturbo dagli altri.

È un fatto, inoltre, che si possono tenere manifestazioni del tutto pacifiche, del tutto ordinate, anche di milioni di persone, senza che un solo sasso venga lanciato, un solo vetro infranto, un solo cassonetto rovesciato. A Parigi, per esempio, dopo  la strage di Charlie Hebdo, è andata così: come mai a Milano non è andata così? Come mai nel movimento no global, fra le frange antagoniste ed estremiste, non vige la stessa insofferenza, lo stesso ripudio, la stessa allergia per i disordini violenti, per le azioni illegali? E dico di più: non per la violenza in genere, ma almeno per quel tipo di violenza gratuita, puramente distruttiva, che è andato in scena a Milano. Come mai non si riesce a rimanere lontani almeno da una simile violenza, priva di un vero scopo, concepita non per acuire i conflitti sociali o magari per favorire una presa di coscienza rivoluzionaria, come si diceva una volta, ma puramente e semplicemente per rovinare la festa? Credo si possa dire ormai, guardando come vanno le cose da un bel po’ di anni a questa parte, che non si tratta né di casi isolati né  di operazioni strumentali orchestrate dal nemico di classe, come a volte si sente dire, ma di tentativi di costruire un’egemonia politica all’interno dei movimenti sociali antagonisti che nascono, dunque, nel seno stesso di quei movimenti, in uno spazio politico più ampio, purtroppo, e più largo di quello occupato solo da chi indossa i caschi e alza le sciarpe per coprire il volto, tra quelle «esperienze», dunque, che compiono anche gli altri. E che, lo sappia il ragazzo stordito della provincia milanese che si esalta in mezzo ai disordini, non sono affatto bellissime. Tutt’altro.

(Il Mattino, 3 maggio 2015)

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