Premiata la leadership del sindaco

immagine 1 giugnoSe i risultati definitivi confermeranno il dato emerso dalle prime proiezioni ufficiali, il prossimo presidente della regione Campania sarà Vincenzo De Luca. Al secondo assalto, l’ex sindaco di Salerno ce l’ha fatta. De Luca sarà però anche il primo presidente di regione a cadere nella tagliola della legge Severino, e il primo a fare ricorso. In attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale, dovrà pensarci il giudice ordinario a sospendere gli effetti della legge, reinsediandolo. Se De Luca farà a tempo a nominare un vice-presidente, prima di essere sospeso e poi eventualmente  re-insediato, non è dato saperlo, ma una cosa già sappiamo: che di un simile groviglio giuridico-amministrativo il voto ha senz’altro tenuto conto, visto che se ne è parlato in lungo e in largo. De Luca ha vinto nonostante tutto questo: nonostante la condanna per abuso d’ufficio in primo grado; nonostante la lista dell’Antimafia sugli impresentabili, in cui è stato inopinatamente incluso per un’altra, vecchia pendenza; nonostante – si può persino aggiungere – la riuscitissima imitazione di Crozza. E in verità la lista dei nonostante si può anche allungare: De Luca ha vinto nonostante le ostilità dichiarate di larga parte del partito democratico, e le perplessità appena sottaciute di un’altra non piccola parte. Ha vinto nonostante i tentativi, proseguiti per mesi, di far saltare le primarie, e ha vinto nonostante non sia napoletano (e in passato abbia pigiato un po’ troppo su questo tasto, in polemica con le istituzioni regionali); ha vinto, infine, nonostante qualche confronto televisivo infelice, nonostante le dichiarazioni di Roberto Saviano su Gomorra nelle sue liste, nonostante il dito rotto e steccato per la «seccia» di qualcuno (questa, almeno, è la sua versione del piccolo incidente occorsogli).

Una vittoria contro tutti, insomma. Non è la prima volta. Gli è capitato già, nel suo lungo e incontrastato dominio nella città di Salerno, di vincere avendo contro contemporaneamente il centrosinistra e il centrodestra. Questa volta Il Pd, più nolente che volente, era dalla sua parte, e contro aveva da un lato l’uscente Caldoro, dall’altro i grillini, che sull’impresentabilità di De Luca puntavano molto, e non per caso le proiezioni assegnano loro un risultato comunque lusinghiero. Ma De Luca ce l’ha fatta lo stesso. Ce l’ha fatta press’a poco da solo: negli ultimi giorni Renzi è sì venuto a Salerno, ma per non più di qualche ora. E quasi di corsa. A giudicare poi dai voti di lista, non è stato il Pd a spingere De Luca alla vittoria, ma De Luca a portare il Pd alla vittoria. Riguardato nel suo significato complessivo, con la Liguria e l’Umbria in bilico, il voto di ieri permette di dire che Renzi aveva bisogno di De Luca molto più di quanto De Luca avesse bisogno di Renzi.

Gli elettori campani non hanno così avuto dubbi: ai passi prudenti di Caldoro hanno preferito il piglio decisionista dello «sceriffo» di Salerno. Giudizioso l’uno, irruente l’altro. Ebbene, i campani hanno preferito l’irruenza, e una proposta che si può forse riassumere così: poca politica, molta amministrazione e molte, molte opere. Se vi è un tratto che fa la popolarità di Vincenzo De Luca è la sua capacità, in una vita passata attraverso esperienze politiche e amministrative ininterrotte, di mantenere comunque una distanza dalla «politica politicante»: così la chiama sprezzantemente De Luca. Altri l’hanno chiamata «teatrino della politica», altri ancora «casta», oppure «il Palazzo». Ma sono tutti nomi che convergono in un unico significato, di critica e finanche di estraneità nei confronti di un ceto dirigente stantìo, percepito come inconcludente oppure come oscenamente privilegiato, in ogni caso separato dal resto della società. A quel ceto De Luca dichiara, in parole ed opere, di non appartenere. La profonda sburocratizzazione, l’uscita dalla palude burocratica che ha promesso agli elettori ed è stato il vero refrain della sua campagna elettorale, non è che una variazione sul tema. E, in fondo, tutte le esperienze politiche vincenti, da vent’anni a questa parte, mantengono questo comune denominatore. Vale anche quando – ed è il caso di De Luca – a questo segno polemico, a questo basso continuo della politica italiana (che si riflette nell’affluenza in calo costante, da una consultazione all’altra), si aggiungono risultati amministrativi, nella sua Salerno, giudicati in maniera largamente positiva dalla maggior parte dell’opinione pubblica. Le polemiche della vigilia non hanno potuto oscurare questo dato.

Che è il dato di un ceto dirigente meridionale giunto ora, con De Luca – ma anche in Puglia, con Emiliano, alla ribalta nazionale. Se siano antichi vizi notabilari o nuove virtù amministrative si vedrà nei prossimi mesi ed anni. Ma dopo il voto è almeno chiaro di quale stoffa umana e politica è fatto il Pd meridionale: quella di uomini molto poco inclini alle mediazioni partitiche, molto esposti sul fronte dell’attività di governo, dall’inconfondibile profilo personale. Nei radar del governo finora il Mezzogiorno è stato avvistato molto poco: forse due pesi massimi come i due ex sindaci riusciranno a farsi sentire anche a Roma.

(Il Mattino, 1 giugno 2015)

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