Quella sinistra che non cambia

Acquisizione a schermo intero 31072015 143211.bmpAnticipazioni del Rapporto Svimez 2015. Capitolo 3: «il Mezzogiorno alla deriva». Seguono, nei capitoli successivi, le parole: crollo, crisi, divario, caduta, allarme. Seguono, soprattutto, numeri catastrofici: settimo anno consecutivo di diminuzione del PIL, che nel Sud è il 53% di quello del Nord, diminuzione dei consumi del 13% in sei anni, nascite ai minimi storici, una persona su tre a rischio povertà, solo un giovane su quattro con un lavoro.

Ora, lasciamo perdere i dettagli: come si prende una fotografia del genere? Che tipo di discussione deve suscitare nel Paese? Che genere di risposta bisogna aspettarsi dalla politica? Riesce difficile, infatti, evitare formule che si ripetono sempre uguali, modalità che il discorso pubblico conosce e macina stancamente, anno dopo anno, rapporto dopo rapporto. Del resto, non aveva detto lo Svimez, lo scorso anno, che il Sud sta conoscendo un fenomeno di progressiva desertificazione umana e industriale? Lo aveva già detto, e non fa che ribadirlo: è il deserto che avanza.

Ma in mezzo a questo deserto non bisogna nascondersi quel che effettivamente è cambiato, cioè il quadro politico. Dopo le elezioni regionali, e per la prima volta, il partito democratico governa il Paese in lungo e in largo: a livello centrale e a livello periferico, al Nord e al Sud, nelle regione e nelle città. Difficile dunque che possa sottrarsi alle responsabilità che è chiamato ad assumersi. Difficile fare il gioco del cerino acceso da lasciare in mano a Roma oppure a Napoli, a seconda delle necessità. Nel rapporto Svimez si legge ad esempio (ma non è un esempio tra gli altri) che la spesa in conto capitale della pubblica amministrazione è calata negli ultimi anni in tutto il Paese, ma il calo è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che è dunque maggiormente penalizzato dal rigore dei conti pubblici: «in termini assoluti, la diminuzione del livello della spesa nel Mezzogiorno è stata di 9,9 miliardi di euro (da 25,7 miliardi del 2001 a 15,8 miliardi)». Questo dato non può non essere ricondotto ad una scelta politica: è la scelta giusta? È questa la via attraverso la quale si ritiene che il Sud potrà ricostruire la sua economia? È la via che il governo intende percorrere anche nei prossimi anni? C’è nel Pd una voce meridionalista che sia in grado di porre, a partire da questi numeri  la questione delle politiche verso il Mezzogiorno? Se si amplia lo sguardo, si trova – è ancora il rapporto a confermarlo – che la crisi ha colpito più intensamente le zone deboli dell’area euro. Di nuovo: non per una triste fatalità naturale, ma per il tipo di governance economica che l’Unione europea ha imposto ai Paesi membri, e per le asimmetrie introdotte e accentuate dalla moneta unica e dall’allargamento a est: che si fa? Si prosegue lungo la stessa rotta? Si sposa la linea di Samuel Beckett: «ho sempre tentato, ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio»? Forse però, prima di farlo, varrebbe la pena di ricordare che Beckett era il campione dell’assurdo. Che va bene a teatro, un po’ meno in politica.

Ma a proposito di assurdo: non lo è abbastanza la guerra strisciante che la minoranza del Pd conduce per logorare Renzi, per condizionare il governo? Ieri la maggioranza è andata sotto sulla questione del canone, ed è sembrato proprio che più nessuna solidarietà di partito trattenesse un nutrito gruppo di senatori piddini, interessati a dimostrare che il Senato della Repubblica sono ancora le forche caudine per le quali deve passare il premier, qualunque sia il tipo di sostegno che il nuovo gruppo di Verdini darà alla maggioranza sulle riforme costituzionali.

Questo è il punto: un punto puramente tattico, di posizionamento, la resistenza sorda contro il pericolo di marginalità politica a cui la minoranza del Pd sarebbe costretta se le riforme di Renzi passassero.

Ma questo Pd impegnato in una guerriglia interna – a bassa intensità ma a forte potere di interdizione – può reggere una sfida che fa tremare le vene e i polsi, come quella che il rapporto Svimez consegna? Si può continuare con schermaglie sfibranti, mentre metà del paese precipita in uno scenario «greco»? E non corre la sinistra il rischio di replicare una storia che ha già conosciuto con Romano Prodi, quando pure governare si poteva solo in mezzo alle resistenze di chi, dall’interno stesso della maggioranza, remava contro? La sinistra corre questo rischio: ma Renzi intende davvero correrlo? Fino a quando potrà permetterselo?

(Il Mattino, 31 luglio 2015)

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