Se è troppo noioso derattizzare

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Non ci ha pensato solo Giacomo Leopardi, nell’ultimo periodo del suo soggiorno napoletano: anche Luigi De Magistris, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, ha deciso di scrivere il suo poemetto satirico e zoo-epico, i suoi paralipomeni alla batracomiomachia, la guerra dei topi e delle rane (con contorno di granchi). Nella celebre versione del poeta di Recanati, i topi erano dalla parte del progresso e della libertà, mentre le rane stavano dalla parte della conservazione (e i granchi alludevano allo straniero, all’austriaco). De Magistris ha invertito i ruoli: Renzi è il topo cattivo che deve essere tenuto fuori dalla città «derenzizzata», il che vuol dire che il primo cittadino ha deciso di celebrare la sua epopea prendendo per sé la parte della rana. In effetti, come le rane, anche il sindaco di Napoli ama spesso gonfiare il petto.

Lo ha fatto anche ieri: e non sulle sudate carte, ma via Facebook, dove si può leggere – non in versi a rima baciata o alternata, ma comunque in una prosa assai roboante – che lui ha, per l’appunto, «derenzizzato» la città. Un proclama leggendario, di cui non sarebbe stato capace neppure il re di Topaia, Mangiaprosciutti, o il suo coraggioso successore, Rodipane, che pure andò alla guerra (e dignitosamente la perse) pur di non piegarsi allo straniero. Ancor più fieramente di costoro, De Magistris difende Napoli e apparecchia la resistenza: «ora e sempre», scrive, con una non impercettibile allusione alla lotta contro il fascismo. De Magistris non dà a Renzi del fascista, bontà sua, ma gli imputa, di seguito e tutto d’un fiato (cioè gonfiandosi come una rana): violazione della Costituzione, occupazione violenta del territorio, abuso della legge, uso illegittimo del diritto, derive autoritarie. All’elenco ha mancato di aggiungere solo i crimini contro l’umanità: il resto c’è. La Corte penale internazionale è avvisata. D’altronde, cosa scrive Leopardi quando giunge l’ora decisiva? «Leonidi, Temistocli e Cimoni,/ Muzi Scevola, Fabii dittatori,/ Deci, Aristidi, Codri e Scipioni», tutti gli oratori e i condottieri del mondo antico non avrebbero saputo tuonar guerra con più vigore di De Magistris.

Il suo posto è infatti colà, tra quei campioni di coraggio e di eroismo, quei fulgidi esempi di ardimento e prodezza, anche se purtroppo la vile cronaca e il monotono ufficio di amministratore lo dovrebbero tenere un po’ più di qua, un po’ più coi piedi per terra. Nel bando affisso ieri sulla bacheca virtuale De Magistris parla anche della Terra, in verità. Ma, in primo luogo, gli mette la maiuscola, e poi scrive che la Terra è bene comune, la Terra «è identità, è radici, è profondità», non è affatto «materialità, consumismo, proprietà». Altisonante formula retorica: ci sono mica napoletani a cui manchino beni materiali, o a cui spiacerebbe acquistare qualcosa e consumare un po’ di più? Evidentemente, per De Magistris, no. Oppure non è questo il tempo. Amministrare si vedrà; intanto, quel che conta nell’«ora e sempre» della Resistenza contro il governo cattivo e usurpatore dell’illiberale e autoritario Renzi, sono, nell’ordine: identità radici e profondità. Figuriamoci se uno che parla così della Grande Madre Terra si può interessare dei topi veri che scorazzano per le strade di Napoli, e che ogni tanto per strada, a terra, ci rimangono. I topi di Topaia, quei valorosi topi che nelle stanze in ottave di Leopardi difendono la libertà contro i soprusi dei granchi stranieri, quelli sì che gonfiano il petto del sindaco. Il topo che Edgar Colonnese ha trovato davanti alla sua libreria, in pieno centro, quel topo morto e prontamente immortalato non dai versi di un poeta ma dai selfie dei turisti, come ricordo indelebile della visita in città, quello non vuol dir nulla, non accende l’animo dei forti e quindi nemmeno del sindaco.

C’è – ognuno lo vede – una distanza enorme tra i noiosi compiti amministrativi per i quali si viene eletti alla guida di una città (posto che sia la Napoli di oggi e non l’ottocentesca Topaia di Leopardi), e la maniera in cui il sindaco interpreta il suo ruolo, nella ostinata quanto ridicola ricerca di un senso politico, di un ruolo politico, di un destino politico più grande di quello che l’arancione della sua rivoluzione gli ha potuto conferire. Una distanza tale che è legittimo domandarsi: a quando la dichiarazione di indipendenza, una nuova bandiera e una milizia cittadina? E soprattutto: da quale profluvio apocalittico di parole saremo travolti nella prossima campagna elettorale, in cui De Magistris chiamerà i suoi a difendere come minimo la democrazia e la libertà? Saprà qualcuno opporgli un bilancio un po’ più sobrio, freddo e ragionato della sua sindacatura?

(Il Mattino – ed. Napoli, 12 agosto 2015)

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