Decisione difficile ma l’occasione è davvero unica

Acquisizione a schermo intero 19082015 224036.bmpA proposito di buona scuola, si può dire: è arrivata in ritardo. Si può anche sostenere, elevando il tono della discussione con una considerazione più generale e quasi metafisica che, nell’ordine del calcolo e del capitale, gli uomini sono diventati ormai, come diceva crudamente Jean Baudrillard, «l’escremento del tempo»: mentre infatti il tempo è indispensabile e non può andare perduto senza commettere peccato mortale di inefficienza, le nostre vite, le nostre esperienze, le nostre storie possono essere perdute, azzerate o anche solo comprate e vendute. Per molti di coloro che, dopo anni di sacrifici e di vita precaria (non solo di lavoro precario), sono chiamati a decidere se accettare di trasferirsi lontano da casa, la prospettiva di dover ricominciare daccapo, da un’altra parte, dovendo quindi riorganizzare tempi di lavoro, abitudini familiari, relazioni sociali (sostenendo anche i relativi costi), equivale a cancellare un pezzo della propria vita.

Però la riforma è arrivata, e va forse giudicata in maniera un po’ più prosaica. Il piano di assunzioni che ne accompagna l’adozione comporta l’immissione in ruolo di decine e decine di migliaia di docenti. Si ha un bel dire che il governo non ha fatto altro che ottemperare a una decisione della Corte europea, che impediva di tirare avanti con l’esercito dei precari: sta il fatto che una decisione è stata presa e una responsabilità assunta. E ha proporzioni quasi storiche. Questa decisione non poteva però servire semplicemente a sanare le condizioni soggettive dei singoli docenti, deve anche consentire di coprire i vuoti negli organici scolastici, e purtroppo la loro dislocazione non corrisponde alle richieste degli aventi diritto. Di qui la «deportazione» di cui parlano polemicamente quanti (circa uno su cinque, a quel che si legge), trovando assurdo che dopo anni di supplenze la presa di servizio possa avvenire a centinaia di chilometri di casa, rifiutano di presentare domanda.

È una scelta amara, che si può capire, specie se compiuta da parte di persone non più giovani, che non cominciano adesso il loro percorso professionale, che magari hanno già preso casa e messo famiglia, o che semplicemente non sono disposte a destinare i loro prossimi stipendi a sostenere le spese necessarie a trasferirsi armi e bagagli al Nord (perché diciamolo: il sacrificio viene chiesto anzitutto ai docenti meridionali, e pure questo è un aspetto dell’impoverimento del Sud).

Ma nel computo delle cose di cui tenere conto, e per una valutazione complessiva del piano di assunzioni straordinario, va considerato pure che viene finalmente offerta una soluzione lavorativa stabile a un vastissimo numero di docenti; che solo per una parte minoritaria dei nuovi assunti si profila la possibilità di un trasferimento lontano da casa; che non è da escludersi la possibilità di avvicinamento nei prossimi anni. E, infine, che c’è un anno di tempo – a quanto si apprende– per prendere la decisione. Un anno di tempo significa che la scelta non è più una pistola puntata alla tempia, un dentro o fuori  pronunciato come una sorta di ultimatum, ma consente almeno un tempo di ponderazione, e così di osservare un certo assestamento del nuovo sistema.

La buona scuola è un difficile incastro fra esigenze diverse. Diverse, si vorrebbe dire, per ogni ordine e grado scolastico, ma anche per esigenze territoriali, percorsi professionali, progetti formativi. Immettere centomila nuovi docenti in un mondo così differenziato, non creandoli ex novo, ma prendendoli dalle graduatorie formatesi – anzi incancrenitesi – nel corso di anni e anni, non era e non è un’impresa facile, se almeno si vuole evitare che il tutto somigli semplicemente a un «ope legis» privo di qualunque criterio e di un minimo di necessità funzionale. Questa necessità è, appunto, una necessità, e cioè non discende – diciamolo chiaramente – dai più alti fini che la legge dichiara fin dal suo primo articolo: mettere la scuola al centro della società, innalzare, rispettare, recuperare, garantire, valorizzare, realizzare. Eccetera eccetera. Qui si trattava di risolvere un problema eminentemente pratico, generato da ritardi storici accumulati nel corso di anni e anzi di decenni, cercando di far incontrare le esigenze del sistema scolastico e quelle del personale docente. Certo, si può anche rinunciare a cercare compromessi del genere e  anzi ogni genere di compromesso. Quanti pensieri acuti non si trovano – solo per fare un esempio – nella prospettiva di un intellettuale irregolare come Ivan Illich, che, prima di Pasolini, auspicava la «descolarizzazione» della società, accusando la scuola di ogni nequizia: di inquinamento fisico, di polarizzazione sociale, di impotenza psicologica. Ma, per seguirlo, bisogna abbandonare del tutto il giudizio prosaico sull’istituzione, e insieme con esso anche cose come il conto dei posti disponibili, le carenze in una materia o nell’altra, i punteggi, le graduatorie e tutto il resto. È, se si vuole, una nobile scelta di vita, ma per fortuna c’è vita pure nelle istituzioni: nel loro spirito e nelle loro necessità.

(Il Mattino, 20 agosto 2015)

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