Perché si torna a parlare di Bassolino

Acquisizione a schermo intero 19082015 154614.bmpIl «nonsipuotismo». Antonio Genovesi aveva battezzato così il sentimento profondo e inguaribile dell’impossibilità di cambiare le cose, la rassegnazione, la sfiducia, il cronico disincanto. Antonio Bassolino divenne sindaco di Napoli, ormai più di vent’anni fa, con l’obiettivo di curare la malattia. E per qualche tempo ci riuscì.

Se oggi l’ipotesi di una sua candidatura a Palazzo San Giacomo riempie le pagine dei giornali, e stuzzica i napoletani, è forse perché è il partito democratico ad essere affetto dalla malattia: il numero delle cose che pensa non si possano fare cresce ogni giorno di più. Non si possono fare le primarie, non ci si può dividere un’altra volta in maniera lacerante, non si può andare con De Magistris, non si può confidare nella società civile, non si può convergere su un nome unitario, non ci si può affidare a un volto nuovo, non si può aspettare la benedizione di Matteo Renzi, non si possono imporre nomi e però non si possono neppure sceglierli e votare, i nomi. Non si può commissariare il partito ma neppure si può fare la scelta all’interno degli organismi di partito, perché non hanno sufficiente forza e legittimazione per tenere tutti insieme. Non si può questo e non si può quello: più sfiduciati di così si muore.

Qual meraviglia, allora, se in mezzo a tutti questi «non possiamo» – che sono in realtà dei «non vogliamo» – torni di nuovo in lizza il nome di Bassolino? Il quale aspetta sornione e sta a vedere se davvero tutto riprenderà a ruotare intorno a lui, come fosse il motore immobile di Aristotele: non è lui, infatti, che si muove e si affanna in cerca di una candidatura. Sono gli altri, che non potendo andare da nessun’altra parte, per giri ora più grandi ora meno grandi si avvicinano a lui.

E così, dopo la vittoria di Vincenzo De Luca alle regionali, il film della politica campana rischia di girare davvero il sequel degli anni Novanta. Ma cosa vorrebbe dire il possibile ritorno di Bassolino? È banale dirlo, ma il primo significato di una simile, clamorosa rentrée sarebbe una condanna per incapacità della classe dirigente espressa dal centrosinistra negli ultimi cinque, dieci anni. Prima ancora di affrontare la competizione elettorale, il Pd ammetterebbe che dalle sue fila non è venuta fuori un solo nome in grado di proporsi credibilmente per le elezioni municipali. Il che è abbastanza paradossale, visto che il Paese vive in questo momento un profondo rinnovamento generazionale: basta guardare la composizione del governo nazionale.

Ovviamente, il nuovo per il nuovo non è mai stata una vera proposta politica: funziona nei momenti di rottura, e rischia di alimentare risposte avventuristiche: l’esperienza di De Magistris docet. Ma rimane il fatto che l’eventuale candidatura di Bassolino apparirebbe come un ripiego, come una scelta necessitata da insipienze, veti e inconcludenze. Non sarebbe il frutto di una nuova scommessa, ma casomai del rifiuto di scommettere ancora.

Tutto ciò non riguarda, ovviamente, il piano personale. Sul quale Bassolino fa bene a togliersi qualche piccola soddisfazione, essendo uscito dal cono d’ombra nel quale era stato troppo frettolosamente relegato. Ma il primo a sapere che non sussistono oggi le condizioni che lo portarono a vincere nel ’93 è lui.

Si era allora in piena Tangentopoli, la classe dirigente democristiana e socialista era franata rovinosamente, e intorno a Bassolino si raccolse tutto il contrario del «nonsipuotismo»: una speranza di rinnovamento e di rinascita, favorita anche dalla riforma istituzionale dell’elezione diretta dei sindaci, sullo sfondo di un panorama partitico disastrato. Oggi, la crisi della politica, sia locale che nazionale, ha prodotto soggetti come Luigi De Magistris da una parte, e i Cinquestelle dall’altra, che provano entrambi a legittimarsi in chiave polemica nei confronti del governo politico nazionale: De Magistris per spostare l’attenzione e il giudizio degli elettori dal piano amministrativo a quello politico; i Cinque Stelle perché ancora ben lontani dall’essersi provati nei consigli locali. Il Pd è invece alla guida del paese e del Mezzogiorno. È la principale infrastruttura su cui poggia la capacità della politica di riprendere in mano le redini del Paese. Ed ha una responsabilità storica e politica nuova, di interpretare il governo del cambiamento in continuità con la fase aperta da Renzi, dalla «rottamazione» in poi. Può essere Bassolino l’interprete anche di questa stagione? A ciò si aggiunga che nel 2016 il voto in città come Milano o Napoli avrà il valore di un test nazionale. Può Renzi affrontarlo al Sud affidandosi alla vecchia guardia? Non sarebbe l’implicita ammissione che, gli riesca o no di cambiare il Paese, non gli è veramente riuscito di cambiare il Pd?

(Il Mattino, 19 agosto 2015)

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