Archivi del mese: agosto 2015

I volti dei bambini che annegano nel buio

Fingal's cave by Joseph Mallord Turner.jpg

Le foto che vi raccontiamo sono disponibili da più di 36 ore. Non devono essere cercate, né si tratta di occultarle: sono infatti già in rete, sono a disposizione del miliardo di utenti di Facebook, e si trovano sui siti che raccontano il dramma dei migranti, i morti in mare. Non si pubblicano per umanità, per pudore, per decenza. E per il timore che possano suscitare una curiosità morbosa. Però ci sono, sono con ogni probabilità vere e raccontano ciò che accade sempre, ad ogni sbarco. Ritraggono corpi di bambini deceduti insieme a decine di persone nell’ultimo naufragio del Mediterraneo: di fronte a Zuwarah, città costiera situata un centinaio di chilometri ad ovest di Tripoli. Nonostante i rischi, nonostante i pericoli, nonostante i morti, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini continuano ad affrontare il mare aperto; a migliaia muoiono. Muoiono i bambini.

Uno giace disteso, le labbra livide, gli occhi chiusi e le braccia levate – solo i bambini piccoli riescono a dormire in quella posizione – la maglietta a maniche corte sollevata sul pancino, il pannolino con lo strappo. È morto. Intorno si vede la spuma del mare. La pelle è scura ma le mani sono bianche: la morte è bianca, fredda, gelida. La luce è la luce innaturale di un flash: la foto è scattata nell’oscurità. Il bambino è morto nel buio e nell’acqua: non ha potuto vedere né la luce né la terra dove i suoi genitori volevano condurlo.

La maglietta è arrotolata ma si capisce che sopra vi è stampato un personaggio dei cartoni, con dei bei capelli rossi. È una maglietta molto colorata. Colorata di rosso è pure la t-shirt della bambina con il pantalone rosa; colorato di blu il vestitino a pois bianchi di un’altra bambina ancora nell’acqua, con le calze bagnate. Sono morte anche loro. Anche se vestivano proprio come i nostri bambini, anche se i genitori provavano a dare allegria almeno ai loro abiti, e probabilmente a infondere loro un sorriso durante un viaggio difficile, inumano, tutto ciò non conta e non ha più importanza: sono morte. Morta è anche la bambina sul cui corpicino si frangono i flutti del mare: non si vede il volto, si vede l’onda, la schiuma che sale e copre i suoi lineamenti.

Altri ce la fanno: chi viene raggiunto in mare da un mezzo navale, chi viene soccorso in acqua prima di annegare, chi infine raggiunge terra e prova a dileguarsi prima di essere identificato. Tutti però non sono voluti né desiderati; tutti rappresentano un enorme problema che nessuno in Europa sa bene come affrontare.

Le sue dimensioni sono infatti immani. La più grave crisi umanitaria da cinquant’anni a questa parte. Un pezzo di continente assillato dalla fame e dalla guerra, un pezzo di continente in cui si sbriciolano interi ordini politici e sociali, chiede all’Unione Europea accoglienza e rifugio. Ma come si fa? Nessuno sa come si fa. Ora che i cadaveri dei migranti sono stati trasportati fin nel cuore dell’Europa, stipati in un camion e abbandonati per strada tra l’Austria e la Germania, sembra che si voglia finalmente prendere coscienza di un problema che nessuna politica nazionale può affrontare da sola, e che nemmeno l’Unione europea tutta intera sembra preparata a fronteggiare, per le sue proporzioni  imponenti, colossali, epocali.

Il progetto europeo nasce in verità da un bisogno di pace e di prosperità, maturato dopo trent’anni di guerre e decine di milioni di morti. Ma non c’è pace se ai tuoi confini, lungo le tue coste, per le tue strade arrivano in migliaia e muoiono come mosche: inermi e disperati, sgominati ed esausti. E mai è bastato chiudere semplicemente le porte – alzare muri? srotolare chilometri di fili spinati? affondare i barconi, bloccare i valichi, interrompere i traffici e presidiare le molte vie del mare? – mai è bastato o può bastare tutto questo se a muoversi e lasciare le terre d’origine sono popolazioni e paesi. Tutti insieme. Tutti in una volta.

Perciò, lo voglia o no, lo possa o no, l’Unione Europea deve studiare il modo di affrontare il dramma epocale che si sta consumando da anni – anche se fingiamo di accorgercene solo ora – e lavorare ad una soluzione condivisa. Deve varare programmi, tenere vertici e riunire commissioni, ma infine assumere una chiara responsabilità al riguardo. Le risorse economiche e una politica estera comune per l’immigrazione non sono opzioni più o meno disponibili di fronte a una sfida del genere: sono una necessità vitale. Non ha alcun senso dire infatti che le risorse non sono sufficienti, o che gli interessi dei paesi membri sono diversi e non collimano fra loro. O meglio, un senso ce l’ha: vuol dire che l’Unione non esiste. Se non esiste per questo, non esiste per nient’altro.

Perciò la blusa azzurra, il pantaloncino corto, le scarpe allacciate o i piedi scalzi nella sabbia umida della notte non sono solo un problema morale per le redazioni, un tormentoso caso di coscienza o una questione di deontologia professionale. Sono il contrassegno di una tragedia storica, e un ultimo appello pieno di allarme e di angoscia all’Europa.

(Il Mattino, 30 agosto 2015)

Embrioni, divieti legittimi. Meno male

fecondazione-eterologa-e-legge-40La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha emesso ieri una sentenza che farà discutere: i diritti della signora Parrillo non sono stati lesi dal divieto, oppostole in base alla legge italiana, di donare gli embrioni crioconservati alla ricerca scientifica. Nel 2002, Adelina Parrillo e Stefano Rolla fanno ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Il 12 novembre 2003, Stefano Rolla perde la vita nell’attentato di Nassirya, in Iraq. L’anno successivo, con la legge 40, l’Italia proibisce l’utilizzo di embrioni a fini di ricerca. Non volendo procedere all’impianto degli embrioni conservati dopo la fecondazione (e depositati presso una clinica romana), e intendendo invece donarli alla scienza, Adelina Parrillo ricorre al giudizio della Corte. Ieri il verdetto che le dà torto.

La sentenza fa ovviamente rumore, perché sembra andare contro l’inarrestabile spirito dei tempi. Al quale viene facile di giudicare oscurantista e reazionario qualunque limite venga frapposto alla ricerca scientifica. Non saranno i diritti della signora Parrillo ad essere stati lesi, si dirà, ma lo sono allora i diritti dei malati, e quindi quelli di tutti noi, che veniamo privati della speranza di poter accedere a cure per il cui sviluppo è necessario che la ricerca scientifica abbia libero corso, e possa anche procedere alla sperimentazione sugli embrioni.

Le cose però non stanno proprio così. La sentenza non interviene sui limiti della ricerca scientifica. Per quei limiti, peraltro, potrebbe bastare la Convenzione del Consiglio di Europa sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), la quale richiede per un verso una «protezione adeguata all’embrione», e per l’altro vieta la «costituzione di embrione a fini di ricerca». Segno che l’embrione non sarà qualcuno, cioè una persona, ma non è nemmeno una semplice cosa (altrimenti cosa vuol dire: «protezione adeguata»?). La sentenza interviene piuttosto sul rispetto o meno del diritto di proprietà sugli embrioni vantato da chi ha prestato il proprio materiale genetico, così come sul rispetto o meno della vita privata. E dice, in breve, che gli Stati nazionali possono stabilire limiti a ciò che di un embrione si può fare: nel caso in giudizio, donarlo o meno alla scienza. La parte più interessante della sentenza riguarda proprio la «necessità» – la Corte dice proprio così – di un intervento dello Stato. I margini di valutazione sono infatti ampi, sono coinvolte sensibilità morali diverse, i paesi europei hanno legislazioni differenti, c’è una pluralità di opinioni su quando la vita umana abbia inizio. La Corte non può non notare che proprio per questo sia il Consiglio d’Europa che l’Unione europea lasciano che gli Stati nazionali godano di ampi margini di discrezione nell’adottare legislazioni più o meno restrittive a riguardo della distruzione di embrioni.

Può piacere o no, ma questo significa, nei termini più larghi possibili, che ha senso legiferare in materia. E direi: per fortuna (dal punto di vista almeno del diritto pubblico). Il pronunciamento della Corte dice cioè che la questione dell’embrione non riguarda solo i diritti individuali della persona o della coppia che l’ha voluto. Proprietà e sfera privata c’entrano, ma solo fino a un certo punto, e quel punto viene stabilito da una legge dello Stato. C’è un passaggio della decisione della Corte in cui si dice che il diritto invocato da Adelina Parrillo non rientra nei suoi «core rights», cioè nel nocciolo duro dei suoi incomprimibili diritti, poiché non concerne «un aspetto cruciale della sua esistenza o della sua identità». Ne va sì dei suoi geni, insomma, ma non del suo stesso corpo o soltanto dell’espressione della sua volontà. All’ordinamento giuridico viene dunque chiesto di tenere conto di queste evidenti differenze.

Orbene, quest’idea, che l’ultima parola non spetta alla scienza o al progresso tecnologico, ma alle responsabilità che competono ai pubblici poteri, può spiacere solo a chi ritenesse che scienza e morale individuale sono tutto ciò di cui si ha bisogno in una democrazia per ordinare la convivenza umana. E che politica e religione sono invece ciò che il progresso deve mangiarsi per liberare l’individuo da vecchi legacci e antichi retaggi di illibertà. Ma è molto dubbio che le cose stiano davvero così. E che ieri una Corte europea ne abbia chiaramente preso atto, per una volta non sostituendosi alle responsabilità della politica e dello Stato ma anzi sottolineandole, non è affatto una cattiva notizia, qualunque cosa si pensi della legge 40.

(Il Mattino, 28 agosto 2015)

Basta scontri ora contano solo le riforme

renzi-riforme-il-manifestoSu cosa si sostiene il governo Renzi? Sulla maggioranza parlamentare, certo. Ma una maggioranza parlamentare non basta a sostenere un governo che si è formato nel corso della legislatura e non direttamente nelle urne, se non persegue un disegno chiaro e non si assegna un compito definito. E soprattutto se non convince il Paese che è in grado di realizzare quel disegno e assolvere quel compito. Il Parlamento che vota la fiducia a Matteo Renzi è il Parlamento eletto nel 2013. Ricordiamolo: un Parlamento che viene dopo il naufragio dell’ultimo governo Berlusconi, la fine di Bossi, il fallimento politico di Monti, la «non vittoria» di Bersani. E il clamoroso successo di Grillo. Ieri Renzi ha parlato di un’Italia che per vent’anni è rimasta in pausa, paralizzata dal confronto fra Berlusconi e l’antiberlusconismo. Ma il rischio che la pausa si prolungasse ancora, e che in una  «morta gora» ristagnasse l’intera legislatura uscita da quel voto c’era tutto. O, anche, il rischio di una rapida interruzione della legislatura: di un ritorno al voto (senza una legge elettorale decente), di una forte instabilità e di una crisi politica che avrebbe potuto avere conseguenze sul piano economico e sociale.

Su questo sfondo va dunque compreso il compito che Matteo Renzi ha assegnato al suo governo: quello di fare le riforme. Ieri Renzi non ha fatto altro che ricordarlo. Questa è il punto politico di legittimazione dell’operato del suo governo. Perciò il premier ha elencato le leggi portate ad approvazione – dalla buona scuola alla riforma della pubblica amministrazione, dalla responsabilità civile dei magistrati al jobs act, dagli ottanta euro alla legge elettorale – e ha indicato i prossimi impegni parlamentari, insistendo in particolare sul motivo delle tasse (dal prossimo anno via Tasi e Imu) e su quello della riforma del Senato. Su quest’ultimo tema, in particolare, si apriranno subito le ostilità: il mezzo milione di emendamenti che attende la navigazione del disegno di legge costituzionale, le aperte critiche della minoranza interna del partito democratico, i numeri risicatissimi al Senato.

È ovvio che Renzi minimizzi le difficoltà e mostri sicurezza. Altrettanto ovvio, d’altra parte, che nelle prossime settimane non verrà risparmiato nulla di ciò che la tattica parlamentare richiede, per conseguire il risultato. Poiché però il passaggio rimane stretto, e c’è caso che i voti della maggioranza non bastino, e che anzi se ne perda qualcuno a sinistra per conquistarne qualcun altro al centro e alla destra dell’emiciclo (o nelle terre desolate del gruppo misto e delle formazioni minori), il Presidente del Consiglio è ieri tornato su un vecchio refrain, per porre implicitamente una domanda al Paese: la domanda che accompagnerà probabilmente il cammino parlamentare delle riforme. Il refrain è quello del berlusconismo e dell’antiberlusconismo che per vent’anni hanno bloccato il paese: lo scontro ideologico, la delegittimazione reciproca. In verità, basta voltarsi intorno, ascoltare i discorsi in spiaggia o al supermercato, per accorgersi che la linea di divisione fra gli opposti schieramenti non passa più di lì. Quel che più conta dunque è la domanda, e cioè se gli italiani vogliono che il disegno delle riforme venga completato, e su una tale base giudicare l’operato del governo. Renzi scommette che sia questo ciò che gli chiede il Paese, e ha se non altro il merito di rendere chiara la scommessa politica. Dopo anni di governi tecnici, che facevano le cose in nome di una qualche necessità e quasi per conto terzi, Renzi prova a far prevalere una chiara volontà politica: le necessità – ivi compresi eventuali voti in libera uscita del centrodestra – vengono o verranno di conseguenza. Se non è più tempo di anatemi ideologici, non meraviglia dunque che le riforme Renzi le voglia fare con chi ci sta. In un certo senso, numeri o non numeri, il suo stesso governo procede così fin dai suoi primi passi, visto che i gruppi parlamentari del Pd sono stati formati sotto la segreteria Bersani, su tutt’altre premesse politiche e programmatiche.

Ma quid mali? Cosa c’è di male? Non è così che si afferma una leadership? Non è in questi termini che si costruisce una visione del Paese? E non è da una simile visione, cioè da una sfida politica e da una reale posta in gioco che dipende quel poco di coerenza che si può chiedere ai comportamenti politici? I vent’anni di pausa di cui ha parlato Renzi sono stati anche, paradossalmente, vent’anni di transumanze parlamentari: la più fiera opposizione di principio andava cioè di pari passo con il più disinvolto trasformismo. Le divisioni posticce, artefatte, appiciccate, che si sono trascinate in questi anni, anche fuori tempo massimo, non hanno infatti più senso, e non servono a nessuno. Auguriamoci magari che se ne formino di nuove,  radicate però nelle questioni vere che attendono l’Italia: un nuovo modello di democrazia parlamentare, la sfida epocale dell’immigrazione e una nuova caratura politica dell’Europa. Auguriamoci che le forze politiche su questi temi parlino e operino, si dimostrino vive e vitali, si compongano e scompongano se occorre e si lascino giudicare dagli elettori. Se andrà così, quale che sarà il giudizio, la pausa almeno sarà finita.

(Il Mattino, 26 agosto 2015)

Partiti in crisi, le primarie sono inutili

ImmagineDice Berlusconi: alle prossime elezioni amministrative, accordi tra le forze politiche e niente primarie. Si ricomincia dunque daccapo, dai vertici, dalle riunioni riservate, dalle decisioni prese intorno al caminetto? La retorica delle primarie, che si è imposta in questi anni, sia o no giunta al capolinea, ha comunque lasciato in eredità questa immagine potente: da una parte stanno i capi-partito, i signori delle tessere, la casta insomma; dall’altra la base, i militanti, i simpatizzanti e gli elettori. Fare le primarie significava togliere ai primi e dare a questi ultimi. Far circolare aria nuova e pulita nelle smoke filled backrooms, i retrobottega pieni di fumo di cui parlava il primo uomo politico che di fatto le primarie le inventò, più di  cent’anni or sono: tal Robert La Follette, dello Stato del Wisconsin, USA.

Le cose non sono andate proprio così. Non è che non circoli aria più salubre nelle stanze dei partiti italiani: è che, fra poco, non ci saranno più nemmeno le stanze. In fondo, questo non è mai stato un problema per Berlusconi, che alla crisi dei partiti rispose vent’anni fa con l’invenzione dei club. La cui missione non era certo quella di organizzare le primarie, bensì quella di attrezzare una rete organizzative efficiente e pronta all’uso. Le primarie non avrebbero mai aggiunto nulla alla forza, alla legittimazione e al carisma del Cavaliere: se mai, tolto qualcosa. E infatti, dalle parti del centrodestra, sono sempre state pensate come la maniera di scalzarlo via, non certo di incoronarlo. Così fu per Gianfranco Fini, così è stato per Raffaele Fitto, così oggi per Matteo Salvini.

Lo scenario è ovviamente di molto mutato, e Berlusconi non è più il padrone indiscusso del centrodestra. Tuttavia, di primarie, secondo il Cavaliere, è meglio che non se ne parli nemmeno questa volta. Dov’è la notizia, si dirà? Anzitutto in ciò, che il centrodestra aveva comunque provato la strada: più timidamente del centrosinistra, ma aveva cominciato a sperimentarla, in singole realtà locali. Fior di politologi avevano anzi spiegato, avendo il centrosinistra promosso le primarie a principale punto di innovazione della forma della politica, che il centrodestra non avrebbe potuto non scendere sullo stesso terreno. Ora invece Berlusconi, senza timore di apparire superato, le accantona in maniera esplicita: non servono, non fanno vincere. Il punto vero, in realtà, non è che spesso non selezionano il cavallo vincente, ma che con le primarie non si è costruito nulla: non a destra, e nemmeno, per la verità, a sinistra.

Nonostante la retorica che le ha accompagnate, le primarie non sono infatti (ancora?) entrate dentro la costituzione politica materiale del Paese, e dei partiti. Il Pd le ha elette a proprio mito fondativo, le ha addirittura considerate un tratto identitario. Poi però è accaduto che persino Matteo Renzi, che per la via delle primarie è arrivato in cima al partito democratico, e al governo, ha aperto ad una valutazione decisamente più laica e prudente della materia: se servono, si fanno; se non servono, no. Ora, è chiaro che una procedura di selezione delle candidature – ma sarebbe meglio dire una famiglia di procedure, dal momento che le primarie si possono tenere in molti modi – non possono essere adottate di volta in volta, a seconda delle circostanze o delle convenienze. Nessun partito può reggere alla fibrillazione comportata dall’incertezza cronica non solo sui nomi dei candidati, ma pure sulla maniera di sceglierli. Il caso Campania insegna. La titubanza espressa giorni fa da Renzi ha messo così crudamente allo scoperto la difficoltà che hanno i partiti, tutti, di tener fede all’impegno preso con l’opinione pubblica il bel giorno in cui decisero che avrebbero smesso di riunirsi tra di loro per selezionare i propri rappresentanti.

Perché però non ci riescono? Perché non sono più partiti veri, e perché non lo si diventa in grazia di un metodo, di un regolamento, di uno statuto o di un qualunque marchingegno elettorale. Le primarie sono state finora non un punto di forza, ma la maschera di una debolezza, cioè l’espressione di una grave crisi di rappresentanza: dunque solo un surrogato, e l’esercizio di una supplenza. Siccome i partiti non riuscivano a rappresentare più nulla, si è pensato che si poteva rinunciare del tutto alla funzione, farsi provvisoriamente da parte e trasportare di sana pianta la società civile dentro le istituzioni. Una scorciatoia, che non ha funzionato e non poteva funzionare.

La strada maestra rimane infatti la ricostruzione della sfera politica, l’allestimento di forze strutturate, reali, radicate nella vicenda nazionale, in grado di esprimere un punto di vista sul Paese, un giudizio sulla sua storia e una strategia sul suo futuro.

Ma simili partiti non ci sono. E così si ricomincia: dai vertici e dagli accordi. Berlusconi lo dice chiaro e tondo, il centrosinistra ancor no, ma di tempo per decidere gliene rimane poco, in un senso o nell’altro. E in Campania ancor meno, dato il precedente poco luminoso del 2011, in cui le primarie cittadine furono annullate, e quello delle regionali di quest’anno, in cui sono state procastinate un numero imprecisato di volte, senza che a lungo si capisse se si sarebbero tenute o no. Ma anche questa volta, per Napoli 2016, non solo non c’è il nome che mette tutti d’accordo, ma non c’è nemmeno la convinzione che il partito reggerebbe il peso di una scelta. E così le primarie tornano ad essere la maniera pilatesca di lavarsene le mani. Non l’espressione di una politica all’aria aperta, ma di una politica ancora alla canna del gas.

(Il Mattino, 24 agosto 2015)

Decisione difficile ma l’occasione è davvero unica

Acquisizione a schermo intero 19082015 224036.bmpA proposito di buona scuola, si può dire: è arrivata in ritardo. Si può anche sostenere, elevando il tono della discussione con una considerazione più generale e quasi metafisica che, nell’ordine del calcolo e del capitale, gli uomini sono diventati ormai, come diceva crudamente Jean Baudrillard, «l’escremento del tempo»: mentre infatti il tempo è indispensabile e non può andare perduto senza commettere peccato mortale di inefficienza, le nostre vite, le nostre esperienze, le nostre storie possono essere perdute, azzerate o anche solo comprate e vendute. Per molti di coloro che, dopo anni di sacrifici e di vita precaria (non solo di lavoro precario), sono chiamati a decidere se accettare di trasferirsi lontano da casa, la prospettiva di dover ricominciare daccapo, da un’altra parte, dovendo quindi riorganizzare tempi di lavoro, abitudini familiari, relazioni sociali (sostenendo anche i relativi costi), equivale a cancellare un pezzo della propria vita.

Però la riforma è arrivata, e va forse giudicata in maniera un po’ più prosaica. Il piano di assunzioni che ne accompagna l’adozione comporta l’immissione in ruolo di decine e decine di migliaia di docenti. Si ha un bel dire che il governo non ha fatto altro che ottemperare a una decisione della Corte europea, che impediva di tirare avanti con l’esercito dei precari: sta il fatto che una decisione è stata presa e una responsabilità assunta. E ha proporzioni quasi storiche. Questa decisione non poteva però servire semplicemente a sanare le condizioni soggettive dei singoli docenti, deve anche consentire di coprire i vuoti negli organici scolastici, e purtroppo la loro dislocazione non corrisponde alle richieste degli aventi diritto. Di qui la «deportazione» di cui parlano polemicamente quanti (circa uno su cinque, a quel che si legge), trovando assurdo che dopo anni di supplenze la presa di servizio possa avvenire a centinaia di chilometri di casa, rifiutano di presentare domanda.

È una scelta amara, che si può capire, specie se compiuta da parte di persone non più giovani, che non cominciano adesso il loro percorso professionale, che magari hanno già preso casa e messo famiglia, o che semplicemente non sono disposte a destinare i loro prossimi stipendi a sostenere le spese necessarie a trasferirsi armi e bagagli al Nord (perché diciamolo: il sacrificio viene chiesto anzitutto ai docenti meridionali, e pure questo è un aspetto dell’impoverimento del Sud).

Ma nel computo delle cose di cui tenere conto, e per una valutazione complessiva del piano di assunzioni straordinario, va considerato pure che viene finalmente offerta una soluzione lavorativa stabile a un vastissimo numero di docenti; che solo per una parte minoritaria dei nuovi assunti si profila la possibilità di un trasferimento lontano da casa; che non è da escludersi la possibilità di avvicinamento nei prossimi anni. E, infine, che c’è un anno di tempo – a quanto si apprende– per prendere la decisione. Un anno di tempo significa che la scelta non è più una pistola puntata alla tempia, un dentro o fuori  pronunciato come una sorta di ultimatum, ma consente almeno un tempo di ponderazione, e così di osservare un certo assestamento del nuovo sistema.

La buona scuola è un difficile incastro fra esigenze diverse. Diverse, si vorrebbe dire, per ogni ordine e grado scolastico, ma anche per esigenze territoriali, percorsi professionali, progetti formativi. Immettere centomila nuovi docenti in un mondo così differenziato, non creandoli ex novo, ma prendendoli dalle graduatorie formatesi – anzi incancrenitesi – nel corso di anni e anni, non era e non è un’impresa facile, se almeno si vuole evitare che il tutto somigli semplicemente a un «ope legis» privo di qualunque criterio e di un minimo di necessità funzionale. Questa necessità è, appunto, una necessità, e cioè non discende – diciamolo chiaramente – dai più alti fini che la legge dichiara fin dal suo primo articolo: mettere la scuola al centro della società, innalzare, rispettare, recuperare, garantire, valorizzare, realizzare. Eccetera eccetera. Qui si trattava di risolvere un problema eminentemente pratico, generato da ritardi storici accumulati nel corso di anni e anzi di decenni, cercando di far incontrare le esigenze del sistema scolastico e quelle del personale docente. Certo, si può anche rinunciare a cercare compromessi del genere e  anzi ogni genere di compromesso. Quanti pensieri acuti non si trovano – solo per fare un esempio – nella prospettiva di un intellettuale irregolare come Ivan Illich, che, prima di Pasolini, auspicava la «descolarizzazione» della società, accusando la scuola di ogni nequizia: di inquinamento fisico, di polarizzazione sociale, di impotenza psicologica. Ma, per seguirlo, bisogna abbandonare del tutto il giudizio prosaico sull’istituzione, e insieme con esso anche cose come il conto dei posti disponibili, le carenze in una materia o nell’altra, i punteggi, le graduatorie e tutto il resto. È, se si vuole, una nobile scelta di vita, ma per fortuna c’è vita pure nelle istituzioni: nel loro spirito e nelle loro necessità.

(Il Mattino, 20 agosto 2015)

Perché si torna a parlare di Bassolino

Acquisizione a schermo intero 19082015 154614.bmpIl «nonsipuotismo». Antonio Genovesi aveva battezzato così il sentimento profondo e inguaribile dell’impossibilità di cambiare le cose, la rassegnazione, la sfiducia, il cronico disincanto. Antonio Bassolino divenne sindaco di Napoli, ormai più di vent’anni fa, con l’obiettivo di curare la malattia. E per qualche tempo ci riuscì.

Se oggi l’ipotesi di una sua candidatura a Palazzo San Giacomo riempie le pagine dei giornali, e stuzzica i napoletani, è forse perché è il partito democratico ad essere affetto dalla malattia: il numero delle cose che pensa non si possano fare cresce ogni giorno di più. Non si possono fare le primarie, non ci si può dividere un’altra volta in maniera lacerante, non si può andare con De Magistris, non si può confidare nella società civile, non si può convergere su un nome unitario, non ci si può affidare a un volto nuovo, non si può aspettare la benedizione di Matteo Renzi, non si possono imporre nomi e però non si possono neppure sceglierli e votare, i nomi. Non si può commissariare il partito ma neppure si può fare la scelta all’interno degli organismi di partito, perché non hanno sufficiente forza e legittimazione per tenere tutti insieme. Non si può questo e non si può quello: più sfiduciati di così si muore.

Qual meraviglia, allora, se in mezzo a tutti questi «non possiamo» – che sono in realtà dei «non vogliamo» – torni di nuovo in lizza il nome di Bassolino? Il quale aspetta sornione e sta a vedere se davvero tutto riprenderà a ruotare intorno a lui, come fosse il motore immobile di Aristotele: non è lui, infatti, che si muove e si affanna in cerca di una candidatura. Sono gli altri, che non potendo andare da nessun’altra parte, per giri ora più grandi ora meno grandi si avvicinano a lui.

E così, dopo la vittoria di Vincenzo De Luca alle regionali, il film della politica campana rischia di girare davvero il sequel degli anni Novanta. Ma cosa vorrebbe dire il possibile ritorno di Bassolino? È banale dirlo, ma il primo significato di una simile, clamorosa rentrée sarebbe una condanna per incapacità della classe dirigente espressa dal centrosinistra negli ultimi cinque, dieci anni. Prima ancora di affrontare la competizione elettorale, il Pd ammetterebbe che dalle sue fila non è venuta fuori un solo nome in grado di proporsi credibilmente per le elezioni municipali. Il che è abbastanza paradossale, visto che il Paese vive in questo momento un profondo rinnovamento generazionale: basta guardare la composizione del governo nazionale.

Ovviamente, il nuovo per il nuovo non è mai stata una vera proposta politica: funziona nei momenti di rottura, e rischia di alimentare risposte avventuristiche: l’esperienza di De Magistris docet. Ma rimane il fatto che l’eventuale candidatura di Bassolino apparirebbe come un ripiego, come una scelta necessitata da insipienze, veti e inconcludenze. Non sarebbe il frutto di una nuova scommessa, ma casomai del rifiuto di scommettere ancora.

Tutto ciò non riguarda, ovviamente, il piano personale. Sul quale Bassolino fa bene a togliersi qualche piccola soddisfazione, essendo uscito dal cono d’ombra nel quale era stato troppo frettolosamente relegato. Ma il primo a sapere che non sussistono oggi le condizioni che lo portarono a vincere nel ’93 è lui.

Si era allora in piena Tangentopoli, la classe dirigente democristiana e socialista era franata rovinosamente, e intorno a Bassolino si raccolse tutto il contrario del «nonsipuotismo»: una speranza di rinnovamento e di rinascita, favorita anche dalla riforma istituzionale dell’elezione diretta dei sindaci, sullo sfondo di un panorama partitico disastrato. Oggi, la crisi della politica, sia locale che nazionale, ha prodotto soggetti come Luigi De Magistris da una parte, e i Cinquestelle dall’altra, che provano entrambi a legittimarsi in chiave polemica nei confronti del governo politico nazionale: De Magistris per spostare l’attenzione e il giudizio degli elettori dal piano amministrativo a quello politico; i Cinque Stelle perché ancora ben lontani dall’essersi provati nei consigli locali. Il Pd è invece alla guida del paese e del Mezzogiorno. È la principale infrastruttura su cui poggia la capacità della politica di riprendere in mano le redini del Paese. Ed ha una responsabilità storica e politica nuova, di interpretare il governo del cambiamento in continuità con la fase aperta da Renzi, dalla «rottamazione» in poi. Può essere Bassolino l’interprete anche di questa stagione? A ciò si aggiunga che nel 2016 il voto in città come Milano o Napoli avrà il valore di un test nazionale. Può Renzi affrontarlo al Sud affidandosi alla vecchia guardia? Non sarebbe l’implicita ammissione che, gli riesca o no di cambiare il Paese, non gli è veramente riuscito di cambiare il Pd?

(Il Mattino, 19 agosto 2015)

Se è troppo noioso derattizzare

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Non ci ha pensato solo Giacomo Leopardi, nell’ultimo periodo del suo soggiorno napoletano: anche Luigi De Magistris, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, ha deciso di scrivere il suo poemetto satirico e zoo-epico, i suoi paralipomeni alla batracomiomachia, la guerra dei topi e delle rane (con contorno di granchi). Nella celebre versione del poeta di Recanati, i topi erano dalla parte del progresso e della libertà, mentre le rane stavano dalla parte della conservazione (e i granchi alludevano allo straniero, all’austriaco). De Magistris ha invertito i ruoli: Renzi è il topo cattivo che deve essere tenuto fuori dalla città «derenzizzata», il che vuol dire che il primo cittadino ha deciso di celebrare la sua epopea prendendo per sé la parte della rana. In effetti, come le rane, anche il sindaco di Napoli ama spesso gonfiare il petto.

Lo ha fatto anche ieri: e non sulle sudate carte, ma via Facebook, dove si può leggere – non in versi a rima baciata o alternata, ma comunque in una prosa assai roboante – che lui ha, per l’appunto, «derenzizzato» la città. Un proclama leggendario, di cui non sarebbe stato capace neppure il re di Topaia, Mangiaprosciutti, o il suo coraggioso successore, Rodipane, che pure andò alla guerra (e dignitosamente la perse) pur di non piegarsi allo straniero. Ancor più fieramente di costoro, De Magistris difende Napoli e apparecchia la resistenza: «ora e sempre», scrive, con una non impercettibile allusione alla lotta contro il fascismo. De Magistris non dà a Renzi del fascista, bontà sua, ma gli imputa, di seguito e tutto d’un fiato (cioè gonfiandosi come una rana): violazione della Costituzione, occupazione violenta del territorio, abuso della legge, uso illegittimo del diritto, derive autoritarie. All’elenco ha mancato di aggiungere solo i crimini contro l’umanità: il resto c’è. La Corte penale internazionale è avvisata. D’altronde, cosa scrive Leopardi quando giunge l’ora decisiva? «Leonidi, Temistocli e Cimoni,/ Muzi Scevola, Fabii dittatori,/ Deci, Aristidi, Codri e Scipioni», tutti gli oratori e i condottieri del mondo antico non avrebbero saputo tuonar guerra con più vigore di De Magistris.

Il suo posto è infatti colà, tra quei campioni di coraggio e di eroismo, quei fulgidi esempi di ardimento e prodezza, anche se purtroppo la vile cronaca e il monotono ufficio di amministratore lo dovrebbero tenere un po’ più di qua, un po’ più coi piedi per terra. Nel bando affisso ieri sulla bacheca virtuale De Magistris parla anche della Terra, in verità. Ma, in primo luogo, gli mette la maiuscola, e poi scrive che la Terra è bene comune, la Terra «è identità, è radici, è profondità», non è affatto «materialità, consumismo, proprietà». Altisonante formula retorica: ci sono mica napoletani a cui manchino beni materiali, o a cui spiacerebbe acquistare qualcosa e consumare un po’ di più? Evidentemente, per De Magistris, no. Oppure non è questo il tempo. Amministrare si vedrà; intanto, quel che conta nell’«ora e sempre» della Resistenza contro il governo cattivo e usurpatore dell’illiberale e autoritario Renzi, sono, nell’ordine: identità radici e profondità. Figuriamoci se uno che parla così della Grande Madre Terra si può interessare dei topi veri che scorazzano per le strade di Napoli, e che ogni tanto per strada, a terra, ci rimangono. I topi di Topaia, quei valorosi topi che nelle stanze in ottave di Leopardi difendono la libertà contro i soprusi dei granchi stranieri, quelli sì che gonfiano il petto del sindaco. Il topo che Edgar Colonnese ha trovato davanti alla sua libreria, in pieno centro, quel topo morto e prontamente immortalato non dai versi di un poeta ma dai selfie dei turisti, come ricordo indelebile della visita in città, quello non vuol dir nulla, non accende l’animo dei forti e quindi nemmeno del sindaco.

C’è – ognuno lo vede – una distanza enorme tra i noiosi compiti amministrativi per i quali si viene eletti alla guida di una città (posto che sia la Napoli di oggi e non l’ottocentesca Topaia di Leopardi), e la maniera in cui il sindaco interpreta il suo ruolo, nella ostinata quanto ridicola ricerca di un senso politico, di un ruolo politico, di un destino politico più grande di quello che l’arancione della sua rivoluzione gli ha potuto conferire. Una distanza tale che è legittimo domandarsi: a quando la dichiarazione di indipendenza, una nuova bandiera e una milizia cittadina? E soprattutto: da quale profluvio apocalittico di parole saremo travolti nella prossima campagna elettorale, in cui De Magistris chiamerà i suoi a difendere come minimo la democrazia e la libertà? Saprà qualcuno opporgli un bilancio un po’ più sobrio, freddo e ragionato della sua sindacatura?

(Il Mattino – ed. Napoli, 12 agosto 2015)

Le lezioncine che non aiutano il Mezzogiorno

Acquisizione a schermo intero 10082015 103756.bmpIl discorso di verità sul Mezzogiorno che Renzi non ha fatto e avrebbe dovuto fare, secondo uno dei maggiori editorialisti italiani, Ernesto Galli della Loggia, suona più o meno così: «Signori della deputazione meridionale, quello che ci vuole al Sud è più legalità, più sicurezza, più autorità, in una parola più Stato. Ma elemento essenziale di uno Stato è il popolo, sono i cittadini – quasi mi scappa: i sudditi – e i cittadini del Mezzogiorno d’Italia, guardateli:  non sono brutti sporchi e cattivi, ma accettano purtroppo di vivere sotto standard di civiltà ancora troppo distanti da quelli propri di uno Stato moderno. Dovreste chiederci prefetti di ferro, e invece ci chiedete solo più spesa pubblica, cioè di buttare via i soldi, o magari di ingrassare solo voi e le vostre clientele».

L’avete già sentita? L’avete già sentita. Ma non è questo il limite principale della lezioncina che Galli della Loggia impartisce al Sud e a Matteo Renzi – e al Sud per il tramite di quella che impartisce a Renzi. Il limite vero sta nell’ordine del discorso, nello scambio di premesse e conseguenze, nel «non sequitur» tra la moralistica lezione inflitta al Sud, e la ricostruzione storica sulle infelici sorti dello Stato nazionale.

Su cui Galli della Loggia riflette invero da tempo, e con buone ragioni: è vero, infatti, che l’Italia soffre di una fragile statualità: è vero che per tutto il corso della sua storia il Mezzogiorno è stato il banco di prova dello Stato italiano e dei suoi leader politici; è vero che della questione meridionale sono impregnate tutte le culture politiche del Novecento italiano; è vero, infine, che il ripristino del senso dello Stato è un fattore essenziale per lo sviluppo e la crescita del Paese (non solo del Sud). Ma Galli della Loggia non nasconde neanche un’altra, ancor più grande verità: che il declino dell’Italia, il quale data almeno dagli anni Novanta, dipende da fattori politici generali, nazionali e sovranazionali, di cui sarebbe però arduo dire che il Mezzogiorno porta la responsabilità. Se mai, ne paga, e duramente, le conseguenze. Siccome è Galli stesso a dirlo, a denunciare l’irrilevanza del Mezzogiorno nella più generale «dissoluzione» dello Stato italiano, davvero non si capisce perché se la prenda allora con lo scarso senso civico dei meridionali, l’evasione fiscale e il clientelismo, scambiando se mai l’effetto con la causa. (A non dire che, purtroppo, problemi di legalità, evasione e corruzione non sono poi così sconosciuti al di sopra del Garigliano). Come infatti stanno insieme l’inadeguatezza dello Stato italiano e il divario fra Nord e Sud del Paese? Un rapporto vi è senz’altro, ma tra le molte cose che si possono dire a questo proposito una è difficile a dirsi: che quel divario sia la causa di quella debolezza.

Un altro paio di cose bisogna invece dirle, per non semplificarsi troppo il quadro sia storico che politico. La prima: che una lettura in chiave esclusivamente etico-politica dei problemi del Mezzogiorno è stata già data, e, se è consentito dirlo, se ne è già vista la sua insufficienza. Si è già detto, ad esempio, che il Sud soffre di scarso capitale sociale, che è malato di familismo amorale, che è scollato dallo Stato e dai doveri  di cittadinanza che esso impone, o dovrebbe imporre. Il guaio è che però le virtù opposte a questi vizi non crescono da sole: non solo non albergano nella natura umana ma neppure le si riesce a suscitare semplicemente con i moniti degli editorialisti. Non si vuol con ciò sostituire una spiegazione monocausale all’altra: non si vuole dire cioè che basta ristabilire i flussi di spesa pubblica per prosciugare le sacche di illegalità e far così ripartire il Mezzogiorno, ma viene difficile immaginare che, all’opposto, chiudere i rubinetti della spesa e non fare l’Alta Velocità avvicini il Sud al resto d’Italia e di Europa.

La seconda cosa è su Matteo Renzi, perché la lezioncina di Galli riguarda in realtà soprattutto lui. Che si vede singolarmente accusato non solo di un registro linguistico non all’altezza della cosa – il che si può capire: che un accademico non ami gli hashtag e i tweet ci sta (benché ci stia per l’appunto solo in una certa idea dell’Accademia) – ma anche di non avere la minima contezza di quel riordino dello Stato, a partire dal suo ruolo di direzione degli affari pubblici, che è invece assolutamente indispensabile al Paese. Ora, perché l’accusa è singolare? Perché Renzi si vede spesso e volentieri accusato del contrario: di avere messo le scuole in mano ai presidi; di aver rafforzato con il Jobs Act la parte datoriale a scapito delle organizzazione sindacali, di voler squilibrare gli equilibri costituzionali a vantaggio dell’esecutivo (e su Napoli, di scavalcare con prepotenza i poteri locali). C’è sicuramente una parte di strumentalità anche in queste accuse, ed è legittimo che le soluzioni individuate piacciano di più o di meno, ma dire che non vi è interesse per la riforma delle strutture amministrative e di governo (peraltro: a pochi giorni di distanza dall’approvazione della legge delega sulla pubblica amministrazione, che ne ridisegna in profondità i lineamenti)  sembra dipendere da un mero pregiudizio. E così son due, i pregiudizi: uno sul Sud e uno su Renzi. Troppi, per un discorso di verità.

(Il Mattino, 10 agosto 2015)

Bene il dialogo, ma la visione ancora non c’è

Acquisizione a schermo intero 08082015 112342.bmpDomanda: si può essere d’accordo con Renzi, che ieri, intervenendo nella direzione nazionale del Pd riunita per avviare la discussione sul Mezzogiorno, ha affermato: «il problema del Sud oggi non è la mancanza dei soldi. E’ la mancanza della politica»? Forse sì, si può concordare, a condizione però di leggere questa affermazione secondo il suo funzionamento retorico, e cioè nel modo seguente: «Quand’anche vi fossero i soldi, il problema è che manca comunque la politica, mancano le idee, manca una visione». Detta così, funziona. Perché tutti questi soldi in giro non si vedono. Renzi ha annunciato un «masterplan» per la metà di settembre, al quale dunque il Pd lavorerà per un mese, per poi inserire l’insieme delle proposte elaborate nella legge di stabilità. E si capirà dunque solo allora se i soldi ci sono per davvero, e di quali soldi di parla: di quali fondi, di quali investimenti, di quali opere e via di questo passo.

Resta vero, però: senza che la politica assuma daccapo – come dopo l’unità d’Italia, come dopo la guerra – il compito di cucire insieme i pezzi del Paese, il Sud rimarrà inevitabilmente indietro, in quella condizione permanente di sottosviluppo che il rapporto Svimez ha denunciato con toni drammatici in questi giorni.

Vista in questa prospettiva, forse la riunione di ieri del Pd non è stata inutile. C’è stata anzi una presa d’atto importante, quando il segretario del Pd ha ammesso che anche il centrosinistra ha subito negli ultimi quindici anni il fascino di una questione settentrionale divenuta improvvisamente una priorità, a scapito però del resto del Paese. Ma proprio per le ragioni che Renzi ha accampato, che cioè non bastano le chiacchiere, bisogna ancora aspettare prima di dire se il bicchiere della direzione di ieri era mezzo pieno, oppure mezzo vuoto.

Mettiamola così: era vuoto di quella visione, di quel progetto per il Sud  che manca al Pd come al Paese, e che certo non si costruisce in un singolo pomeriggio di agosto. Ma forse era pieno almeno della consapevolezza che questo progetto, questa idea di fondo manca, e bisogna cominciare a costruirla, metterla nella testa delle persone, trasformarla in un obiettivo delle politiche del governo, farla passare nell’opinione pubblica e nelle sue classi dirigenti, rappresentarla e perseguirla come un traguardo di tutto il Paese.

Il partito democratico, la maggioranza di governo sono in grado di imporre un simile cambio di agenda? Hanno idee e uomini per farlo? Nella direzione di ieri c’era il premier, c’erano i ministri, c’erano i governatori delle regioni del Mezzogiorno e i parlamentari meridionali: c’erano proprio tutti, insomma. Non vi sono stati punti di particolare tensione e s’è ascoltato pure un certo sforzo di «impegnarsi» e non solo di «lamentarsi», come vuole Renzi. Ma un esercizio di buona volontà (per una volta senza esasperate divisioni interne) non è ancora una linea politica.

E, in verità, neanche un ministro del Mezzogiorno fa, da solo, una politica. Anzi: tirarlo fuori dal cilindro della direzione avrebbe forse avuto un significato puramente strumentale: volete che vi dimostri quanto è impegnato il governo? Ecco, vi nomino su due piedi un Ministro, così che non si dica che il governo è disattento su questo fronte. O almeno vi indico un sottosegretario ad hoc, magari mi invento un volto nuovo, un campione del Sud da mandare dinanzi alle telecamere a tappare le falle tutte le volte che si torna a parlare di Mezzogiorno, così che, di nuovo, non si dica che il premier non ha presente la «quistione». Non è andata così, invece: non c’è stato nessun effetto speciale, nessuna trovata estemporanea.

Certo però che l’esito della riunione è parso un po’ sottotono, ed è curioso che Renzi, proprio nel giorno di una direzione interamente dedicata a parlare dei problemi del Sud (perché per le proposte e gli annunci concreti si aspetta, come detto, il masterplan), provi a lanciare l’hashtag: #zerochiacchiere. Vale la pena notare il paradosso: non tanto o non solo, però, per denunciare il fatto che ieri si sia soltanto parlato (non oso dire chiacchierato), ma casomai per rilevare che il Pd  è ancora in cerca delle parole efficaci. Basta con gli stereotipi e con i pregiudizi, s’è detto, e basta pure col piagnisteo. Giusto. Ma come lo si convince il Paese che non c’è provvedimento che il governo debba prendere, di qui in avanti, per cui non si debbamo misurare gli effetti sul divario fra Nord e Sud, per ridurli e non per perpetuarli, che si tratti di banda larga o di scuola, di portualità o di tutela dell’ambiente, di investimenti pubblici o di incentivi fiscali? Se lo si potesse scrivere in Costituzione, o farne comunque un termine vincolante delle politiche del governo allora sì: sarebbe la prova provata che, anche dopo il rapporto Svimez, la direzione del Pd e pure il masterplan, si penserà davvero che lo sviluppo del Mezzogiorno è interesse dell’Italia intera.

In mancanza di impegni del genere, di un orgogliosa professione di meridionalismo (certo nuovo, certo ripensato, certo ridefinito negli uomini e nelle idee, ma meridionalismo): siamo al solito bicchiere che non si sa bene come prendere. E se anche fosse mezzo pieno, con questo caldo è chiaro che non basterà.

(Il Mattino, 8 agosto 2015)

Lotta  al divario, l’ «ammuina» non serve più

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Basta che non si tratti soltanto di fare ammuina. Che quelli che stanno a prua vanno a poppa, e quelli di poppa vanno a prua. E così, dando l’impressione che vi sia sulla nave un gran daffare, si lasciano invece le cose come stanno. Se questa è la preoccupazione del premier, allora si comprende la risposta sbrigativa rilasciata ieri: «mentre qualcuno piange, altri fanno». Incalzato dalla stampa, dopo la pubblicazione del Rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, il Presidente del Consiglio ha lasciato intendere due cose. La prima, che non è interessato a entrare in una discussione sul Mezzogiorno, sui ritardi, sulle colpe, sulle responsabilità, sulle cause, e su tutto quello che la «questione meridionale» torna a muovere nel nostro Paese. La seconda, che a metterla ancora e sempre con l’analisi storica, l’analisi culturale, l’analisi sociologica, l’analisi antropologica si cade in quella cultura del piagnisteo sterilmente rivendicativa, che al Sud non fa fare un solo passo avanti. La storia del piagnisteo varrebbe insomma quanto i «gufi» o i «frenatori» o i «rosiconi», cioè quanto le altre metafore che il premier ha messo in circolo in questi mesi di governo per indicare tutti quelli che ostacolano lo sforzo riformatore del governo. Ed è vero, probabilmente, che neanche la discussione, rilanciata dalla minoranza del Pd in questi giorni, sul Ministro del Mezzogiorno, o su una eventuale delega per il Mezzogiorno cambierebbe di per sé la qualità di questo sforzo.

Dopodiché però la Direzione nazionale del partito democratico si riunisce proprio oggi per parlare di Mezzogiorno. Le parole che Renzi non ha detto, preferendo che a parlare siano i fatti, bisognerà pure che si ascoltino oggi, e che formino una politica. Se infatti la direzione non sarà soltanto uno scroscio di mezza estate, o un’altra maniera di fare ammuina, qualcosa i democrati dovranno pur dire, in proposito. Perché di sotto a tutte le parole stanno le cose, e le cose, per il Sud, non stanno affatto bene. Cosa bisogna dunque attendersi? Per esempio che si capisca bene dove vanno a parare le riforme che il governo sta mettendo in campo, ultima la banda larga per la quale il governo ha stanziato ieri due miliardi di euro e rotti. Ecco un segno concreto, concretissimo, che andrebbe rubricato non solo tra le parole ma tra le cose: per ogni impegno di spesa, o per ogni programma di investimenti, o per ogni allocazione di risorse, o per ogni prelievo fiscale, il governo dovrebbe indicare con chiarezza di volta in volta in che modo preveda che vada a riduzione del divario fra il Nord e il Sud del Paese. Questo significherebbe assumere la questione meridionale come una questione nazionale: ritornello che viene spesso ripetuto in maniera retorica, senza che si riesca davvero ad orientare le politiche nazionali nella direzione auspicata.

La si giri però come si vuole: senza una chiara, forte, ambiziosa scommessa politica, non vi sarà alcun riorientamento di questo genere. Perché è indubbio che la seconda Repubblica è stata – come si dice – a trazione nordista e leghista. Qui non si tratta di piagnucolare perché non siedono al governo ministri partenopei, ma di prendere semplicemente atto che nel discorso pubblico il significante «Mezzogiorno» si è accompagnato in questi anni ad una serie di termini negativi che hanno spinto la politica a tenersene sempre più alla larga. Fare il contrario richiede dunque coraggio ed iniziativa politica, che è però quello che ci si aspetta che il Pd abbia, ora che ha – o avrebbe – una classe dirigente meridionale alla guida di tutte o quasi le istituzioni locali.

Non è pensabile neppure che i suoi rappresentanti procedano però in ordine sparso, covando rivalità e gelosie, senza condividere un disegno di più ampio respiro. Forse è presto per nutrire questa preoccupazione, visto che abbiamo da poche settimane i nuovi presidenti della due più importanti regioni del Sud Italia, Campania e Puglia. Una cosa è certa, però: che le loro voci non vanno ancora all’unisono, e non sembra che vogliano andarci, per provare a costruire una sponda forte di interlocuzione col governo. Ieri Vincenzo De Luca ha diramato un comunicato in cui elenca le necessità logistiche e infrastrutturali a cui dovrebbe far fronte un grande piano mirato di investimenti nel Mezzogiorno. Fin qui si trattava di richiamare il governo alle scelte concrete che si debbono compiere nei prossimi mesi, e su cui più che di ragionamenti c’è bisogno di un sì o di un no. Ma  insieme a questo elenco sta una nota polemica, messa lì solo per dire: io sono un’altra cosa da tutti gli altri che parlano soltanto. Sarà vero. Sta il fatto però che distinguersi significa anche dividersi, o addirittura isolarsi, ed è difficile che il ricco piano che De Luca proporrà nella Direzione di domani possa realizzarsi in forza di divisioni e contrapposizioni. Pure quelle, alla lunga, rischiano di produrre solo ammuina.

(Il Mattino, 7 agosto 2015)

I piagnistei, la retorica e la realtà

parola-del-sud-indicata-dalla-bussola-41426779La vera questione non è se raccontare la tragedia del Sud, i drammi del Sud, i problemi del Sud sia o no fare del piagnisteo, ma, se mai, come sia possibile che la discussione sull’economia e la società meridionale, suscitata dalla pubblicazione del rapporto Svimez, devii dai contenuti del rapporto alle modalità con cui di quei contenuti si discute.

Perché c’è una cosa e c’è l’altra: c’è una certa retorica, ma c’è anche una condizione reale. La retorica di cui parla Renzi è la retorica che ha accompagnato la progressiva deresponsabilizzazione della società meridionale, che non è stata capace, negli ultimi decenni, di contestare il disimpegno e anzi la distanza sempre più smaccata dello Stato nazionale dai problemi del Mezzogiorno. Non lo è stata, perché si è accontentata di gestire in termini clientelari i flussi di finanziamento europei. Da una parte, cioè, si riducevano gli impegni pubblici, dall’altra si lasciava ad una gestione decentrata dei fondi comunitari di che alimentare i ceti dirigenti locali. Il patto comportava evidentemente una perdita secca per il Mezzogiorno, ma era funzionale agli equilibri politici dati. Quello che dunque Renzi chiama piagnisteo è quel sottofondo di lamentazioni, in verità sempre più debole, sempre meno convinto, sempre meno percettibile. che alimentava istanze e richieste compatibili con questo quadro, senza comportare mai una sua trasformazione reale.

La cultura del piagnisteo copriva un vittimismo interessato. Chi ci ha scritto un libro su, il critico australiano Robert Hughes, ne ha fatto addirittura un tratto saliente della cultura contemporanea, ispirato a quel «politicamente corretto» per cui ogni bisogno o esigenza si camuffa da offesa alla giustizia (o all’uguaglianza, o all’umanità: insomma, ai più alti valori), per tradursi subito dopo in una querula rivendicazione di diritto.

Se questo però è il piagnisteo, si può dire che il Sud, che il rapporto Svimez ha messo nuovamente sotto i nostri occhi, rivendichi soltanto il rango di vittima, per specularci su? O non bisogna piuttosto riconoscere che il mondo è cambiato, e che per quanto sia grave il quadro delle responsabilità che si voglia imputare al Mezzogiorno, alla sua classe politica, ai vizi più o meno atavici e alle tare più o meno storiche, sta il fatto che senza un’idea e un impegno nazionale il Sud non può farcela da solo? Il quadro è cambiato realmente, strutturalmente: nell’area euro le condizioni per fare impresa nel meridione d’Italia sono peggiorate, non sono migliorate. Il volume degli investimenti è diminuito, non aumentato. La desertificazione umana, ancor prima di quella industriale, descrive flussi demografici reali, e davvero minaccia di fotografare per le regioni meridionali una condizione di sottosviluppo permanente. Il rapporto Svimez disegna per giunta una frattura forse ancora più profonda, perché non racconta solo di un divario crescente fra le aree del Paese, ma mostra i segni di uno scollamento effettivo, di una minore integrazione (per non dire di una separazione) fra i sistemi economici del Nord e del Sud. Difficile che questo non sia un problema di tutto il Paese.

Ora, Matteo Renzi può dimostrare di averlo capito. Ne ha l’occasione: la direzione nazionale, convocata per il prossimo 7 agosto dal presidente del Pd Matteo Orfini, può essere il luogo in cui una diversa consapevolezza si affaccia e entra nell’agenda politica di governo. Sarebbe peraltro un segno di non piccola discontinuità, visto che i precedenti governi Letta e Monti non pare che si siano segnalati per una spiccata vocazione meridionalista. E potrebbe addirittura essere una salutare eresia, una bestemmia o uno scandalo rispetto alla vulgata federalista e nordista della Lega, che è prevalsa in questi anni, se il maggior partito italiano si dichiarasse invece, in quella sede, «meridionalista», nell’accezione più semplice della parola: un partito che non considera un successo per l’Italia nessun cambiamento che aumenti, invece di diminuire, la distanza fra il Nord e il Sud d’Italia. Renzi deve, come può, essere ambizioso: un governo, che volesse davvero segnare un punto di svolta nel processo di riforma del Paese, non ha che da assumere il Mezzogiorno come la sua vera «frontiera», la prova decisiva che un’intera generazione è chiamata ad affrontare per legittimarsi realmente, non solo elettoralmente, agli occhi della comunità nazionale.

Hughes citava in apertura del suo libro sul piagnisteo quel passo di Tocqueville, in cui il grande studioso della democrazia notava (con un tratto di aristocratica preoccupazione) che «il desiderio di eguaglianza diventa sempre più insaziabile quanto più l’eguaglianza è completa». Cioè: quel desiderio non si soddisfa mai. Questi, che vogliono l’uguaglianza, quando cominciano non la finiscono più. E questo è il piagnisteo, soprattutto quando diviene il discorso sventolato dai capataz locali per assolvere se stessi dalle proprie responsabilità. Ma può essere invece l’avvio di una grande stagione di democratizzazione del Paese, se la maggioranza che guida il Paese ne fa il terreno per una lotta alle diseguaglianze reali. Le quali, purtroppo, si concentrano proprio qui, nel Mezzogiorno d’Italia. Ed è da qui, dunque, che bisogna partire.

(Il Mattino, 4 agosto 2015)

Contro il declino il dovere di fare squadra

bagnoli-2Sir Winston Chruchill, uno che se ne intendeva, soleva dire piuttosto laconicamente:  «per quanto sia bella la strategia, dovresti ogni tanto guardare ai risultati». Vincenzo De Luca deve aver dato uno sguardo a Bagnoli, e pensato che nella strategia seguita fin qui qualcosa non ha funzionato. In sintesi – voglio dire: nella maniera in cui De Luca usa fare la sintesi – la legge su Bagnoli, la legge voluta da Renzi, è una «legge demenziale».

Dalle parole che De Luca ha usato – e che in linguaggio diplomatico si direbbero «molto franche» – si possono capire tuttavia due cose. La prima: De Luca non giocherà all’uno contro tutti e neppure farà come il sindaco De Magistris, che manda le carte bollate per gridare al torto subito dai poteri forti (poteri legittimi, va da sé, anche se De Magistris non lo dice). La seconda, più importante, è però che il governatore vuole andare dritto al risultato e magari ottenerlo pure. Il presidente della Regione ha appena iniziato la sua esperienza a Palazzo Santa Lucia, dove è arrivato da «uomo del fare», che non ne vuole sapere di chiacchiere e riunioni, ritardi e rinvii. Se infatti c’è una cosa che torna sempre nei primi interventi pubblici del governatore è il tempo, la necessità di fare presto, anzi subito: produrre decisioni, sbloccare cantieri, impegnare fondi.

Su questo, dunque, De Luca punta le sue fiches. E ci sta: è un linguaggio, uno stile, persino una fraseologia che viene immediatamente compresa, dai più, e condivisa. Il punto è però – su Bagnoli e anche oltre Bagnoli – se la dimensione dei problemi che affliggono non solo la Campania ma l’intero Mezzogiorno richieda davvero una traduzione di questa esigenza in termini bruscamente conflittuali, o se la necessaria interlocuzione con Roma ed il governo centrale richieda capacità di agire di concerto, di fare squadra, di condividere idee, programmi e linee di azione.

De Luca è abituato a caricare le batterie del consenso popolare attraverso la tribuna di una piccola rete televisiva locale. Ma accanto a questo tratto populista con cui è costruita la sua figura pubblica – e che, finché funziona, non ha evidentemente motivo di abbandonare – sta l’annoso problema del governo reale della regione. E quindi dell’ambito di rapporti in cui deve essere speso quel consenso, perché produca davvero risultati. La soluzione non può ovviamente essere quella di rinunciare a farlo pesare, il consenso, ma non può nemmeno essere quella di preservarlo o addirittura accrescerlo, avendo però cura soltanto di individuare le figure del nemico su cui di volta in volta dirottare l’attenzione della pubblica opinione – siano essi la palude burocratico-amministrativa, o il sistema dei partiti, o il governo centrale, o infine l’Unione europea. I quali tutti ci mettono magari del loro, per giustificare una simile retorica, ma rimangono pur sempre l’ambiente istituzionale in cui implementare le politiche. Senza curare il quale si abbaia pure, ma non si morde mai.

Il cambio di passo che il governatore intende imprimere alla regione impone cioè costruzione di alleanze, gioco di sponda, e soprattutto un grande investimento di fiducia. Questo è il terreno più difficile. Nei rapporti pubblici, la fiducia riposa tuttavia su fattori meno incerti della simpatia o dell’affidabilità personale, e richiede la capacità di riconoscere e perseguire un interesse reciproco.

Ora però questo interesse c’è. Una strategia nazionale per il Mezzogiorno è interesse del Sud come dell’intero Paese. Anche Renzi deve convincersene, e forse la direzione nazionale del Pd convocata sul Mezzogiorno per il prossimo 7 agosto va in questa direzione. C’è perlomeno il tentativo di tracciare un disegno politico, prendersi qualche chiara responsabilità, e fare scelte conseguenti.

Ha ragione, d’altronde, il neo-governatore della Puglia, Michele Emiliano, a raccogliere e rilanciare la sfida di un fronte comune delle regioni meridionali. Lo richiede sia il formato dei problemi che la forza politica necessaria ad affrontarli. Oggi queste regioni sono guidate da uomini, come appunto Emiliano e come lo stesso De Luca, forti di un consenso per molta parte personale: occorre allora che diano prova di saperlo investire su un terreno più ampio, più largo, che coinvolga e susciti una nuova classe dirigente, che attivi nuove energie, che disegni nuove prospettive di sviluppo. A Renzi devono poter offrire questo: anziché proporsi come i capobastone arcigni del Sud che c’è, immaginarsi come i promotori del Sud che dovrà esserci, e che nessuno di loro può illudersi, d’altra parte, di costruire da solo, contro tutti gli altri.

Per De Luca, le occasioni di mettersi in gioco non mancheranno. Oggi è Bagnoli, domani sarà la cabina di regia dei fondi europei, e dopodomani la scelta per il sindaco di Napoli. È da capire se prevarrà una linea contundente o una linea in qualche misura convergente. È questione di strategie, certo, ma questa volta è, insieme, questione pure di risultati.

(Il Mattino, 2 agosto 2015)