Presidi e prof la riforma può migliorare

Acquisizione a schermo intero 06052015 144038.bmpLa manifestazione (riuscita) di ieri sulla scuola pone al governo anzitutto un problema: provare a spiegare perché di questa riforma ci si può fidare. È un problema quasi preliminare, rispetto al merito della proposta di legge, anche se una delle condizioni perché il mondo della scuola si fidi è naturalmente entrare nel merito e discutere i punti qualificanti della proposta. Ma non è, questa, una premessa inutile, o di maniera: la progressiva perdita di rilievo, sia educativo che sociale e civile, della figura docente, la riduzione drammatica delle risorse destinata all’istruzione e alla formazione, lo stato di degrado del sistema scolastico nel suo insieme giustificano queste paure, e la necessità di cambiare non è di per sé sufficiente a dissiparle. D’altra parte, un paio delle sterzate che il governo imprime con la sua riforma al sistema sono dettate anzitutto, diciamolo chiaramente, da vincoli esterni: vincoli finanziari, che costringono il governo a ridurre il peso degli scatti di anzianità e a spostare sul merito parte (purtroppo solo parte) di quelle risorse, e vincoli giuridici, che vengono dalle corti europee, i quali impongono una soluzione del problema del precariato, con una massiccia immissione in ruolo. Ma ci può stare: è parte infatti dei compiti della politica fare di necessità virtù. Ed è in ogni caso più virtuoso dell’attuale un sistema che tende ad eliminare le code dei supplenti, e a orientarsi sui posti effettivi necessari al completamento degli organici, così come virtuosa è l’idea di introdurre i primi elementi di merito nella busta paga di insegnanti e professori.

Ciò che però più di tutto sembra procurare allarme è il nuovo ruolo del dirigente scolastico. I latini dicevano: «Caesar dominus et supra grammaticam», ed il timore che il vecchio preside diventi una sorta di piccolo Cesare i cui poteri, ampi e discrezionali, finiscano per prevalere su tutto è forse eccessivo, ma va comunque tenuto in qualche considerazione. Anche perché la riforma non dice molto sul profilo di questi stessi dirigenti, ai quali oggi viene corrisposta a pioggia un’indennità di risultato che non introduce certo elementi di valutazione del loro lavoro. Senza voler scomodare l’antica domanda (chi custodirà i custodi?), da questo lato la riforma è sicuramente migliorabile. Se d’altronde è a loro, ai dirigenti, che tocca pescare i docenti dai nuovi Albi, che sostituiranno le vecchie graduatorie di merito, un modo per misurare, valutare, parametrare l’esercizio di questa nuova facoltà andrà pur introdotto. La riforma, per dirla in modo spiccio, capovolge infatti le cose: prima era il docente a scegliere la sede di servizio; con la nuova legge sarà il dirigente scolastico (e perché non introdurre almeno il vaglio del consiglio di istituto?) a sceglierlo dall’Albo. E ciò allo scopo di dare al dirigente la possibilità di prendere anzitutto i bravi. Ma la riforma non dice mica perché non prendere, invece dei bravi, i simpatici (o magari quelli che vengono proposti dal territorio: cioè, poniamo, da assessori zelanti o da sindacalisti intraprendenti). Il dirigente scolastico dovrebbe regolarsi in base alla funzionalità del docente rispetto all’offerta formativa del suo istituto: un po’ poco, però, per parlare di merito che viene finalmente premiato. Questa «funzionalità» non la si può infatti scambiare per merito, nel senso delle competenze didattiche, della preparazione professionale, insomma della bravura. Per fare un esempio: se il dirigente è punto dal desiderio di avere un professore di filosofia, non deve necessariamente preferire l’abilitato nella relativa classe di concorso a quello abilitato in una classe affine, ma può, in base a quella benedetta funzionalità, prendere liberamente il secondo. Se d’altra parte si vuole premiare il merito, perché allora non si valorizzano adeguatamente i dottorati di ricerca, o le pubblicazioni scientifiche? Sarebbe peraltro coerente con un altro punto della legge, questo indubbiamente positivo, che obbliga all’aggiornamento professionale e concede ai docenti un bonus di 500 euro da destinare alla formazione.

Non sono, ovviamente, questioni di dettaglio: si tratta anzi di un punto dirimente, cioè di capire in base a cosa (e per valorizzare cosa) si forma l’organico di una scuola. Che lo si faccia in base all’esercizio di una responsabilità connessa alla funzione dirigente è il senso stesso della riforma, ed è difficile che il governo vi rinunzi. Ma questo non significa che si debba necessariamente lasciare che un simile esercizio si libri nel vuoto. Una riforma che punti così tanto sull’autonomia scolastica, in capo anzitutto al dirigente, non può insomma non chiarire fino in fondo il valore e le prerogative di questa autonomia.

(Il Mattino, 6 maggio 2015)

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