Il diritto penale nel sagrato della politica

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Con la condanna inflitta ieri a Silvio Berlusconi (e a Valter Lavitola), per la prima volta si squarcia il velo di quanto avviene o può avvenire nelle aule parlamentari, o forse nei corridoi che conducono fino ad esse. L’obbligatorietà dell’azione penale ha condotto il giudizio fin là, dove non era mai giunto, e dove si credeva non sarebbe mai giunto, per via della necessaria divisione dei poteri. Alcuni esulteranno: un velo fatto di menzogna ed ipocrisia è caduto, e ora finalmente sappiamo, per bocca di un tribunale, come votano deputati e senatori, e in base a cosa decidono di dare o negare la fiducia a un governo. Per altri, la corruzione ha inferto il colpo più grande proprio alla possibilità di tenere la dialettica politica dietro una riservatezza che può nascondere anche i più inconfessabili interessi, ma rimane pur sempre un presidio di libertà. È difficile dirlo in questo momento, è difficile mostrare una preoccupazione anzitutto per l’istituto parlamentare: è difficile ma è necessario. Non si tratta, per essere indulgenti, di fare l’elogio dei maneggi, che dai tempi del senato romano costellano la vita delle assemblee: si tratta di difendere le istituzioni rappresentative come un bene più grande anche del marciume che vi si può formare dentro.

Certo, la sentenza si commenta da sola. Un ex Presidente del Consiglio che, perse le elezioni, usa la sua forza economica per spostare il voto del Senato della Repubblica italiana tramite la compravendita di suoi rappresentanti e determinare così la caduta del governo in carica non è un fatto che possa essere messo a pari delle precedenti disavventure giudiziarie del Cavaliere: è di un’altra scala. Non è in scala nemmeno con altri episodi più o meno torbidi della vita repubblicana e, forse, dell’intera vita unitaria dello Stato italiano. Poi, però, bisogna pur aggiungere che si tratta del convincimento dei giudici di primo grado, e tenere presente che con ogni probabilità, in autunno, interverrà la prescrizione, a meno che Berlusconi non decida di rinunciarvi per vedersi restituita in appello la sua piena onorabilità (sarebbe un gran gesto), ma resta la gravità dell’evidenza giudiziaria definita ieri.

Detto ciò, non ci si può esimere da un giudizio sulla seconda Repubblica.

Che non finisce il 24 gennaio 2008, quando il Senato nega la fiducia al governo Prodi determinando anche la fine della quindicesima legislatura, ma di sicuro si rivela per quel che è stata: il punto di maggiore fragilità, di maggiore friabilità mai raggiunto dalla politica italiana, il punto di massima inconsistenza delle forze politiche, sulla cui scomparsa hanno potuto prosperare le meschine avidità di uomini privi di qualunque dignità politica e morale. Ovviamente, nessuno si sogna di mettere sullo stesso piano chi, in base alla sentenza del tribunale di Napoli, corruppe, e chi rimase vittima dell’episodio della corruzione. Ma un conto è il giudizio penale, e un altro è il giudizio storico, e anche se si assume come vero e definitivo quel che ieri è stato deciso, bisogna evitare di schiacciare un aspetto sull’altro. E avere così il coraggio di dire che il centrodestra è stato un po’ meglio di quel che appare dalla sentenza di ieri, e che il centrosinistra non può illudersi di essere stato meglio di come è stato, in base ai fatti acclarati ieri.

Romano Prodi, che fu sicuramente il principale bersaglio della manovra messa in atto da Berlusconi, non può dire che, senza la compravendita dei senatori, avrebbe governato tranquillamente per tutta la durata della legislatura. Il voto contrario del senatore De Gregorio si unì al voto contrario dei mastelliani e di altre microformazioni, la cui semplice esistenza era già di per sé indice di scarsissima tenuta del quadro politico-parlamentare. In particolare, l’Udeur, il partito di Mastella, era già passato all’opposizione e il Guardiasigilli aveva già presentato le dimissioni. L’estrema debolezza dell’Unione guidata dal Professore era insomma evidente da settimane, se non addirittura dall’inizio dell’esperienza governativa, resa possibile dal convergere dei voti del centro moderato e di quelli della sinistra comunista: un quadro che definire labile e confuso è dire poco. L’Unione non è stata, per il centrosinistra, il ponte tra l’Ulivo degli anni Novanta e il Partito Democratico di oggi. O forse sì: ma nel senso che dall’uno all’altro il centrosinistra è stato portato proprio dal crollo di quel ponte. Come una volta si diceva in un linguaggio che tutti capivano: non c’erano le condizioni politiche per andare avanti, e le spallate e i colpi sotto la cintola non avrebbero mai sortito l’effetto cupamente desiderato da Berlusconi, se così non fosse stato.

Ma anche la storia del centrodestra non può essere raccontata come se la sentenza di ieri la ricapitolasse interamente. Certo, l’identificazione con la leadership di Berlusconi non consente di fare troppe distinzioni. Ma anche il Cavaliere non è sempre stato lo stesso, ed il consenso di cui ha goduto non si può considerare che sia stato solo estorto con l’inganno, con la propaganda o con la soverchiante forza economica. Il potere, anche il più brutale, deve tradursi in parola e sapersi dire. Per molto tempo Berlusconi ha saputo farlo: convincendo, non già costringendo. Il fine non giustifica i mezzi: non sempre almeno, e non in questo caso. Ma i mezzi non condannano sempre il fine, perché non vi hanno con essi un rapporto necessario. A sinistra è facile cedere oggi alla tentazione di un racconto soltanto giudiziario della seconda Repubblica. Sta al centrodestra bere fino in fondo il calice amaro della condanna e proporre un’altra lettura, con altri mezzi, da un’altra parte.

(Il Mattino, 9 luglio 2015)

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