L’eterna tentazione della bandana

Acquisizione a schermo intero 24062015 200854.bmpUna stretta di mano gelida è quasi una contraddizioni in termini: non meraviglia però che se la siano scambiati ieri, alla festa della Finanza, Luigi De Magistris e Vincenzo De Luca. Per gli antropologi, stringere la mano è infatti il contrario della freddezza, è un modo di ridurre lo spazio interpersonale, un modo per verificare l’odore dell’altro: un modo di annusarsi, insomma.

Ma qualcosa evidentemente non ha funzionato, e forse non sono stati i segnali chimici e olfattivi, ma quelli politici a spingere i due non già ad avvicinarsi e a sigillare patti, ma a mantenere la massima distanza possibile, fatto salvo il dovere istituzionale di salutarsi. Gelidamente, appunto.

Eppure le cose sembravano avere preso una piega diversa, solo pochi giorni fa, quando si erano ritrovati alla stessa tavola, complice la mediazione di Raimondo Pasquino. La notizia era filtrata sui giornali, e la riservatissima cena, che doveva preludere ad una ripresa del confronto fra il partito democratico e il sindaco di Napoli, era finita sulla bocca di tutti.

È possibile che De Luca fosse stato già contrariato dalle indiscrezioni che avevano accompagnato quel primo contatto. Certo è che l’intervista in seguito rilasciata da De Magistris, in cui il sindaco tornava ad escludere categoricamente un accordo col Pd, deve averlo irritato non poco, e il dialogo, appena avviato, si è subito interrotto. A De Luca, che sta provando a costruire la futura giunta regionale prendendosi i più ampi margini di autonomia dalle forze politiche di maggioranza, tornava utile dimostrare di poter costruire un rapporto solido di collaborazione con l’area che su Napoli fa ancora riferimento a De Magistris. Dalle difficoltà che la legge Severino frappone al suo insediamento De Luca sta provando ad uscire costruendo da un lato un programma ad impatto immediato, dall’altro dimostrando di avere lui tutte le atout politiche in mano: non solo su Salerno, dove non ha difficoltà a definire le condizioni della successione, ma anche su Napoli, dove si trattava appunto di stabilire una cerniera con la maggioranza, in vista delle prossime elezioni comunali.

Né il pontiere Pasquino, che volentieri sarebbe traslocato da Palazzo San Giacomo a Palazzo Santa Lucia, magari nelle vesti di vice-Presidente, né il neo-eletto De Luca hanno però fatto i conti con la coazione a ripetere che costringe De Magistris dentro lo schema del 2011, e che evidentemente gli impedisce di lavorare ad uno scenario diverso da quello che lo ha portato sulla poltrona di primo cittadino. Non fu forse il disastro delle primarie del partito democratico a spianare la strada al magistrato d’assalto? E non è per questo, perché deve a quel disastro tutta la sua fortuna politica, che a De Magistris riesce impossibile calarsi in una logica di accordi fra partiti, di rapporto fra alleati, di costruzione di rapporti politici?

Il ragionamento potrebbe anche tenere, se dal 2011 ad oggi non fosse cambiato nulla. Ma le elezioni dimostrano invece che molto è cambiato: il Movimento Cinque Stelle ha preso un quartodei voti alle scorse elezioni regionali, e in quel così ampio consenso vi è sicuramente una larga parte degli elettori che quattro anni fa votarono De Magistris. È abbastanza complicato immaginare che, in presenza dell’agguerrita offerta politica grillina, i voti della jacquerie napoletana tornino disciplinatamente a sventolare la bandana arancione. Molto più probabilmente, quei voti il sindaco non li ha più, anche se continua a comportarsi come se li avesse, con piglio movimentista, facendo e disfacendo, cenando e poi mandando di traverso la cena ai suoi interlocutori.

Se però si capisce perché De Magistris, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, non sappia o non voglia interpretare un ruolo diverso da quello fin qui tenuto, si capisce un po’ meno cosa pensi di fare il Pd. Invece di inseguire un elettorato che, se molla De Magistris, è facile che si sposti sui Cinque Stelle, dovrebbe lavorare a costruire una proposta davvero credibile, negli uomini e nei programmi, di rilancio della città. Farlo senza timidezze e abboccamenti, senza cercare piccoli accordi di potere in una logica meramente pattizia, parlando invece alle forze vive della società napoletana, danno sostanza alla propria opposizione all’attuale Amministrazione, costruendo con la sponda istituzionale della Regione una proposta concreta di governo del territorio. Di lavoro da fare ce n’è, insomma. E, per il Pd, la distanza vera da accorciare con qualche stretta di mano non è con la giunta in carica, ma con la città.

(Il Mattino – ed. Napoli, 24 giugno 2015)

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