Il coraggio di rifare un Partito

ImmagineQualcosa, nel Pd, si sta muovendo. Alcuni movimenti sono forse scomposti, altri più prudenti e accorti, ma qualcosa si muove. E, forse, nella direzione di lunedì prossimo si comincerà a capire anche verso dove.

Sotto il titolo di movimenti prudenti, misurati nei toni e nelle parole, possono essere incluse le dichiarazioni del ministro Orlando, o l’intervista resa a questo giornale dal Presidente del Pd Orfini: per entrambi, c’è da mettere mano, cioè da rimettere in sesto, il partito, e l’unica obiezione che gli si può muovere è che forse è più facile dirlo che farlo.

Ma che lo si debba fare, nessuno, nemmeno Renzi ne dubita. E se anche qualche dubbio vi fosse, i movimenti scomposti contribuiscono senz’altro a toglierli. Tra questi ultimi stanno sicuramente gli scambi di cortesia fra il Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, e il neoeletto presidente della Campania, Vincenzo De Luca: date pure i torti o le ragioni all’una oppure all’altro, ma difficilmente in uno stesso partito politico si può trovare che tra i suoi massimi dirigenti corrano le querele.

Dunque il partito va ripensato. Per la minoranza interna, farlo significa fermarsi. All’orizzonte c’è la riforma della scuola, più in là ci sarà la riforma costituzionale del Senato, e la sinistra del Pd si prepara a far pesare la propria consistenza parlamentare, a Palazzo Madama, per indurre il premier a più miti consigli, sull’una e sull’altra legge.

Ma una simile scelta avrebbe il significato di un brusco cambio di linea politica, che Renzi non è affatto intenzionato a concedere. Non è affatto disponibile, in particolare, a interpretare il voto di domenica come una bocciatura. Un conto poi è accantonare il partito della nazione, un altro è mettersi a cercare, in un rinnovato moto di purezza ideologica, solo i voti della sinistra a denominazione d’origine controllata (e controllata, s’intende dalla vecchia ditta). La prima cosa Renzi può farla: la seconda di sicuro non gli appartiene. Le analisi del voto, tuttavia, si protrarranno ancora per giorni: in fondo, si tratta del pezzo più antico e pregiato della tradizione post-elettorale dei partiti italiani. Ma, al dunque, quando la nube di parole si sarà dissolta, si tratterà di dare risposte di governo, sia a livello nazionale che a livello locale. E su quello Renzi verrà misurato, a Roma così come nel Mezzogiorno.

Il partito, però, resta il tema. Anzitutto perché la minoranza ha, al momento, numeri per mettere in difficoltà il governo, almeno al Senato. E poi perché un partito serve: per motivare, per mobilitare, per formare, per selezionare, per raccogliere idee e uomini, proposte e iniziative.

Sul primo punto, cioè sull’interdizione che la sinistra del Pd conduce instancabilmente, c’è poco da dire, se non individuare le colonne d’Ercole oltre le quali spingersi vuol dire navigare per altri mari. Mollare gli ormeggi lo ha fatto Pippo Civati e, finora, nessun altro. Ma se il partito democratico rinuncia a indicare dove finisce il mare interno, e dove comincia invece l’oceano esterno, le acque si mischiano, non si capisce più chi – e soprattutto in nome di chi o di che cosa – prende la parola, e come dunque si possa proseguire la navigazione. Forse non ce lo si può più permettere. O forse Renzi non se lo può permettere, e deve provare a mettere alle strette quella parte della minoranza che non vuole tirare la corda fino al punto di rottura, che non vuole far cadere il governo e interrompere la legislatura, che può dissentire ma non intende boicottare. Quella parte c’è, magari lunedì sera, in direzione, verrà allo scoperto ed è verso di essa che sono stati compiuti i primi, accorti passi.

Sul secondo punto, le cose sono invece più lontane da una necessaria chiarezza di intenti. Se un partito fa la riforma della scuola, e non fa una sola iniziativa per spiegarla, per sostenerla, per promuoverla, vuole dire o che non crede a quella riforma, o che non è più un partito. Ancora: se un partito sceglie i suoi candidati alle primarie, ma un minuto dopo la scelta prende a dubitare del candidato, oppure delle primarie, o delle due cose insieme, di nuovo: o non si riconosce in quel candidato, o non è più riconoscibile come partito.

Sono accadute, per limitarci a quest’ultimo mese di campagna elettorale, entrambe le cose. E questo prescinde dal merito delle scelte: riguarda invece il nesso fra le scelte e il partito, cioè gli uomini, le strutture, i programmi che debbono sostenerle. Se quel nesso salta, del partito non resta che il marchio, il nome, casomai il volto che riesce, per la sua forza personale a realizzare la sintesi, ma su ogni altro piano la vede inevitabilmente smembrarsi fra notabilati locali, faide piccole e grandi, iniziative estemporanee, candidature improvvide.

Un partito della nazione non può essere questo. Ma, a parlar chiaro, non può esserlo un partito quale che sia, non importa se della nazione o meno.

(Il Mattino, 4 giugno 2015)

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