I volti dei bambini che annegano nel buio

Fingal's cave by Joseph Mallord Turner.jpg

Le foto che vi raccontiamo sono disponibili da più di 36 ore. Non devono essere cercate, né si tratta di occultarle: sono infatti già in rete, sono a disposizione del miliardo di utenti di Facebook, e si trovano sui siti che raccontano il dramma dei migranti, i morti in mare. Non si pubblicano per umanità, per pudore, per decenza. E per il timore che possano suscitare una curiosità morbosa. Però ci sono, sono con ogni probabilità vere e raccontano ciò che accade sempre, ad ogni sbarco. Ritraggono corpi di bambini deceduti insieme a decine di persone nell’ultimo naufragio del Mediterraneo: di fronte a Zuwarah, città costiera situata un centinaio di chilometri ad ovest di Tripoli. Nonostante i rischi, nonostante i pericoli, nonostante i morti, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini continuano ad affrontare il mare aperto; a migliaia muoiono. Muoiono i bambini.

Uno giace disteso, le labbra livide, gli occhi chiusi e le braccia levate – solo i bambini piccoli riescono a dormire in quella posizione – la maglietta a maniche corte sollevata sul pancino, il pannolino con lo strappo. È morto. Intorno si vede la spuma del mare. La pelle è scura ma le mani sono bianche: la morte è bianca, fredda, gelida. La luce è la luce innaturale di un flash: la foto è scattata nell’oscurità. Il bambino è morto nel buio e nell’acqua: non ha potuto vedere né la luce né la terra dove i suoi genitori volevano condurlo.

La maglietta è arrotolata ma si capisce che sopra vi è stampato un personaggio dei cartoni, con dei bei capelli rossi. È una maglietta molto colorata. Colorata di rosso è pure la t-shirt della bambina con il pantalone rosa; colorato di blu il vestitino a pois bianchi di un’altra bambina ancora nell’acqua, con le calze bagnate. Sono morte anche loro. Anche se vestivano proprio come i nostri bambini, anche se i genitori provavano a dare allegria almeno ai loro abiti, e probabilmente a infondere loro un sorriso durante un viaggio difficile, inumano, tutto ciò non conta e non ha più importanza: sono morte. Morta è anche la bambina sul cui corpicino si frangono i flutti del mare: non si vede il volto, si vede l’onda, la schiuma che sale e copre i suoi lineamenti.

Altri ce la fanno: chi viene raggiunto in mare da un mezzo navale, chi viene soccorso in acqua prima di annegare, chi infine raggiunge terra e prova a dileguarsi prima di essere identificato. Tutti però non sono voluti né desiderati; tutti rappresentano un enorme problema che nessuno in Europa sa bene come affrontare.

Le sue dimensioni sono infatti immani. La più grave crisi umanitaria da cinquant’anni a questa parte. Un pezzo di continente assillato dalla fame e dalla guerra, un pezzo di continente in cui si sbriciolano interi ordini politici e sociali, chiede all’Unione Europea accoglienza e rifugio. Ma come si fa? Nessuno sa come si fa. Ora che i cadaveri dei migranti sono stati trasportati fin nel cuore dell’Europa, stipati in un camion e abbandonati per strada tra l’Austria e la Germania, sembra che si voglia finalmente prendere coscienza di un problema che nessuna politica nazionale può affrontare da sola, e che nemmeno l’Unione europea tutta intera sembra preparata a fronteggiare, per le sue proporzioni  imponenti, colossali, epocali.

Il progetto europeo nasce in verità da un bisogno di pace e di prosperità, maturato dopo trent’anni di guerre e decine di milioni di morti. Ma non c’è pace se ai tuoi confini, lungo le tue coste, per le tue strade arrivano in migliaia e muoiono come mosche: inermi e disperati, sgominati ed esausti. E mai è bastato chiudere semplicemente le porte – alzare muri? srotolare chilometri di fili spinati? affondare i barconi, bloccare i valichi, interrompere i traffici e presidiare le molte vie del mare? – mai è bastato o può bastare tutto questo se a muoversi e lasciare le terre d’origine sono popolazioni e paesi. Tutti insieme. Tutti in una volta.

Perciò, lo voglia o no, lo possa o no, l’Unione Europea deve studiare il modo di affrontare il dramma epocale che si sta consumando da anni – anche se fingiamo di accorgercene solo ora – e lavorare ad una soluzione condivisa. Deve varare programmi, tenere vertici e riunire commissioni, ma infine assumere una chiara responsabilità al riguardo. Le risorse economiche e una politica estera comune per l’immigrazione non sono opzioni più o meno disponibili di fronte a una sfida del genere: sono una necessità vitale. Non ha alcun senso dire infatti che le risorse non sono sufficienti, o che gli interessi dei paesi membri sono diversi e non collimano fra loro. O meglio, un senso ce l’ha: vuol dire che l’Unione non esiste. Se non esiste per questo, non esiste per nient’altro.

Perciò la blusa azzurra, il pantaloncino corto, le scarpe allacciate o i piedi scalzi nella sabbia umida della notte non sono solo un problema morale per le redazioni, un tormentoso caso di coscienza o una questione di deontologia professionale. Sono il contrassegno di una tragedia storica, e un ultimo appello pieno di allarme e di angoscia all’Europa.

(Il Mattino, 30 agosto 2015)

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