Riformare i candidati

i-colori-dell-autunno-2014-legambiente-valtriversa-704x318Parlando alla Camera, Renzi ha indicato una data «ragionevole» per il referendum sulle riforme costituzionali: l’autunno del prossimo anno. Ma, intanto, nella prossima primavera si voterà per le elezioni municipali in molte città italiane, e in particolare nelle prime tre grandi città del Paese: Roma, Milano, Napoli. Domanda: non sarebbe ragionevole votare insieme per l’una cosa e per l’altra, per le riforme costituzionali e per le elezione dei sindaci? Risposta: dipende. Dipende dal punto di vista dal quale si osserva la cosa. Dal punto di vista del premier, molto probabilmente sì. Significherebbe infatti mettere le comunali nella scia delle riforme, nella speranza che un voto trascini l’altro, così che le difficoltà del partito democratico nelle grandi città sarebbero bastantemente celate dalla più grande partita del cambiamento costituzionale.

In verità, la sequenza già indicata in Parlamento un senso ce l’ha: se infatti le cose al Pd dovessero andar male in primavera, Renzi si potrebbe prendere la rivincita in autunno. Ma il fatto è che nell’ultima settimana la situazione romana è precipitata, Marino si è dimesso e la sfida non si  gioca solo su Napoli e Milano, e sulle altre città minori. Ora ne va anche della Capitale: sarebbe dunque difficile circoscrivere una eventuale sconfitta in una dimensione puramente locale. Il desiderio inconfessabile di giocarsi tutto in un unico round comincia a prendere forma.

È complicato. Lo è sotto il profilo dei tempi, poiché le riforme non sono ancora all’approvazione definitiva, e lo è dal punto di vista politico, perché un simile accorpamento tra questioni amministrative e questioni costituzionali susciterebbe più di uno strepito. Ma il solo fatto che la cosa venga prospettata è indice delle difficoltà in cui si dibatte il Pd. Difficoltà che, forse, vanno anche al di là della scelta dei nomi e del profilo dei candidati: l’impressione è infatti che Renzi non trovi nel suo partito un serbatoio nel quale attingere per sfornare quella famosa classe dirigente, che è famosa proprio come la famosa invasione degli orsi in Sicilia, «nel tempo dei tempi»: una roba fantastica, insomma, perché al momento non se ne hanno notizie certe.

Così bisogna provarle tutte. Nelle prossime settimane, il partito democratico deve trovare i candidati giusti, e in molti casi, prima ancora dei candidati, dovrà chiarirsi le idee quanto al metodo di selezione. La retorica delle primarie «elemento identitario» del partito, inscenando la quale il Pd è nato, è decisamente in ribasso, perché nessuno sa bene cosa ne uscirebbe fuori. Un conto è fare le primarie confermative, alla Prodi, un altro è fare primarie competitive, in cui però sia in gioco di fatto il governo del Paese, come è stato con Renzi, un altro, tutt’altro conto ancora è farle là dove conta solo il notabilato locale, dove tutto si decide in base al «chi sta con chi», e dove la ragione sociale del partito si è – a dir poco – parecchio appannata.  A leggere l’intervista del vicesegretario del Pd, Guerini, su questo giornale, pare che questo appannamento sia a Napoli un po’ più vero che altrove, forse perché a Napoli alle difficoltà del partito si somma la volontà di fermare Bassolino: la sua candidatura è, infatti, per il solo fatto di stare in campo, una bocciatura per il resto del partito. Come che sia, a Napoli nessuno sa (e Guerini non chiarisce) quale progetto abbia il Pd sulla città. Dopo le dimissioni di Marino, in verità, non è chiaro neppure a Roma, posto che prima invece lo fosse, mentre a Milano la cosa sarebbe diversa, se non fosse che la mancata ricandidatura di Pisapia spalanca un buco che non è facile colmare. Improvvisamente (ma non troppo),ci si accorge che del Pd che, a livello nazionale, veleggia sopra il 35% nei sondaggi, in giro, nei territori, ce n’è pochino, e non solo perché calano gli iscritti o si chiudono i circoli. In una situazione del genere, è probabile peraltro che la minoranza interna troverà nuovi motivi per polemizzare, anche se la debolezza dei partiti politici è un dato cronico, quasi consustanziale al percorso dell’intera seconda Repubblica.

Proprio perciò non sarebbe male – dal punto di vista del premier, almeno – usare il battesimo referendario della terza Repubblica, il prossimo anno, per fare un’operazione di ricambio profondo anche nelle città. Per dire: noi siamo quelli del sì alle riforme, e coprire così, con il proprio investimento personale, tutte le magagne piccole e grandi del Pd.

Poi, certo, non è mica detto che arrivi il sì largo e rotondo che Renzi si aspetta dal referendum. Ma la partita politica avrebbe un significato chiaro, e verrebbe giocata su un terreno sul quale Renzi potrebbe muoversi con disinvoltura, tanto più che l’avversario più temibile sembra oggi essere, in attesa che il centrodestra si ristrutturi, il movimento Cinque Stelle. Come dire: una scelta di sistema, di qua o di là, riforme o rivoluzione. Il tutto lo si farebbe poi senza pagare dazio alle debolezze politiche locali, senza dover subire candidature più o meno discutibili, o semplicemente improvvisate, senza – infine – dar fiato e spazio ai propri avversari interni.

Insomma, una sfida vera e grande, all’altezza delle ambizioni del presidente del Consiglio. Che poi ci siano le condizioni per arrivarvi, politiche e parlamentari, è un altro paio di maniche. Ma questo non vuol dire che non si possa accarezzare l’idea. Sempre meglio accarezzare idee in autunno che prendere sberle elettorali in primavera.

(Il Mattino, 15 ottobre 2015)

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