Primarie, il rischio di un gioco a perdere

ROKES 1

Antonio Bassolino si candida. Il primo tweet con il quale aveva annunciato la corsa verso Palazzo San Giacomo non diceva altro. Veniva però subito dopo la decisione del partito democratico di indire le primarie. Come mai allora «fonti del Nazareno» hanno fatto subito sapere che Bassolino non è il candidato del Pd? Chiunque volesse oggi correre alle primarie potrebbe certamente farlo, nei termini naturalmente del regolamento che il partito dovrà approvare. E altrettanto certamente nessuno potrebbe essere il candidato ufficiale del Pd: proprio perché di primarie si tratta, cioè di una scelta tra candidati di uno stesso partito. Perché allora le imprecisate fonti del Nazareno si sono affrettate a precisare l’imprecisabile, e a togliere un bollino che non c’è, non è nemmeno previsto?

È probabile che a Roma siano arrivate, frettolose e confuse, le sollecitazioni di una segreteria regionale sempre più in affanno. Che ha già subito la vicenda De Luca, e che ora si prepara a subire pure la vicenda Bassolino. Con De Luca segue arrancando; con Bassolino invece contrasta, ma arranca lo stesso. Così l’altro giorno, al Nazareno, evidentemente mal consigliati, hanno steccato la prima. La dirigenza campana non vuole Bassolino, e chiede a Roma di prendere le distanze, di mettere uno stop. Lo stop arriva, ma in maniera decisamente maldestra, impropria, e soprattutto autolesionista. Per due buoni motivi.

Il primo. Le voci o le fonti romane hanno dato l’impressione che Renzi, o la sua segreteria, non intende semplicemente stare a guardare, ma mette i piedi nel piatto, e pretende di scegliere, o almeno di esprimere il proprio gradimento su questo o quel candidato. La cosa non è solo formalmente discutibile, e dopo la caduta di Marino anche inopportuna, ma pure controproducente dal punto di vista politico, perché proprio non conviene a Renzi, o a chi per lui, giocare alle comunali una partita in cui, oltre a De Magistris e ai Cinque Stelle e al centrodestra, Il Pd rischi di trovarsi contro pure Bassolino. Cosa infatti è successo, o può succedere? Bastava leggere il secondo tweet di Bassolino, che queste cose le ha capite benissimo: mi candido, ha scritto, a sindaco di Napoli. Che in pratica vuol dire: io ho diligentemente aspettato la decisione del Pd sulle primarie, ma se il Pd gioca contro di me, io posso pure giocare contro il Pd. E se il Pd porrà regole che ostacoleranno la mia corsa – limitando fortemente la partecipazione – non è detto che io non prosegua con una lista civica, saltando a piè pari il confronto delle primarie e rivolgendomi direttamente alla città.

Mentre così a Napoli si pensava di aver messo uno stop a Bassolino, a Roma devono essersi accorti che è piuttosto il Pd a rischiare la battuta d’arresto: le dichiarazioni venute successivamente hanno dunque ridimensionato la portata della prima presa di posizione, e le primarie sono tornate ad essere, molto più ecumenicamente, il luogo in cui i cittadini scelgono il futuro candidato sindaco.

Secondo motivo. Se la prima cosa che il Pd ha da dire, dopo aver detto sì alle primarie, è no a Bassolino, vuol dire che del resto – di idee, programmi, progetti – non gliene importa gran che. O almeno è questo che la mossa improvvida dell’altra sera ha dato ad intendere. Certo, non bisogna essere ingenui: con le primarie si sceglie anzitutto un candidato (o una candidata). Ma dov’è l’interesse dei democratici a far precipitare tutto in uno scontro sul nome di Bassolino? Non c’è. Eppure, è bastato un twit per mandare in confusione la segreteria regionale, spingere Roma a un confronto che non dice nulla alla città ma parla solo di posizionamenti politici e lotte di potere, e indurre tutti gli altri a chiedersi se valgono ancora le antiche mappe e le partite di risiko di una volta, con i bassoliniani da una parte, i miglioristi da un’altra, e gli ex democristiani da un’altra parte ancora. Non c’è bisogno di Sun Tzu e dell’arte della guerra per capire che primarie fatte così sono per il Pd un gioco a perdere.

In realtà, i democrats campani hanno la possibilità di prendere la cosa in tutt’altro modo: accettando la sfida. Dire che Bassolino non c’entra col Pd è come dire che i pomodori non c’entrano con la pizza. Semplicemente: non si può dire. Quel che invece si può fare, o che un partito con un po’ più di fiducia nei propri mezzi dovrebbe fare, e spingere per una corsa vera, costruire un progetto politico credibile, intorno a nuove idee e una nuova classe dirigente, e poi misurarsi. Le battaglie politiche vanno combattute, non scongiurate con tardivi esorcismi romani. In condizioni di normale fisiologia politica, nelle primarie c’è chi vince e c’è chi perde, ma non succede che a perdere sia il partito che le organizza. A Napoli il Pd è già riuscito una volta nell’impresa, nel 2011. In maniera certo meno traumatica, ma persino più deludente, rischia di riuscirci un’altra volta.

(Il Mattino, 23 novembre 2015)

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