I cento complotti di De Magistris

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Dopo i Protocolli dei Savi Antichi di Sion, le scie chimiche e il falso allunaggio, nella classifica dei complotti più famosi al mondo, o almeno sotto il Vesuvio, entra di prepotenza quello ordito ai danni del sindaco di Napoli. Se Elvis Presley inscenò la sua morte, e i rettiliani governano occultamente il mondo, non sarà che tutto l’ambaradan della legge Severino sia stato architettato al solo scopo di fregare Luigi De Magistris? Questo almeno lascia intendere il sindaco, nell’intervista rilasciata ieri a questo giornale. Chi ha scritto infatti la legge Severino? Il ministro Severino, e chi sennò? E da chi era difeso Romano Prodi, parte civile nel processo che ha portato alla condanna di De Magistris? Dallo studio legale Severino. Due più due fa quattro, e la prova è data. In realtà, con questi argomenti, due più due può fare qualsiasi risultato. La legge Severino è firmata effettivamente dal ministro della Giustizia del governo Monti, però è stata voluta anzitutto dal ministro dell’Interno Cancellieri, e redatta insieme al ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi: tutti complottardi? Evidentemente sì.  Quanto al non piccolo particolare che la condanna in primo grado di Giggino è intervenuta dopo la legge, non prima, che ci vuole a sistemare le cose? Basta immaginare trame nascoste e segrete cospirazioni, e si può facilmente supporre che il giudizio della magistratura sia stato abilmente orchestrato a danno del malcapitato Sindaco.

Ma non finisce qua. Perché De Magistris ne ha anche per Raffaele Cantone. In passato, ‘o  Sinnaco ha lanciato sassi contro il Quirinale, quando vi sedeva Giorgio Napolitano: volete che si fermi davanti all’Autorità Nazionale Anticorruzione? La quale Autorità si era pronunciata contro la nomina di Raffaele Del Giudice alla guida di Sapna (la società provinciale che gestisce il ciclo dei rifiuti), e il collegio sindacale di Sapna aveva sostenuto il parere dell’Anac. Ebbene, chi presiedeva il collegio sindacale di Sapna? Ma Michele Cantone, fratello di Michele. Tutto torna, dunque, e la cospirazione è provata. La verità ha poi trionfato ugualmente perché il complotto è stato smascherato dal Tar, ma De Magistris non può star zitto lo stesso, perché De Magistris «non molla mai». Pure qui, in realtà, c’è un particolare che non torna: Michele Cantone si astenne dalla redazione del parere citato da De Magistris, per evitare illazioni. Ma di nuovo: se stai ipotizzando che il mondo ce l’ha con te, questi sono dettagli che lasci a qualche Azzeccagarbugli, tu sei il sindaco che scassa tutto, puoi ben evitare di curartene.

E così De Magistris continua a dare di sé il ritratto che a suo dire piace tanto ai napoletani: quello del Sindaco che a mani nude lotta contro i poteri forti, i poteri occulti, le trame di Palazzo (anche se nel Palazzo lui siede ormai da un bel po’). E così, mentre dice «basta con la storia del soggetto isolato», dice pure che però lui è «l’unico riferimento istituzionale in circolazione»; mentre parla di «autorevolezza nazionale» restituita alla città, se la prende con l’Autorità nazionale anticorruzione, e, en passant, con qualche ex ministro ed ex Presidente del Consiglio. C’è contraddizione? Tanto peggio per la contraddizione!

Tutto ciò ha però una precisa coerenza: il sindaco della gente, senza partiti alle spalle, non può sedersi a un tavolo come un politico qualsiasi e fare l’accordo con il Pd. Non ci sono le condizioni, ripete. «La mia forza non è quella di essere il sindaco di centrosinistra», insiste. E mentre lo dice lascia intendere che in realtà una condizione c’è, ed è quella che ha messo lui: se proprio il partito democratico non sa che pesci pigliare, può mettersi in coda e sostenerlo. «Ben venga»! Basta, ovviamente, che il Pd venga così: con il cappello in mano. O magari in ordine sparso.

Su questo, peraltro, De Magistris ha ragioni da vendere: veramente il Pd non sa, al momento, a che santo votarsi. È vero, manca ancora un anno alle elezioni comunali, ma già si capisce che per ogni nome che vorrà tirar fuori, si troverà certo qualcuno disposto a impallinarlo. Dopo il disastro delle primarie del 2011, e il fallimento del Prefetto Morcone, andare appresso a De Magistris significherebbe però certificare questo stato, ammettere che, nel frattempo, non è maturata alcuna proposta politica seria. Può essere che non ci sia altro da fare. Del resto, alla Regione c’è ora De Luca, che nella sua Salerno il simbolo del Pd non ha voluto vederlo nemmeno col cannocchiale: a che serve proporlo allora a Napoli?

Già: a che serve? A che servono i partiti? Qualcuno ancora, ostinatamente, se lo chiede. Ma, ovviamente, tocca ai partiti dimostrare che a qualcosa servono: non certo a De Magistris. E forse nemmeno a De Luca.

(Il Mattino, 27 giugno 2015)

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