Se la camorra gestisce il racket dei manifesti

imageUna lite, poi l’agguato. Due morti, e tre arresti da parte della squadra mobile, che avrebbe così individuato prontamente esecutori e mandanti del duplice omicidio di Fratte, a Salerno. Dove dunque si muore per il racket dei manifesti elettorali. In rete, sfilano volti e nomi dei candidati più improbabili, alle prese con slogan fantasiosi e spiritosaggini variamente assortite; per strada, invece, dove i manifesti si affiggono ancora con i secchi, la scopa e la colla, negli spazi regolari e più spesso in quelli abusivi, il controllo del territorio e del servizio di attacchinaggio può degenerare in un violento alterco, e finire con un duplice assassinio.

Non si tratta, beninteso, di violenza politica, ma di semplice violenza comune. E però di una violenza che si consuma per prestazioni, come l’affissione, che sono ovviamente partiti, liste e singoli candidati a richiedere: non però attraverso uffici comunali, agenzie di servizi o volontari di partito (che da queste parti sono praticamente scomparsi), ma per il tramite di rapporti più o meno amicali, più o meno personali, di sicuro opachi, anche quando non esplicitamente illegali.

Che questo accada in un territorio come quello campano, in cui sono molte le zone sottratte al controllo di legalità, non sorprende certo. E però non si può non notare come a tutto ciò contribuisca anche il deterioramento della vita politica, e l’inaridimento della stessa attività di partito. Le contiguità sono più frequenti, infatti, quando per un verso non c’è più un partito – militanti e dirigenti – innanzi a cui si sia chiamati a rispondere, e, per altro verso, non esiste nemmeno un tessuto di norme che obblighi i partiti e i singoli uomini politici a condotte più trasparenti, e a frequentazioni più limpide.

Da tempo si discute dell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Vi sono ragioni storiche per le quali, all’indomani dell’approvazione della Carta, si decise di non prevedere per i partiti particolari obblighi normativi. Fu anzitutto il partito comunista ad opporsi ad interventi legislativi che avrebbero potuto consentire intromissioni nella vita interna del partito da parte dei pubblici poteri: nel clima della guerra fredda, questa preoccupazione poteva essere giustificata. Ma ovviamente di acqua ne è passata sotto i punti, e soprattutto la vita politica è a tal punto degenerata, che un controllo, un dovere di trasparenza, un obbligo di rendicontazione sull’associazione del partito politico è oggi avvertita da più parti come una inderogabile necessità.

Tanto più che la legge è intervenuta, sulla scia di episodi di malcostume e malversazione che hanno indignato l’opinione pubblica, abolendo il finanziamento pubblico dei partiti. Questo non vuol dire che i partiti non abbiano più risorse pubbliche: altra cosa sono per esempio i danari che vanno a finanziare i gruppi politici nelle amministrazioni locali, e non è purtroppo un caso che quasi tutti i consigli regionali sono oggi sotto inchiesta, o lo sono stati (ivi compreso quello campano). E tuttavia l’iniziativa della magistratura sembra solo una rincorsa dei buoi, quando sono già scappati dalla stalla: è infatti il contesto di norme e disposizioni di legge che non mette affatto chiarezza sull’uso dei fondi pubblici, e consente ancora troppe zone grigie. In cui può perciò capitare facilmente che secchio e colla finiscano in mani sbagliate, o nei posti sbagliati.

Il regolamento di conti di Fratte non dipende da alcuna responsabilità politica diretta, per fortuna. Non siamo a questo. Ciò non vuol dire però che i cittadini siano oggi in condizione di sapere in che modo sono finanziate e svolte le campagne elettorali, e di saperlo con lo stesso rigore e gli stessi vincoli di documentazione che sarebbero certamente richiesti da una regolazione pubblicistica del partito politico.

Sarebbe un passo importante, anche per restituire fiducia a soggetti che rimangono indispensabili al funzionamento della democrazia parlamentare. E la fiducia ritorna più speditamente, se ciascuno può sapere non solo a chi dà i soldi e perché – che è un affare squisitamente politico –, ma anche per che cosa e in che modo quei soldi vengano spesi. E questo è un affare di buona amministrazione: quando c’è, nessuno è spinto a cercare servigi e guardiaspalle fuori dai limiti della legge.

(Il Mattino, 7 maggio 2015)

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