Se la politica si nasconde tra le regole

ouverture-la-regle-du-jeuLa decisione del partito democratico, di tenere le primarie per la scelta del candidato sindaco, è una decisione saggia, oltre che obbligata e lievemente tardiva. Questa volta no, ma prima o poi i dirigenti del Pd si accorgeranno che non può funzionare un sistema che dilapida risorse politiche di credibilità e fiducia non in competizioni elettorali, ma nella decisione intorno al se, al come, e al quando di siffatte competizioni. Rispetto alla precedente esperienza delle primarie per le elezioni regionali, quando la decisione fu a lungo rinviata, il Pd campano questa volta ha fatto meglio, ed è riuscito a dare con buon anticipo la data delle primarie: il 7 febbraio. Scelta saggia, si diceva, e d’altra parte obbligata, per il paradosso che ogni volta si rinnova, che prima ancora di avere certezze sullo svolgimento delle primarie vi sono già candidati in campo che le chiedono a gran voce. Contendibile, infatti, non è solo la carica, ma pure il metodo. Quando però i candidati sono autorevoli, e hanno concrete chance di vittoria, non tenere oppure tenere le primarie diviene una decisione ad hominem, presa pro o contro quel tal candidato. Che, nel caso di Napoli, risponde al nome di Antonio Bassolino. Il quale non fa più mistero di avere intenzione di scendere nuovamente in campo.

Presa una decisione, ne incombe però subito un’altra. Le primarie sì, d’accordo: ma come? Il vertice del partito ha preso tempo, per ragionarci su: confrontarsi, discutere, come si dice in questi casi. Le considerazioni del capoverso precedente possono perciò essere prontamente richiamate qui, un’altra volta: un conto è infatti discutere sulle modalità a bocce ferme, quando un velo di ignoranza copre ancora il nome dei candidati, un altro è farlo quando i nomi circolano già, gli schieramenti vanno profilandosi, e qualunque decisione venga presa vale non tanto per il merito, quanto per il modo in cui taglia la strada, oppure agevola, la corsa del candidato (o dei candidati) già in lizza. Cioè daccapo di Antonio Bassolino.

Lui infatti vuole primarie aperte, e le vuole perché le primarie sono un fatto di democrazia, perché il partito democratico ha bisogno di immettere energie nuove, perché anche Renzi, a suo tempo, fece una battaglia per favorire la partecipazione la più larga possibile – per tutti questi motivi Bassolino vuole primarie aperte, ma soprattutto perché ha più ostilità dentro il partito, fra i maggiorenti locali, che fuori. Sia o no in contraddizione con la sua storia politica passata, Bassolino oggi si presenta come un candidato esterno al Pd, che scende in campo in virtù della sua storia personale, piuttosto che in forza di un rapporto organico con i gruppi dirigenti del Pd. E dunque: più le primarie pescano fuori dal circuito degli iscritti, dell’elettorato mobilitato dai capi corrente, meglio è per lui.

Se allora ci si volge dalle parti del Pd, non meraviglierà che lì, da quelle parti, le primarie le preferirebbero invece chiuse, o almeno socchiuse: riservate agli iscritti, oppure vincolate a una qualche forma di registrazione precedente, o almeno a una sorta di dichiarazione di intenti. Perché però chiuderle o socchiuderle? Per impedire l’afflusso al seggio di elettori di altri partiti o schieramenti, per scoraggiare brogli e rendere il processo più trasparente, per riservare agli iscritti qualche diritto in più rispetto ai semplici simpatizzanti e così salvaguardare l’organizzazione di partito – per tutti questi motivi e perché in questo modo si rende la vita più difficile a Bassolino.

Poi naturalmente ci sono le sfumature: un conto è potersi pre-iscrivere fino al giorno precedente il voto, un altro è chiudere questa fase preliminare settimane prima; un conto è organizzare le iscrizioni in una sede di partito,  un altro è farlo in un luogo meno connotato; un conto è chiedere un contributo volontario, un altro è prevedere un contributo obbligatorio, e magari fissarlo pure alto. Tutte queste diverse opzioni incidono sulla partecipazione, invogliano oppure respingono, e dunque parlano – almeno sulla carta – a favore dell’uno piuttosto che dell’altro.

La cosa, tuttavia, rimane sorprendente, e appassionerà gli scienziati della politica a lungo: sarà che le primarie sono per taluni il mito fondativo del Pd, e come i miti antichi ha mille possibili varianti,  fatto sta che un pezzo della lotta politica nel Pd continua ad essere assorbito da questioni procedurali (che, come si è detto, tanto procedurali non sono), il che ovviamente toglie forza e, alla lunga, credibilità. Soprattutto, non dà al Pd una voce verso la città, che non può certo appassionarsi ai requisiti di partecipazione più vincolanti o meno vincolanti, e lo costringe ogni volta, non si sa per quanto tempo ancora, a consumarsi in una macerazione tutta intestina.

(Il Mattino, 21 novembre – edizione napoletana

 

 

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