Archivi del giorno: luglio 7, 2015

Il monocolore della responsabilità

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«L’assoluta autonomia» del Presidente De Luca si traduce, con la nomina della nuova Giunta campana, in una «grande apertura alla società civile». Tra l’una e l’altra non ci sono i partiti. Vincenzo De Luca non li ama, probabilmente ricambiato. Chiunque conosca la sua storia di sindaco della città di Salerno sa che il suo largo consenso popolare non è mai stato mediato dai partiti politici. La legittimazione gli viene direttamente dal voto popolare, che non a caso raccoglie esibendo il meno possibile il simbolo del partito di appartenenza. È stato così anche con le primarie, che ha vinto nonostante pochi, nel Pd, avessero sposato una candidatura dai tratti contundenti, non solo per i problemi legati alla legge Severino.

Ora che De Luca ha potuto finalmente procedere al suo primo atto da Presidente della regione Campania, scegliendo gli otto assessori che lo affiancheranno nel governo della regione, non si è smentito. Ha formato una giunta al femminile (in questo facendo meglio persino di Matteo Renzi, che ha sempre vantato, a Roma e a Firenze, il rapporto alla pari fra uomini e donne), e ha pescato prevalentemente fra docenti universitari, alcuni dei quali con precedenti esperienze di carattere amministrativo. Ma non vi sono nomi eclatanti, o scelte dirompenti: si capisce subito che, rispetto alla promessa formulata all’indomani delle elezioni – vi farò sognare! – De Luca si è convinto che l’unico che possa far sognare davvero i cittadini campani sia lui.

Anche la distribuzione delle deleghe conferma lo stile di governo dell’uomo: De Luca ha trattenuto per sé competenze importanti – in particolare in materia di sanità, e di agricoltura – confermando che la giunta è, in sostanza, un monocolore deluchiano, con la fidatissima spalla di Fulvio Bonavitacola a fare da vice.

Una simile scelta, che accentua i tratti personali del nuovo governo della Regione, aumenta naturalmente anche le responsabilità del Presidente. De Luca non è tipo da sottrarsi. È anzi parso chiaro, nella conferenza stampa di presentazione della giunta, che proprio questo De Luca cerca: un giudizio sulla sua persona, e un rapporto diretto con l’elettorato e l’opinione pubblica, che probabilmente verrà coltivato anche attraverso una presenza assidua sugli organi di stampa – anche questa  non è una novità, rispetto agli anni da sindaco di Salerno – e con un robusto tono polemico, è facile presumere, nei confronti della politica che dovesse provare a presentargli il conto del sostegno in consiglio regionale.

Qui sta la prima, vera scommessa che De Luca intende giocarsi: non è al consenso dei partiti e delle liste che De Luca guarda, ma a quello che riuscirà a garantirsi con l’azione di governo. In realtà, la vittoria di maggio è arrivata di misura, grazie anche all’appoggio delle formazioni minori, e di pezzi di ceto politico cui programma e prospettiva politica interessano molto meno della gestione del potere. Per loro, il sogno non è ancora cominciato, e non è detto che cominci.

Una cosa però va detta subito: che nell’ansia di sbarazzarsi di vassalli, valvassori e valvassini annidati in quel che resta dei partiti – o, anche, nella stessa macchina amministrativa regionale, che dovrà abituarsi a una nuova linea di comando – De Luca non si è spinto fino al punto di emulare l’effervescente inventiva di Michele Emiliano, che in Puglia ha pensato bene di procedere alle consultazioni online e, in esito, alla nomina di tre assessori grillini. Il tema però è lo stesso, e lo si può volgere sia in positivo che in negativo: nel Mezzogiorno una classe dirigente diffusa da cui attingere non c’è, e bisogna inventarla. Emiliano lo fa carezzando la demagogia dei Cinque Stelle, De Luca invece battendo i pugni sul tavolo. Si può lamentare in tutto ciò l’assenza di una indispensabile funzione di controllo e di mediazione, che partiti ormai devertebrati non sono in grado di esercitare, e la sostituzione dei tradizionali corpi intermedi con staff di uomini legati da rapporti di fiducia di tipo personale, ma si può anche ravvisare in queste scelte un’esigenza di decisione molto più vicina a ciò che i cittadini si aspettano e su cui pensano di potere e dovere giudicare. E magari anche più funzionale alle concrete esigenze di governo del territorio.

Resta un ultimo terreno di giudizio. A Caldoro che ha iscritto tutta la sua esperienza amministrativa sotto il segno delle responsabilità della passata stagione, che ne frenavano a suo dire l’azione, De Luca ha sempre replicato che questa tiritera può valere per qualche settimana o mese: non oltre, non per un quinquennio. Ora che tocca a lui, si può star sicuri che non farà lo stesso. Ma si può stare altrettanto sicuri che non funzionerà come scusa o pretesto il nome di questo o quell’assessore, più debole perché non sostenuto dai partiti e perciò più facile da scaricare, in caso di difficoltà? Neanche questa scusa in realtà potrebbe alla lunga funzionare, visto che nel nominare la giunta e nel distribuire le deleghe De Luca ha deciso tutto da solo, «in assoluta autonomia».  Così sono davvero finiti gli alibi, e non c’è che da vedere il nuovo presidente della Campania all’opera, senza pregiudizi.

(Il Mattino, 7 luglio 2015)

Nei concorsi due lauree e due misure

Acquisizione a schermo intero 07072015 095232.bmpE intanto, nelle aule parlamentari, avanza la riforma della pubblica amministrazione. Riforma complessa, difficile, che tocca posizioni e interesse consolidati. Riforma necessaria, ineludibile, che deve consentire al Paese un profondo svecchiamento dell’organizzazione dei servizi pubblici. Riforma strampalata, però, se nel mentre si approva il disegno di legge si imbarcano emendamenti che sembrano piovuti da Marte.

Con l’ultimo passaggio parlamentare, è passato difatti un emendamento che stabilisce il «superamento del voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso». Che cosa significa codesto superamento? Che mentre finora per entrare nei ranghi della pubblica amministrazione, o partecipare alle procedure concorsuali, era sufficiente il requisito del titolo di studio, in base all’emendamento appena approvato quel requisito non conta più. O per meglio dire: conta, ma conta pure (e conta soprattutto) da quale Ateneo provenga il candidato, quale istituzione abbia cioè rilasciato il titolo.

La laurea non metterebbe cioè più i laureati su un piede di parità. Ma la domanda che evidentemente nessuno si è fatto in Parlamento è se almeno, nell’accesso al sistema universitario nazionale, gli studenti italiani siano tutti su un piede di parità. Se sì, nulla quaestio: vi saranno allora quelli che hanno scelto un Ateneo più prestigioso, il cui corso di studi è probabilmente più difficile e selettivo, e la riforma della pubblica amministrazione in corso di approvazione premierà giustamente questa scelta. Ma se così non è, e se invece gli studenti italiani scelgono anche in considerazione di altri fattori: la vicinanza geografica, ad esempio, oppure il costo delle tasse universitarie, allora altro che premio! Una riforma così congegnata lede il principio di eguaglianza e penalizza coloro che per necessità e non per scelta (in base cioè al bisogno, se si può ancora usare questa parola) devono più modestamente preferire un Ateneo di serie B.

Ma esistono, poi, gli Atenei di serie B? E come vengono classificati? In base a cosa? La questione della valutazione del sistema universitario nazionale è una questione aperta, discussa, controversa. È chiaro che un emendamento come quello approvato dal Parlamento la salta a piè pari: fa finta che non vi siano problemi da quel lato, e prepara il passo successivo: prendere una classifica qual si sia – meglio internazionale, suggerisco, dal momento che un pizzico di esterofilia non guasta mai, quando si tratta di valutazione del merito – e su quella base mandare alcuni Atenei in Champions League, e condannare gli altri all’inferno dei play off. Di classifiche in effetti ne circolano già, e curiosamente le Università del Mezzogiorno non occupano mai, o quasi mai, le prime posizioni: sarà il caldo? Sarà la pigrizia dei meridionali? Saranno tare ereditarie o forse profondi vizi antropologici? Oppure c’entrerà qualcosa il più basso livello economico, sociale e civile in cui versano larghe parti del Sud d’Italia. Com’è, come non è, una norma del genere non si propone certo di cambiare le cose, di dare una mano al Mezzogiorno e di valorizzarne le risorse umane, cercando magari di scoraggiare la fuga di cervelli. Tutt’al contrario: favorisce la fuga, anzi la invoglia. E così quella «desertificazione umana» di cui parlava l’ultimo rapporto presentato dallo Svimez qualche mese fa trova un nuovo, simpatico motivo per consolidarsi. Perché chi vuole studiare dovrebbe infatti restare quaggiù? Perché non iscriversi in qualche università del Nord meglio piazzata in classifica, che dà quindi maggiori probabilità di trovare lavoro nell’amministrazione pubblica? (O forse si tratta del solito lamento leghista, del fatto che cioè ci sono troppi impiegati statali meridionali che tolgono lavoro a quelli del Nord, per cui la manina parlamentare sta cercando di scoraggiare nuovi ingressi?).

Intendiamoci: nonostante la febbre di riforme che da anni possiede il Paese nel campo dell’istruzione, della formazione superiore e della ricerca, e spinga il legislatore a cambiare le regole in continuazione, nonostante questo alacre spirito riformatore l’università italiana continua ad avere non pochi problemi. Per alcuni, l’Italia ha pochi laureati; per altri non ne ha abbastanza di qualità. Per alcuni, si fa troppo poco per il diritto allo studio; per altri va abolito il valore legale dello studio. Per alcuni, l’attuale sistema di valutazione non funziona; per altri, il problema è se mai la sua implementazione. Si potrebbe continuare, ma per quanto lungo fosse l’elenco delle questioni intorno a cui si ragiona, non se ne troverebbe nessuna a cui risponda l’improvvido emendamento approvato ieri. Il quale prova solo a introdurre un principio di differenziazione fra le università italiane nella maniera più maldestra possibile: credendo forse di premiare il merito, in realtà premiando la lotteria della fortuna che bacia quello che può permettersi il Politecnico di Torino o Milano Bicocca, e condanna tutti gli altri che non hanno le stesse possibilità. Così è, se vi pare.

(Il Mattino, 3 luglio 2015)