Il dramma oltre gli slogan

Immigrazione

In un’operazione senza precedenti, le navi dei paesi europei che incrociano nelle acque del Mediterraneo sono impegnate da ieri nel soccorso di almeno quattordici barconi zeppi fino all’inverosimile di migranti. Il ministro della difesa britannico, Michael Fallon, a bordo di una delle navi accorse nella zona, ha dichiarato che nel breve periodo vi sarà sempre più bisogno di navi europee in quel tratto di mare. Le quali, tuttavia, non basteranno. Accorrono navi italiane, irlandesi, tedesche: non basteranno. Dalla Turchia all’Egitto alla Libia, un continente intero si affaccia sul mare e prova ad attraversarlo. Con ogni mezzo. Con ogni tempo. E non sono viaggi della speranza: nessuno spera più nulla, ormai. Sono piuttosto viaggi della disperazione, accompagnati dalla certezza che è meglio fuggire, meglio lasciarsi alle spalle la fame, la miseria, la guerra. Qualunque cosa si troverà sul mare, foss’anche la morte.

Nelle scorse settimane l’Europa ha provato a imbastire una prima risposta comune. In realtà, non ha ancora messo bene a fuoco neppure la domanda. C’è infatti sicuramente un’emergenza, ogni qual volta giunge notizia di un barcone alla deriva, o di corpi dispersi in mare. Quando però è un’umanità intera che con una flottiglia di fortuna tenta la traversata, quando si sa che dietro la linea dell’orizzonte vi sono già altre barche che hanno levato le ancora, e basta levarsi in volo con un elicottero, oppure scattare una foto con un satellite, o semplicemente attendere qualche ora per vederle – quando tutto questo accade, tergiversare è ridicolo, minimizzare è colpevole, ignorare è delittuoso.

Nel breve periodo, dice Fallon, occorrono più navi. È almeno il segno che una qualche consapevolezza della crisi umanitaria va facendosi largo. Ma nel lungo periodo? Ci vuole più intelligence, ha detto il ministro di Sua Maestà, per sgominare la rete che sostiene gli scafisti e lucra sulla pelle dei profughi. Ma forse avrebbe dovuto aggiungere che ci vuole più politica, per fare le due cose che la politica è essenzialmente chiamata a fare.

Una è senz’altro agire; l’altra, però, è rappresentare. Sono necessarie entrambe. È necessario agire perché fin quando le coste libiche rimarranno incontrollate, non saranno né le navi né i pool dei servizi segreti a sgominare il traffico di esseri umani che ogni giorno avviene nelle acque del Mediterraneo. Ci vuole molto di più: ci vuole una ricostruzione di equilibri politici e statuali che sono stati compromessi, senza avere minimamente idea di quel che sarebbe capitato dopo. E il «dopo» – il dopo la primavera araba – è ormai arrivato. Non lo può fare l’Italia, da sola, ma lo deve fare l’Unione europea. Se però non lo fa, è perché la politica non riesce a fare l’altra cosa necessaria. Si agisce infatti politicamente sulla base di ciò che si intende rappresentare. Di quello che si vuole essere. Bisogna che i cittadini europei sentano allora come una questione che li concerne maledettamente da vicino la domanda che i migranti rivolgono loro: chi siete? Noi siamo quelli che fuggono, voi chi siete? Dove stanno insomma, gli europei, quando vedono i barconi alla deriva e le facce di povera gente consumate dal sole e dalla salsedine? Cosa chiedono: che si alzi il ponte levatoio, e si tengano quegli estranei fuori dalla fortezza europea, o che si tirino su quelli che hanno ancora forza per aggrapparsi ad una mano tesa? La mano è per respingere o per accogliere? Il diritto, i diritti: a chi appartengono? Sono un bene di tutti, degli uomini in quanto uomini o solo dei cittadini europei?

Nel breve periodo, più navi. Ma la politica non è fatta per il breve periodo, e di fronte a un fenomeno di proporzioni così ampie non può sottrarsi alle domande più radicali. Vorrei aggiungere: una domanda radicale è una domanda per la quale non c’è davvero una risposta. Nessuno, per esempio, sa davvero cosa significhi essere felici, o in cosa consista la giustizia. Ma non per questo la sua vita non ruota intorno a questi assi, che gli riesca o meno di star su. Allo stesso modo: non basta alla sinistra dire che bisogna accogliere tutti senza altra considerazione, e non basta alla destra dire che bisogna respingere tutti con altrettanta assolutezza. Queste sarebbero solo pseudo-risposte, tanto facili quanto irresponsabili, tanto semplici quanto ineffettuali. Fate che li volete respingere tutti: arriveranno lo stesso. Fate invece di volerli accogliere tutti: neppure questo potrà mai riuscirvi. Cionondimeno, questa è la croce del presente che la politica deve provare a comprendere, cercando di restar dritta. Di tenere dritte le barche, senza che affondino con il loro carico di vite umane. Di tener dritti gli Stati europei, evitando che si pieghino troppo per il peso dei rispettivi egoismi. Di tener dritti, infine, anche i nostri cuori, spesso troppo velati di facili lacrime, o peggio gonfi di cieco risentimento.

(Il Mattino, 7 giugno 2015)

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