Caldoro –De Luca eterne promesse e vecchi insulti

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Un’altra volta tutti e cinque insieme. Stavolta però seduti, nel piccolo studio di Rai 3: Salvatore Vozza, Sinistra e Lavoro, sulla sinistra, con la spilletta al bavero della giacca; Marco Esposito, lista meridionalista MO!,  informale, col pullover  azzurro; Valeria Ciarambino, Cinquestelle, con lo sguardo sempre a metà tra il conduttore e la telecamera; poi De Luca rigido, occhi piccoli e dito steccato; infine Caldoro, attentissimo alla postura, al fianco di De Luca ma in realtà quasi in un’altra inquadratura, tanto i due si son tenuti distanti.

E si parte. Il confronto deve avvenire sui temi, e i temi ci sono tutti: sanità, trasporti, rifiuti, fondi europeiu. Forse, tenendosi a ridosso dei programmi, i due principali competitor possono sottrarsi al paradosso per cui in un caso o nell’altro i campani eleggeranno un’anatra zoppa: azzoppata dalla Severino e dalla freddezza del partito democratico, nel caso di De Luca; dallo sfarinamento politico del centrodestra nel caso di Caldoro.

Su tutti i capitoli del bilancio regionale, De Luca e Caldoro si scaldano un po’, scambiandosi la stessa accusa: dici fesserie. Per De Luca non s’è fatto nulla, Per Caldoro il possibile. Per De Luca Caldoro non può dare la colpa agli altri se il porto di Napoli non funziona, se le ecoballe sono ancora per terra, se le liste d’attesa  in sanità sono eterne; per Caldoro, De Luca dimentica come il centrosinistra ha lasciato la regione nel 2009: con l’immondizia che arrivava al terzo piano, senza treni regionali e con le voragini nel bilancio. Un rimpallo di responsabilità? Sì, ma è normale: siamo in campagna elettorale. Però rispetto al precedente confronto De Luca appare decisamente più aggressivo, più ringhioso: riesce persino a ripetere due o tre volte la parola che, è evidente, gli piace di più: «vergogna!», all’indirizzo dell’avversario politico. Caldoro, dal canto suo, è stato abile, almeno nell’intervento finale, a mettere in scena il pezzo che si era preparato: staccarsi dallo schienale della sedia, avvicinarsi convinto alla telecamera, pesare le parole e mettere sul piatto la bellezza di un miliardo di euro: 500 milioni per le imprese, 500 milioni per le famiglie povere. Come il Berlusconi d’altri tempi (o forse il Renzi di oggi). A quanti lo rimproverano di non aver detto nulla sul futuro della regione ha provato a rispondere così, con un bel gruzzolo, mentre De Luca nell’appello agli elettori sfoderava il suo antico cavallo di battaglia: la polemica sulla «palude burocratica della regione».

Gli altri però non hanno affatto giocato il ruolo da comprimari. Almeno non Marco Esposito e Valeria Ciarambino. Quanto a Salvatore Vozza , è stato l’unico a usare le parole: destra, sinistra, centrodestra, centrosinistra. Ma le usava in una chiave vetero-ideologica, quasi solo per certificare la propria esistenza in vita. Per la verità, Vozza ha provato pure qualche colpo ad effetto: tirando fuori l’abbonamento alla circumvesuviana, e proponendo di firmare subito, seduta stante, la proposta grillina che tutti dichiarano di condividere, sul reddito di cittadinanza. Ma quel che veramente Vozza aveva da dire (e ripeteva quasi ad ogni intervento) era solo che De Luca e Caldoro, Pd e centrodestra per lui pari sono. Un richiamo della foresta a tutti gli elettori di sinistra, smarriti a causa della mutazione renziana. E così da una parte c’era un po’ del vecchio vocabolario politico del Novecento, per racimolare un po’ di voti identitari; dall’altra parte si svolgeva, udite udite, il confronto programmatico vero e proprio.

Ma anche il fiume di parole di Valeria Ciarambino. A cui si deve la comparsa, per la prima volta in un appello agli elettori, dell’espressione «residuo vetrificato», pronunciata a una velocità tale che solo un orecchio ben allenato avrà potuto coglierla, collegandola in maniera pertinente a tutto il resto del discorso.  I comuni mortali no: avranno magari apprezzato la foga, ma capito molto poco. I Cinquestelle rimangono la terza forza, se non addirittura la seconda, del panorama politico nazionale, capace di attrarre i voti di tutti quelli che non sono soddisfatti (e sono molti) dell’offerta politica tradizionale. Ma quando non hanno modo di parlare di vitalizi e indennità da abolire, condannati e corrotti da cacciare, rivelano una preoccupante prossimità con il genere di discorso fondamentalista: che si tratti di rifiuti o di mammografie (come Grillo qualche giorno fa), sciorinano la stessa incrollabile certezza, la stessa inflessibile dottrinarietà. Con incidenti di percorso come quello che Marco Esposito, apparso di gran lunga il più preciso della compagnia, ha notato: il reddito di cittadinanza proposto dalla Ciarambino costerebbe venti volte quanto da lei dichiarato. Un’enormità. Ma poco importa: come dice Emmanuel Carrère nel suo ultimo libro sui primi cristiani, i grillini sono coloro che da duemila anni vomitano via dalla loro bocca i tiepidi, quelli che non sono né caldi né freddi (e magari fanno pure di calcolo).

A parte la precisazione – e qua e là Esposito ne ha fatte cadere anche altre: sui trasporti pubblici locali o sui progetti europei – al capofila di MO! va il merito di aver posto con forza un tema politico centrale, che capisce chiunque, al di là di bilanci e promesse: è vero o no che la Campania e il Mezzogiorno soffrono di scarsa attenzione (eufemismo) da parte del governo nazionale? È vero, e qua e là hanno provato a dirlo anche De Luca e Caldoro. Ma Esposito lo ha potuto dire chiaro e tondo, gli altri due solo tra le righe: Caldoro per distinguere le responsabilità proprie da quelle altrui, De Luca per cercare di riproporre la verve polemica che nel passato metteva, da Salerno, contro Napoli. Ma l’uno e l’altro non possono certo prendersela con Renzi ed il governo: De Luca perché Renzi è il segretario del suo partito, Caldoro perché ha appena ricevuto dal premier la patente di «persona seria», e difatti lo ha prontamente ricordato, cercando di approfittarne. E così uno dei temi più sentiti, potenzialmente più mobilitanti, uno di quei temi intorno a cui una regione come la Campania avrebbe motivo di far sentire la sua voce, almeno quanto la fanno sentire, tirando la corda dall’altro capo, il Veneto o la Lombardia, vive in questa campagna elettorale solo di striscio, grazie a una piccola lista che, pur con tutta la simpatia e benevolenza del mondo, difficilmente porterà il suo candidato governatore a Palazzo Santa Lucia.

Ma magari colui che invece ci andrà, tra De Luca e Caldoro, lo chiamerà benevolo alla sua destra: dopo tutto, anche un’anatra zoppa lo può fare.

(Il Mattino, 20 maggio 2015)

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