Archivi del mese: dicembre 2015

Enzo Tortora

Kafka

Pensavamo che il caso Tortora fosse ormai chiuso: su responsabilità o colpe, omissioni o negligenze si può discutere , ma non sul fatto che si trattò di errore giudiziario. Più o meno clamoroso, più o meno grave, più o meno inammissibile, ma errore fu. E invece no. Invece Lucio Di Pietro, uno degli accusatori di allora, ha pensato bene di riaprirlo. Intervistato da questo giornale, il sostituto procuratore che, insieme a Felice Di Persia, mise le manette a Enzo Tortora, ha spiegato che non si trattò affatto di un errore, se per errore si intende una cantonata, un passo falso, uno sbaglio. Frutto anche solo di distrazione, di disattenzione, di sciatteria. Nulla del genere, nulla di tutto questo: «con gli elementi a nostra disposizione, non potevamo fare altrimenti», dice oggi sicuro e tetragono Di Pietro, e prosegue sciorinando i meriti di un’istruttoria che si concluse con la bellezza di 434 condanne definitive. Non solo: «molti degli assolti furono poi uccisi», il che probabilmente significa per lui che vanno considerati senz’altro colpevoli anche loro. Infine, l’istruttoria, e quel che ne seguì, ebbe pure il non piccolo merito di consentire alla giustizia italiana di familiarizzare con i nuovi strumenti introdotti per fronteggiare il crimine organizzato: la gestione dei pentiti, la contestazione del  416 bis sull’associazione mafiosa. Se non ci fossero di mezzo degli innocenti sbattuti in galera, quasi si dovrebbe dire: chapeau!

Nell’intervista, al riguardo, non c’è altro: non una parola sui molti che furono assolti, e che non usarono agli inquirenti la cortesia di confermare l’impianto accusatorio facendosi in seguito ammazzare. Non un dubbio sul «concorso a premi» per i pentiti – così lo definì lucidamente Tortora: chi fa il nome del presentatore famoso porta a casa sconti di pena e trattamenti di riguardo, e a farlo furono addirittura in quindici, spalleggiandosi l’un l’altro –. Nessuna considerazione, neanche di circostanza, per la famiglia di Tortora, o per le figlie. Nessuna parola di stima o di rispetto, neanche postuma, per l’uomo la cui vita fu distrutta da quell’indagine. E nessuna parola di scusa: d’altra parte, chi mai chiederebbe scusa per un errore che non ha commesso? Infine, nessuna considerazione di diritto, che getti sul lavoro condotto allora in Procura una luce diversa dai numeri. I quali numeri, poi, il dottor Di Pietro non ricorda interamente: le condanne furono 434, ma gli ordini di cattura furono la bellezza di 856 (e gli errori di persona qualche centinaio). Numeri da copertina, numeri da prima pagina. Che però, all’esito del processo, dicono: per ogni condanna un’assoluzione, o quasi; per ogni colpevole un non colpevole. Certo, Di Pietro chiede che si faccia la tara dei morti ammazzati. E di nuovo: il diritto evidentemente non c’entra e non gli interessa, il metodo e il merito del procedimento e delle contestazioni elevate non rilevano, la sentenza di colpevolezza è semplicemente fatta uguale all’ammazzamento.

È da credere, comunque, che per tutti loro, per tutti quelli che furono scarcerati, Lucio Di Pietro pensa ancora oggi che non c’era da far altro che privarli della libertà: gli elementi a disposizione c’erano tutti, e l’arresto era obbligatorio. Forse il magistrato non si rende conto che, per assolvere se stesso, firma in questo modo il più duro atto d’accusa nei confronti della giustizia italiana: che giustizia è infatti una giustizia che per acchiappare un colpevole deve obbligatoriamente  arrestare almeno un innocente? Quale anima nobile, lette queste valutazioni, può ancora pensare che è segno di civiltà giuridica che mille colpevoli stiano fuori purché un innocente non finisca dentro? Chi oserà sostenere ancora che il diritto non dovrebbe recare traccia di quella logica del capro espiatorio dal cui fondo ancestrale pretende con fatica di staccarsi? La politica può forse – con molte prudenze, in circostanze particolari, e con un senso tragico delle proprie responsabilità – piegare alle proprie più dure ragioni i diritti dei singoli. Per farlo, l’esistenza stessa di un ordinamento reale, la sicurezza di un popolo o la vita dello Stato deve essere in gioco. Ma nessuna considerazione realistica, o strumentale, o meramente quantitativa come quella che porta Di Pietro nell’intervista può invece intervenire in tribunale, pesare su un atto giudiziario, gravare su una sentenza. È perciò un vero e proprio obbrobrio dire che per sgominare la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo bisognava che Tortora e gli altri ci andassero di mezzo. Eppure il magistrato, a distanza di trenta e passa anni da quei fatti ragiona ancora così. Tortora doveva andare in carcere, non poteva non andarci. E ovviamente Lucio Di Pietro non subire il minimo contraccolpo professionale, anzi: fare carriera. Chi dei due sia andato in verità verso una miglior sorte, solo un dio può saperlo. Così almeno disse un filosofo greco dinanzi a dei giudici, tanto tempo fa. Era Socrate, e credeva nella giustizia molto più dei suoi giudici, e dei suoi accusatori.

(Il Mattino, 31 dicembre 2015)

Quella visita negata due volte

 

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La situazione dell’ex sottosegretario di Nicola Cosentino è la seguente: è in carcere a Terni, da diciotto mesi. Sono diciotto mesi (diciotto) di custodia cautelare, perché nessuno dei processi in cui è implicato – per fatti gravi – è arrivato a sentenza. Non c’è ancora una sentenza, neanche di primo grado, che lo condanni. Secondo la Costituzione e il diritto, Nicola Cosentino è dunque innocente, ma a giudizio del giudice sussistono tuttavia le condizioni che impongono per così lungo tempo la detenzione. Sussistono per di più, sempre secondo il gip, le condizioni per vietare alla moglie di vedere il marito. Una prima istanza è stata respinta, e adesso anche una seconda istanza. Cosentino può ascoltare la moglie al telefono, nelle modalità previste dal regolamento carcerario, ma non può incontrarla, perché è a sua volta a giudizio per corruzione, con rito abbreviato, per aver cercato favori per il marito quando era recluso a Secondigliano.

Ora, siccome tutto il mondo sa che Nicola Cosentino è colpevole, una simile situazione non suona scandalosa: ma come sa tutto il mondo quello che sa, se i processi non si sono ancora conclusi, e anzi sono al palo? Non suona ancora più scandaloso un simile, grasso consenso intorno al suo caso, e una condanna così smaccatamente pronunciata dall’opinione pubblica prima però di qualunque tribunale? Non ci si accorge che proprio dentro quel compatto consenso strisciano e mormorano e bisbigliano le mille voci incontrollate che dicono che ben gli sta, che se l’è cercata, che gli è piaciuto di fare quello che ha fatto e allora adesso cosa vuole, che pure la moglie non è mica una santa anche se ora fa finta di non sapere nulla, eccetera eccetera. Duole dirlo, ma è proprio contro questo brusio incessante di voci che la civiltà moderna ha prima costruito e poi difeso i diritti di libertà. Non lo si vuol dire, infatti, ma il caso di Nicola Cosentino è un caso in cui sono in gioco diritti fondamentali: è mai possibile che non possa avere un breve incontro con la moglie durante le festività, all’interno di un penitenziario, pur potendo vedere i figli, pur potendo sentirla a telefono? È mai possibile che la giustizia, prima di celebrarsi in aula, si faccia forte di quel consenso cresciuto e alimentato fuori dall’aula per tagliar corto, per voltarsi dall’altra parte, per  infliggergli una lezione supplementare?

È scomodo difendere Nicola Cosentino? Forse. Ma la difesa è un diritto costituzionale, il cui valore dipende proprio dalla possibilità di azionarlo nei casi scomodi. È scomodo difenderlo dinanzi all’opinione pubblica, che prima di qualunque sentenza sa già che Nicola Cosentino è colpevole? Sicuramente lo è, ma si può star certi che in questo caso la scomodità è indizio sicuro che la difesa è ancor più necessaria. Più necessaria quanto più è impopolare: tutti i diritti di libertà devono essere difesi in special modo quando hanno contro il vento della maggioranza; è allora che è più facile che vengano calpestati.

Ma quanti sono i Nicola Cosentino della giustizia italiana, che in carcere non si capacitano di una lettura troppo sbrigativa delle carte, della disinvoltura con cui si nega un permesso, o della facilità con cui si fa ricorso alla custodia cautelare?. E ciò accade tanto più facilmente, è inevitabile, quanto più il convincimento della colpevolezza è passato ormai come la convinzione di tutti. Così nessuno, o quasi, osa arrischiarsi a dire che non solo non sappiamo ancora se Cosentino sia o no colpevole, ma che se anche lo fosse non per questo perderebbe il diritto ad un trattamento che ne rispetti la dignità. Così sta scritto nella Costituzione: la pena non deve servire per umiliare, per degradare, per mortificare. Tanto più quando è, come di fatto è spesso la custodia cautelare, un abnorme anticipo di pena.

(Il Mattino, 27 dicembre 2015)

 

Napoli, la strategia del conflitto pagata al prezzo dell’isolamento

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Il Sindaco di Napoli non sarà oggi a Pompei, all’inaugurazione delle domus pompeiane restaurate. E il motivo è semplice: il premier non l’ha invitato. Doveva, dice lui: è anche il sindaco dell’area metropolitana (e prima o poi la cosa avrà un significato e un’incidenza reale, che al momento non ha). Ma niente. Lo ha invitato il Soprintendente – e a Pompei vorrà pur dire qualcosa – ma l’invito di Osanna non è bastato. È bastato invece al presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che a Pompei ci sarà. A lui no. Gli esperti di galateo istituzionale diranno se toccasse davvero alla Presidenza del Consiglio formulare un simile invito: molto probabile che no. Ad ogni buon conto, Antonio Bassolino – che di Napoli è stato sindaco per un paio di mandati, e che aspira ad esserlo nuovamente – non ha molti dubbi al riguardo: invito o no, il posto del sindaco di Napoli non può non essere, oggi, a Pompei. La rappresentanza istituzionale viene prima, molto prima dell’orgoglio personale.

È chiaro però che il carattere ombroso del sindaco c’entra poco. Non c’entra nemmeno il celebre dubbio di Nanni Moretti: De Magistris lo si nota di più se va, o se invece a Pompei non va? Se partecipa alla festa dell’inaugurazione o se invece si tiene in disparte? La decisione di De Magistris risponde in realtà ad una strategia politica precisa: calamitare il voto di tutti coloro che si oppongono a Renzi. Forse De Magistris pensa così di attrarre parte del voto che altrimenti andrebbe ai Cinquestelle, che alle scorse elezioni non avevano ancora una presenza significativa. Oppure pensa di compattare in questo modo il suo elettorato. O ancora ritiene che sia importante aggiungere una motivazione in più, squisitamente politica, al voto, per spingere alle urne i delusi dalla politica, che sono tanti, e sempre più infoltiscono le file dell’astensionismo.  Quel che è certo è che oggi si offre ancora una volta la rappresentazione plastica dell’isolamento istituzionale in cui il Sindaco ritiene di dover mantenere la terza città d’Italia. E così, in nome della derenzizzazione – già celebrata dal sindaco, con discutibile ironia, in rete – De Magistris rinuncia a costruire e a tenere Napoli dentro un concerto più ampio di volontà, dentro una più larga convergenza di interessi e di scopi che rimane, in realtà, la sola strategia possibile di sviluppo del Mezzogiorno. Posto che una strategia di sviluppo la si voglia per l’appunto mettere in piedi, invece di vestire un’altra volta, per evidenti fini elettorali, i panni del Sindaco che «scassa».

Il governo, dal canto suo, dopo qualche mese di titubanze, ha presentato il masterplan per il Mezzogiorno. Certo, non si trova, in un elenco fatto per lo più di buoni proposti, quel tratto di svolta che invece sarebbe necessario. Il piano dell’esecutivo non marca infatti in modo netto una discontinuità con gli anni passati, in cui il Sud è progressivamente scivolato via dai radar della politica nazionale. Farlo, significherebbe dire chiaro e tondo che una cosa importa più di ogni altra al Paese: incollare i suoi pezzi ed evitare che prendano sentieri divergenti, se non addirittura opposti. Fare che a Milano e a Torino si guardi più a Napoli o a Bari che non a Monaco o a Lione.

Per questo fine – che riguarda non tanto o non solo la dimensione economica della vita nazionale, ma pure la sua tenuta complessiva: morale, politica e culturale – gli interventi di stimolo all’economia, gli incentivi e le decontribuzioni sono ancora poco. O comunque: meno di quel che occorre. Meno di una scommessa politica vera, in cui una classe politica decide di investire la propria stessa credibilità nel perseguimento di quest’unico e solo obiettivo: avvicinare le due parti del Paese. Se però Renzi, dopo aver inaugurato la variante di valico al Nord, interviene alla presentazione dei restauri pompeiani a Sud, vuol dire che un segno prova a darlo. Che non si tiene più soltanto alla larga dal Sud delle clientele e delle corruttele, ma mette un po’ della sua forza politica e del suo credito personale nella costruzione di una diversa immagine del Mezzogiorno.

Dopo tutto, nel masterplan qualche idea buona c’è. In particolare, il governo punta a stringere un patto con tutte le regioni e le città del Sud, per non disperdere gli sforzi, per rendere coerente la programmazione, e più fluida e veloce la realizzazione dei programmi. Con questo metodo il governo tenta perlomeno di costruire, attraverso una cabina di regia nazionale, e di concerto con gli enti locali, il set di priorità su cui puntare.

Mentre però il governo propone un patto e tende una mano, il sindaco di Napoli ritira immediatamente la sua. Dice che il protocollo prevederebbe una comunicazione ufficiale che non ha ricevuto, per cui lui, a Pompei, non va. È solo uno screzio, ma è l’ennesimo. È solo un dispetto, ma è inutile. Anzi è dannoso. E il gioco di derenzizzare Napoli per demagistrizzarla finisce così col farsi sulla pelle dei napoletani.

(Il Mattino, 24 dicembre 2015)

 

 

Più che un saggio sembra una catena di sant’Antonio

Su Veni, vidi, web 23.12.2015

L’Unità

La città e le pagelle

slide2La tradizionale classifica delle città italiane in base alla qualità della vita, proposta ogni anno dal Sole 24 Ore, certifica ancora una volta il divario fra il Nord e il Sud del Paese. Prima è Bolzano, ultima Reggio Calabria. Napoli è in zona retrocessione: 101esima, ma tutto il fondo classifica è occupato da province meridionali. Per imbattersi nella prima città del Nord bisogna risalire fino al 75esimo posto, dove si trova Asti. Milano è seconda, Firenze quarta, Roma sedicesima. Di fronte a un simile risultato, ci si può certo intestardire nella contestazione di dati, metodi, parametri e statistiche, ma a meno di non voler inserire come indicatori i gol di Higuain o la qualità della pizza, la sostanza resta: il Sud è più povero, ha tassi di disoccupazione drammatici, difficile situazione creditoria, peggiore qualità dei servizi, peggiore pagella ecologica, inferiori livelli di studio e di formazione, e via di questo passo.

Il giornale milanese accompagna la pubblicazione dei dati con questo commento: «È vero che da anni manca una politica nazionale per il Sud, ma è altrettanto certo che le élite meridionali non hanno saputo sfruttare l’autonomia concessa per impostare politiche di sviluppo locale». Le cose stanno effettivamente così: è vero che la seconda Repubblica ha calato il sipario sul Mezzogiorno, e ancora fa fatica a rialzarlo, ed è altrettanto certo che dalle regioni meridionali non è venuta una nuova politica di sviluppo.

Ciò che però colpisce anzitutto, in questa situazione, non è«la sostanziale assenza di una reazione forte e continua da parte della opinione pubblica meridionale e di chi dovrebbe darle voce», come scriveva proprio ieri Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Perché il Mezzogiorno produce, e come, «larghi dibattiti, autocritiche, progetti»: lo fa di continuo, finendo anzi col tirarsi addosso accuse di simpatie filo-borboniche, per via di questo impegno costante. Quel che manca è piuttosto il peso politico necessario a modificare davvero l’agenda dei governi. Il Sud manca nel mondo dell’editoria, manca nel mondo della finanza, manca ai vertici dei partiti.

Galli della Loggia imputa a Renzi di ignorare la realtà del Mezzogiorno. Ma una qualche ignoranza affligge anche la sua descrizione di una società meridionale «disanimata, svuotata di energie, perfino quasi di risorse intellettuali desiderose e capaci di parlare al Paese». Forse questo di Galli è un modo alato di descrivere la desertificazione non solo industriale, ma anche demografica denunciata questa estate dal rapporto Svimez (a proposito di dibattiti larghi). Oppure si tratta di una denuncia, probabilmente involontaria, della penalizzazione di cui è da anni vittima il sistema delle università meridionali, meno o peggio finanziato rispetto al resto d’Italia (altro tema dibattuto assai). In ogni caso, a mancare non è la discussione su questi temi, né tanto meno la domanda di politiche esplicitamente rivolte a ridurre il divario fra Nord e Sud. A mancare è la risposta, cioè per l’appunto le politiche, e una seria convergenza di sforzi da parte di tutto il Paese.

Quest’anno, in Legge di Stabilità, c’è qualcosa. Questo giornale ne ha riferito: sgravi quadriennali per imprese che investono al Sud, e l’idea di concertare con i «Patti per il Sud» le priorità a cui vincolare le istituzioni locali, in modo da non perdere finanziamenti e accelerare l’utilizzo dei fondi europei. Basta? Non basta. Non saranno queste misure a consentire il recupero di un ritardo aggravatosi seriamente negli ultimi anni. Anni di sostanziale disattenzione, anzi di disinteresse nei confronti del Mezzogiorno. Per questo la questione meridionale resta lì, ancora irrisolta o malamente affrontata.

Su un punto Galli della Loggia ha però ragione: è vero infatti che senza il Sud l’Italia,semplicemente,non è l’Italia, non è una nazione, ma un’altra cosa, e dunque una narrazione dell’Italia non può non partire dalla necessità di immaginarne il futuro a partire dallo sviluppo del Mezzogiorno. Ed è altrettanto certo che tocca a Renzi, al governo nazionale, assumere la centralità di questo tema, che non è solo un punto programmatico, o magari un punto di PIL in più, ma una questione di identità nazionale, a cui è legato il significato stesso, storico e morale, dell’essere italiani. Forse Renzi potrebbe fare come il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che all’alba del secolo scorso, già molto avanti negli anni, decise di sobbarcarsi un viaggio alquanto disagevole, fra treni e cavalli, per andare a vedere di persona in quali condizioni fossero le terre meridionali. Lo fece per capire, e ci mise del tempo. Tempo, in effetti, ce ne vuole, e coraggio per capire anche. Ma se ci si mette per via, ne vengano o no leggi speciali per il Sud, un Mezzogiorno diverso da quello sfiduciato e abulico immaginato da Galli della Loggia lo si incontra ancora.

(Il Mattino, 22 dicembre 2015)

Movimento 5 stelle: il programma

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Cinque capitoli. Per ciascun capitolo un «sunto», che riassume i punti fermi, e mette sull’avviso l’utente: se non li condividi, lascia perdere. Ma se li condividi, allora puoi contribuire anche tu a scrivere il programma dei Cinque Stelle per la città di Napoli. È la filosofia «wiki»: proprio come gli utenti possono contribuire a scrivere le voci della più diffusa enciclopedia online, così i cittadini possono partecipare alla stesura del programma. Vale la pena allora leggerle, queste pagine, se non altro perché gli altri partiti non hanno neppure avviato uno sforzo analogo, persi dietro a liste e candidati e primarie con date ballerine.

Chi va invece sul sito del «wiki-programma», capisce subito che cosa vogliono i grillini napoletani. Basta leggere il modo in cui esemplificano le scelte che i Comuni sono chiamati a compiere: «possono avvelenarci con un inceneritore o avviare la raccolta differenziata. Fare parchi per i bambini o porti per gli speculatori. Costruire parcheggi o asili. Privatizzare l’acqua o mantenerla sotto il loro controllo». I Cinquestelle sono dunque – o si presentano come – quelli della raccolta differenziata, contrari alla privatizzazione dell’acqua, disponibili a costruire giardini e asili, ma non porti o parcheggi. Città giardino, insomma.

Ma siamo solo alla visione generale. Poi si passa ai capitoli. Il primo capitolo, «Stato e cittadini», è il tripudio della partecipazione diretta. Niente delega in bianco ai rappresentanti: l’idea stessa di rappresentanza è ritenuta uno stravolgimento della sovranità popolare. I Cinquestelle propongono referendum a ogni ora del giorno e della notte: abrogativi, propositivi, deliberativi. E istanze e petizioni e proposte. Il modello è la Svizzera. Se si può fare in Svizzera, non si vede perché non si possa fare a Napoli: il fatto che in Europa sia solo la Svizzera ad adottare un uso su così larga scala dell’istituto referendario non istilla dubbi di sorta.

Secondo capitolo: «Qualità della vita». Stranamente, leggiamo qui che  «i cittadini non hanno un’idea chiara di salute né di benessere ». Stranamente, perché questi cittadini così ignoranti e alla mercé delle multinazionali del farmaco sono gli stessi per i quali si prevede la partecipazione diretta tramite batterie di referendum. Ad ogni modo, il programma insiste molto sull’idea che i i cittadini debbano essere informati: prevenzione, educazione, incontri pubblici, divulgazione di bilanci. Si capisce: la sanità è materia regionale. Alla voce costi, tuttavia, compaiono un paio di idee curiose. La prima è l’idea che questa mastodontica campagna di informazione sia a costo zero; la seconda è l’introduzione di una moneta complementare, che «permetterebbe la mobilitazione di fondi in tutti gli ambiti che poi ricadono sulla salute», qualunque cosa ciò significhi.

Nello stesso capitolo si sviluppano nel dettaglio le misure per l’infanzia e per gli animali. Si vede che i «movimentisti» hanno per questi temi una speciale sensibilità. In particolare, per i più piccoli i grillini sono disposti a rivoltare la città come un guanto: politiche ambientali, urbanistiche, culturali, sociali. Le azioni immaginate sono tante. Ad esempio: segnaletica per bambini, potenziamento delle ludoteche pubbliche, aree dedicate, scambi culturali, fruibilità museali. Ci sono anche cose come «le sinergie transgenerazionali» e la «programmazione partecipata», ma nel complesso c’è uno sforzo complessivo di ridisegnare la città a misura di bambino. Non c’è un analogo sforzo nell’analisi dell’esistente, e soprattutto non c’è dal lato dei costi: non compare un numero che sia uno.

Terzo capitolo: territorio. Per cominciare, i Cinquestelle sono contrari a ulteriore utilizzo di superficie, e propongono azioni per fermare degrado urbano e dissesto idrogeologico. Sui rifiuti, lunghi muri di testo assicurano il lettore che si può fare: si può differenziare tutto, riciclare tutto, rieducare tutti. Più che un programma, questa parte del sito espone una filosofia. Stessa cosa più avanti, alla voce energia. Si vuole una società «carbon free», senza più una goccia di petrolio, ma latitano i riferimenti alla città: alla fusione fredda sì, a Napoli no. Forse l’idea è che Helsinki o Napoli fa lo stesso. Alla voce «strumenti normativi comunali» – dopo trentamila e passa caratteri – si legge solo: «attuare tutte le disposizioni che la legislazione mette a disposizione dell’ente locale per proporre disposizioni finalizzate all’attuazione degli obiettivi».

E le due grane di Bagnoli e Napoli Est? Qui i Cinquestelle ci vanno prudentissimi. Una vistosa banda colorata avvisa il lettore che la bozza è provvisoria, dopodiché si nega ogni problema: «tendenzialmente» basta la normale programmazione amministrativa urbana. Et voilà.

L’economia (quarto capitolo), è divisa in energia – e s’è detto – turismo e lavoro. Anche sulle politiche sociali l’elaborazione è ancora provvisoria. Il lavoro è invece un pezzo del programma nazionale, o poco più. Solo il turismo tocca da vicino la città: i grillini vogliono riqualificare il mare, vogliono più ZTL, vogliono più illuminazione (ma non erano contro l’inquinamento luminoso?). E pure più forze dell’ordine all’aeroporto e nelle stazioni (e al porto no?). Qui, come anche sul tema parcheggi, i movimentisti sembra cercare un motivo di identificazione forte con il cittadino qualunque, che affronta inerme e a mani nude la vita cittadina. Si dice quindi no alle barche – e a un porto che sembra loro un ostacolo alla dimensione umana della città, più che una risorsa – perché i napoletani possano usufruire del mare, proprio come si dice no ai parcheggi, perché i napoletani possano riappropriarsi a piedi (o al massimo in bicicletta) della città. Il resto è car sharing, car pooling, mercatini locali e prodotti alimentari a chilometri zero.

Quinto e ultimo capitolo, «Cultura». È palesemente il più lontano da una redazione accettabile. L’unica cosa che sembra importare è la connettività, il wi-fi pubblico, l’Internet gratuito. Su scuola e università si trova un impegno generico al «miglioramento» e qualche proposta strampalata. Il problema della dispersione scolastica sembra non esistere a Napoli.

E finisce così, con «l’identità della città» unico punto annunciato e non ancora sviluppato. Forse non è un caso. Il programma ha infatti, nel complesso, due limiti evidentissimi, e però anche due grandi pregio altrettanto evidenti. Primo limite: ci sono sì i capitoli, ma non quelli di bilancio. Come si faccia quello che si propone di fare è impossibile capirlo, a meno che il contrasto al crimine, all’abusivismo e alle ruberie non si trasformi in una pioggia di milioni per la città. Secondo limite: con poche eccezioni, si vede che le cose che stanno a cuore sono le stesse che stanno a cuore a Milano o a Roma: energia pulita, rifiuti riciclati, partecipazione diretta. È chiaro dove si vuole andare, ma non da dove si parta. A chi non conoscesse Napoli, leggendo il programma non verrebbe mai l’idea che si tratta di una metropoli caotica. Però saprebbe tutto su una società ecologica, post-industriale, autogovernata come un quartiere (o un cantone svizzero).

Infine i due grandi pregi: uno è il fatto stesso che i grillini un programma ce l’abbiano, sorretto da una visione di futuro. Cosa che non si può dire degli altri partiti che provano a sfidare De Magistris. L’altro è che, sia o no credibile il programma, loro ci credono davvero. Chi scrive sul sito, legge modifica e perfeziona, ci crede, e anche questa è cosa che gli altri partiti riescono sempre meno a dimostrare: di credere a quello che dicono, e di puntarci su.

(Il Mattino – ed. Napoli, 21 dicembre 2015)

La dieta degli scontrini: una questione di stile

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La vicenda della buvette in Regione è di quelle per le quali a malincuore si mette la penna sul foglio: la Regione spende mezzo milione di euro per offrire pasti a prezzi calmierati a chiunque si accosti, consigliere, assistente o ospite che sia. La ditta che infatti si è assicurata il servizio di ristorazione del Consiglio offre un caffè a 50 centesimi, e un ottimo risotto coi funghi a 6 euro. Con la zuppa di fagioli ce la si cava con 4 euro, mentre per lo spezzatino di vitello (con patate) ce ne vogliono 6,50. In cambio, la bellezza di un contratto di 510mila euro in 5 anni. La domanda è: perché? Perché c’è bisogno di offrire prezzi ribassati, e perché ad offrire prezzi ribassati debba essere l’istituzione regionale, cioè tutti noi? Qual è il nesso fra l’attività che viene svolta in Regione e il listino prezzi del ristorante?

In realtà, il numero di volte in cui all’attenzione dell’opinione pubblica sono state portate faccende analoghe, in cui si dà ai cittadini la sgradevole impressione che il ceto politico si assegni trattamenti di favore supera le dimensioni di questo articolo. Il numero di volte in cui a trovarsi sul banco degli imputati finiscono le Regioni, anche. E però casi del genere continuano a saltare fuori, e ad alimentare un clima che non reca certo lustro e prestigio alle istituzioni.

Ebbene: che bisogno c’è? Davvero occorre tenere basso il prezzo della tazzina di caffè per salvaguardare l’esercizio della funzione del consigliere regionale? In realtà, è vera anche la domanda di segno opposto: davvero il problema della nostra Regione sono i prezzi praticati alla buvette? E non c’è dubbio che una sola sia la risposta: no, i problemi sono altri. Sono la povertà, sono la disoccupazione giovanile e femminile, sono la Terra dei fuochi e gli sversamenti dei rifiuti, sono i ritardi nell’utilizzo dei fondi europei, sono le carenze infrastrutturali, sono la dispersione scolastica, sono la riorganizzazione della sanità, e così via: hai voglia a continuare. Sicché si fa fatica a richiamare l’attenzione su un episodio di palese malcostume come quello dei costi della ristorazione. È poca roba, magari di sprechi ce ne sono di maggiori e di più scandalosi, ma ha un problema in più: non si capisce. Non si trova una ragione, una spiegazione accettabile. Tutto infine si riduce ad un privilegio, di cui evidentemente si ritiene che debba godere il rappresentante delle istituzioni. E così una volta è la buvette, un’altra è l’ingresso allo stadio, un’altra volta ancora chissà cosa. Verrebbe voglia di dire: non c’entra solo l’etica pubblica, che è evidentemente deficitaria, c’entra pure l’estetica individuale, che è manchevole altrettanto: chi infatti chiederebbe al bar di risparmiare sul costo del caffè? Nessuno. Ci si fa una brutta figura, anche solo a pensarlo. Perché allora i consiglieri regionali non hanno un minimo di esitazione nel praticarsi lo sconto?

In realtà, la cosa è, dal punto di vista delle pratiche sociali,  un po’ più complicata, perché la liberalità con cui si offre un pranzo fa parte della maniera di proporsi con amici ed elettori, e certo viene più facile mostrarsi generosi quando i prezzi sono dimezzati. Resta però la confusione tra la dignità della funzione, che è una cosa, e il trattamento di favore, che è tutt’altra.

Ora, senza scomodare mani pulite e gli scandali assortiti scoppiati negli anni, l’impressione è che quella confusione continui ad essere alimentata, e a tirarsi dietro tutti i sentimenti antipolitici che appestano l’aria del Paese. Chi scrive, peraltro, darebbe volentieri il doppio dei compensi a consiglieri regionali e parlamentari, pur di non leggere (e scrivere) di cose così meschine. E non per una strana forma di generosità, ma perché mentre si capisce benissimo perché  il reddito di un uomo impegnato nelle istituzioni e chiamato a ruoli di rappresentanza debba essere consono, quella del caffè a 50 centesimi non ha nulla di consono: è soltanto una stonatura.

Qualche anno fa scoppiò lo scandalo del trattamento riservato ai parlamentari alla buvette di Montecitorio. Anche in quel caso, pasti non gratis, ma quasi. Pagine e pagine sui giornali, e moto di indignazione. A tal punto che quando alcuni dei parlamentari a cinque stelle, attentissimi a denunciare i privilegi della casta, furono beccati al ristorante di Montecitorio, i giornali si riempirono di fotografie: i moralizzatori attovagliati come tutti gli altri. Vero o no che fosse, la buvette divenne un terreno per misurare non la dieta gastronomica ma la dirittura morale dei parlamentari di vecchio e nuovo conio. Fu in quelle settimane, fra l’altro, che si combatté la guerra degli scontrini, e un giorno gli storici militari la ricorderanno come una delle più epiche battaglie che mai si sia combattuta nei cieli della politica italiana (con recenti strascichi romani: vedasi caso Marino). Si fa per dire, naturalmente. Ma si fa per dire una cosa sola: che prima questi argomenti sono tolti dal tavolo (non dal tavolo del ristorante: da quello della discussione pubblica), e meglio è per tutti.

(Il Mattino, 20 dicembre 2015)

Se i grillini di lotta scoprono il governo

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Questo metodo lo abbiamo usato sempre, dice Luigi Di Maio a proposito delle elezioni dei giudici della Corte costituzionale. Sarà. Certo è che la situazione si è sbloccata quando il Pd ha mollato Forza Italia e Brunetta al suo destino, e ha votato non solo insieme ai centristi alleati di governo, ma insieme anche ai Cinquestelle con cui ha concordato la terna di nomi.

Concordato: questo è il punto. Dunque è possibile fare un accordo con quella forza politica che è entrata in Parlamento irridendo tutti gli altri partiti e in particolar modo i democratici: basti ricordare le famose consultazioni in streaming di inizio legislatura, per farsi un’idea di cosa fossero i grillini al loro esordio in Transatlantico, e della distanza quindi percorsa (a proposito, che fine ha fatto lo streaming? Dove e come si sono accordati quelli del direttorio Cinque stelle con gli emissari del Pd?).

Di Maio dice però che loro han fatto sempre così, che quando ci sono cose condivisibili loro le votano, e soprattutto che già con l’elezione alla Corte di Silvana Sciarra e Alessio Zaccaria, lo scorso anno, i voti grillini si erano sommati ai voti democratici. Quella volta Grillo aveva twittato trionfante: «Per la prima volta nella storia dalla rete alle istituzioni: l’M5S sblocca il Parlamento». Ma siccome una rondine non fa primavera, è quando le cose accadono di nuovo che si comincia a pensare ad una possibile evoluzione della cosa.

Ed è, soprattutto, quando il voto viene accompagnato da dichiarazioni come quelle rilasciate sempre dal vicepresidente Di Maio: «Sulle cose che non sono giuste noi siamo opposizione. Per tutto il resto del dialogo fra Pd e Movimento CInquestelle noi ci saremo sempre». Decisamente non male, come apertura. Un esponente moderato di centro-destra non la direbbe diversamente. Il fatto è che di esponenti simili in Forza Italia ce n’è sempre meno: alcuni se ne sono andati, altri invece subiscono l’allineamento coatto alla Lega. Così tocca ai Cinquestelle vestire panni istituzionali e fare i responsabili. Di qui la domanda: è la dialettica parlamentare a favorire questa posizione, o si tratta di una strategia di più lungo periodo, che risponde a un riorientamento del Movimento, dai vertici alla base? O forse si tratta proprio di cambiamenti al vertice?

Probabilmente sono vere tutte e tre le cose. È vero che il vertice, cioè Beppe Grillo, appare un po’ meno presente sulla scena, un po’ più lontano dalla prima linea. Finché toccava solo a lui, che è fuori dal Parlamento, era naturale che quelli che stavano dentro avessero assai poca agibilità politica. Tutta la leadership di Grillo è costruita infatti sulla base del principio che bisogna chiamarsi fuori. Ora che però Grillo ha mollato un po’ le briglie, è altrettanto naturale che gli spazi di manovra aumentino.

In secondo luogo, c’è la difficoltà per il centrodestra di ridarsi un profilo liberale, moderato, riformista: quanto più Forza Italia, allora, si accoda a Salvini, tanto più ai Cinque Stelle conviene presidiare i temi anti-casta sui quali sono nati, e che continuano ad avere forte presa sull’opinione pubblica – perciò la mozione contro il ministro Boschi rimane lì –, ma lasciar perdere tutto il resto dell’armamentario populista, su cui svetta Matteo Salvini.

In terzo luogo, la legge elettorale, con cui si andrà al voto prevede un ballottaggio al quale, come le elezioni regionali francesi in fondo dimostrano, è molto più facile che vada (e vinca, chissà) una forza che si accredita anzitutto per governare. I sistemi elettorali maggioritari, o con effetti maggioritari, premiano in genere non i più centristi, ma i più riconosciuti come in grado di esprimere un’azione di governo. La capacità espansiva di un movimento populista, fortemente radicalizzato, è dunque molto minore, in un simile contesto elettorale, di quelli di una forza politica che, certo, rivendica ancora estraneità al Palazzo, ma adotta modalità di confronto o di scontro decisamente più urbane. Ecco, la si può chiamare così: urbanizzazione della provincia populista. Non siamo ancora al grillismo forza tranquilla, ma che qualcuno, dalle parti dei Cinquestelle, abbia di queste ambizioni è possibile, se non probabile.

Poi però c’è tutto il resto, che è ancora molto di più. Lo si vede ad occhio nudo: ci sono le prove amministrative incerte, c’è la vena programmatica in molti punti velleitaria, c’è una pretesa linea di intransigenza che si sposa assai poco con le mediazioni della politica. C’è persino l’eurodeputato che racconta in pubblico le sue pene d’amore a Bruxelles. Loro diranno che è sempre meglio il deputato col cuore spezzato o quello che scruta nel cielo le scie chimiche, degli altri, che magari arraffano soldi sotto banco. Finché però daranno questa rappresentazione della politica, e penseranno che i termini alternativi tra i quali gli italiani saranno chiamati a scegliere siano questi, sarò legittimo coltivare il sospetto che manchi loro il lato serio, maturo, e persino, a volte, tragico della vicenda politica.

(Il Mattino)

Scuola, l’occupazione assente dopo 40 anni

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Capita che la notizia sia che non c’è notizia. Non c’è notizia di agitazioni tra gli studenti; non c’è notizia di scioperi e occupazioni. E se in alcuni istituti superiori di secondo grado si concordano con i dirigenti scolastici procedure di autogestione o di cogestione, è per sperimentare nuovi modelli di didattica, favorire l’approfondimento di temi e materie non curricolari, aprirsi al territorio (come si dice). Ci si prepara, insomma, alle feste natalizie, in vista delle quali – e per allungare le quali –vengono pensate queste giornate diverse, dove trova spazio il dibattito sull’attualità, qualche sport alternativo, i nuovi linguaggi musicali (bistrattati dalle nostre scuole), e insomma un putpourri di attività le più varie, alcune interessanti ed altre meno, che tengono i ragazzi più in aula magna che in classe, più nei corridoi che sui banchi di scuola.

Ma di lotta dura: manco a parlarne. Di antagonismi e conflitti generazionali: pochi, molto pochi e, in genere, molto educati. Io stesso ho partecipato, tra gli altri, a una di queste affollate assemblee, al liceo Tasso di Roma: quasi quattro ore a discutere di Medioriente, terrorismo, sunniti e sciiti, nichilismo e crisi dei valori, interessi petroliferi e fine delle ideologie, in un’aula zeppa come un uovo e tutta attenta, tutta interessata. Forse non è una scuola rappresentativa di ogni ordine e grado, certo è che non si sentiva nessuna rabbia pronta ad esplodere, neppure quando affioravano accenti più critici, tra antiamericanismi e terzomondismi vecchi e nuovi. Tutto sin troppo liscio, insomma.

Cosa è successo, allora? Non che ci sia da avere nostalgia di epoche più barricadere, ma siccome c’è stata una riforma della scuola, viene la curiosità di domandarsi che fine abbia fatto quell’aspro fronte di opposizione che fino a poche settimane fa era vivissimamente preoccupato per lo stato della scuola pubblica, che lamentava addirittura la svendita di valori costituzionali, che denunciava  ladisumana deportazione dei docenti e paventava l’aziendalizzazione degli istituti scolastici? Come mai l’avvenire delle nostre scuole non è più in cima alle preoccupazioni di nessuno, a distanza di così poco tempo?

Intendiamoci: si può e si deve discutere ancora a lungo di ruolo e statuto della figura docente, di senso e funzione della conoscenza, di significato della formazione e dell’integrazione di nuovi saperi, di modelli organizzativi e valore dell’autonomia. A volte sembra anzi che la folata di parole sia passata sin troppo velocemente, trascurando proprio l’essenziale: cosa significhi insegnare, cosa significhi apprendere, cosa significhi valutare. Ma rimane il fatto che è passata, e che non c’è oggi nelle aule italiane una traccia consistente di quella così fiera opposizione.

Il confronto col passato può essere allora istruttivo, perché il Novecento, insieme a molte altre cose, è stato anche il secolo della politicizzazione delle nuove generazioni, dal tempo della prima guerra mondiale (che ebbe la sua brava metafisica della gioventù) fino alla contestazione del ’68 e oltre. Ad ogni ondata, il movimento giovanile si saldava con altre istanze e rivendicazioni presenti nella società: nazionali, oppure operaie, strettamente politiche oppure relative al costume, o alla morale o ai diritti soggettivi, in ogni caso capaci di formare un fronte ampio, su cui soffiavano partiti e sindacati (e, quando c’erano, formazioni extra-parlamentari, movimenti e gruppuscoli vari).

Che ne è di tutto ciò? Che è successo nel frattempo? Di sicuro sono in atto movimento di lungo periodo, anche se l’indebolimento del motivo della partecipazione politica, o dell’adesione ideologica, non significa necessariamente minore interesse per la cosa pubblica – o per lo stato del mondo. L’assemblea al Tasso mi ha, se mai, dimostrato il contrario.

Ma qualcosa è successo anche nel breve periodo, o nel brevissimo. Perché il governo la riforma della scuola l’ha fatta quest’anno, e sembrava proprio aver suscitato i maggiori contrasti, in Parlamento e nel paese, proprio su questi temi.

Invece: niente, o quasi. Assemblee pacifiche, studenti tranquilli, dirigenti rilassati. L’impressione è che o mancava prima la materia del contendere, o manca adesso la volontà di contendere. Ed è probabilmente più vera questa seconda ipotesi. Dietro la levata di scudi dei sindacati c’era evidentemente più spirito corporativo che preoccupazione per i provvedimenti del governo, più esigenza di salvaguardare il proprio ruolo che un raccordo effettivo con interessi e bisogni della scuola. Nel frattempo, infatti, la riforma è passata, e più di centomila nuove assunzioni hanno tolto parecchio fiato alla protesta sindacale. Nessuno ha potuto più soffiare, e il movimento studentesco ha preso altre strade: forse persino più mature, e più ragionate, di quelle che furoreggiavano tempo addietro. Anche se la notizia non c’è, è pur sempre un passo avanti.

(Il Mattino, 16 dicembre 2015)

Heidegger filosofo a rischio

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(sorprendentemente, l’articolo che leggete qui sotto non è stato scritto da Mario Adinolfi, come il giornale recava, ma da me medesimo)

Si può isolare con chiarezza la tesi di fondo dell’ultimo libro di Donatella Di Cesare, Heidegger & Sons. Eredità e futuro di un filosofo (Bollati Boringhieri, pp. 148, € 13): «La vera novità dei Quaderni neri è l’antisemitismo». I Quaderni neri sono le riflessioni annotate per circa quarant’anni da Martin Heidegger su quaderni cerati, di colore nero, che il filosofo raccomandò di pubblicare al termine dell’edizione  completa delle sue opere. Quello che non c’era nei libri già pubblicati, nei Quaderni c’è. L’antisemitismo vi è esplicito, e la Di Cesare ne ha già indicato il tratto essenziale, metafisico, nel suo libro precedente su Heidegger e gli ebrei, apparso nei mesi scorsi sempre da Bollati Boringhieri (e al centro di un vortice internazionale di polemiche, che questo nuovo libro racconta). Che si tratti di un antisemitismo metafisico non significa certo che sia ingentilito, spiritualizzato, o «sublimato» – come ha ritenuto Habermas – che non sia cioè compromesso con le vicende storiche del secolo scorso, con i tratti più odiosi, violenti, razziali, con i quali si manifestò negli anni del nazismo, fino all’abisso della Shoah. Significa al contrario che non può essere semplicemente derubricato sotto la voce dei pregiudizi politici o culturali di un’epoca storica, che Heidegger condivideva, ma che ha «una provenienza teologica, una intenzione politica, un rango filosofico», e chiama perciò in causa quello che per il filosofo è il destino dell’Essere, e cioè l’intera vicenda storica e filosofica dell’Occidente.

La domanda diviene dunque: come fare i conti con un simile pensiero, una volta che diviene impraticabile tanto la via della minimizzazione, quanto quella della demonizzazione? Gli orfani risentiti del «Maestro di Messkirch» – così li chiama la Di Cesare – continuano a ripetere, sempre meno credibili, che altro è la filosofia di Heidegger, altro le poche notazioni marginali, mal lette oppure fraintese e comunque poco numerose e poco significative disseminate nei Quaderni . All’opposto, i «rottamatori della filosofia», sempre più ringalluzziti, pensano di poterla fare finita una volta per tutte con Heidegger e con gli heideggerismi. Per gli uni, nessuno ha pensato più profondamente di Heidegger, e da quel pensiero non sanno come uscire. Per gli altri, Heidegger non val più la pena neanche di leggerlo, e forse non val quasi più la pena di leggere di filosofia. Che appare, sulla scia dei Quaderni, come una roba oscura, moralmente ambigua, politicamente pericolosa, a cui dunque si può solo augurare, per non far danni, di limitarsi a fare da corona alle scienze. O di riciclarsi nella chiacchiera giornalistica come palliativa saggezza di vita.

Il giudizio di chi si rifiuta al confronto con Heidegger e l’antisemitismo finisce infatti molto spesso per coinvolgere tutti gli stili e le tradizioni di pensiero che appaiono non allineati con il quadro dei valori che fa da sfondo all’orizzonte morale e politico del nostro tempo. Come se quest’orizzonte non solo non fosse oltrepassabile, ma non fosse neppure revocabile in questione. Il vero obiettivo polemico di questo libro sta dunque qui. E spinge la Di Cesare ad articolare le ragioni di una «sinistra heideggeriana», postmetafisica – Derrida, Nancy, Schürmann, ma anche, da noi, Vattimo o Agamben – che, certo, affranca Heidegger da una lettura meramente reazionaria, ma non si accomoda nemmeno nelle vecchie certezze dogmatiche del marxismo. Si può quindi immaginare il «furor metafisico dei marxisti ufficiali», ma anche «lo sdegno morale dei neoliberisti, convinti che quello del mercato sia l’orizzonte finale» o «il sarcasmo caustico di neoilluministi e progressisti incalliti, che neppure un istante, malgrado la catastrofe ecologica e la intermittente guerra civile globale, hanno dubitato di avanzare verso la civiltà».

Il libro tenta insomma di riattivare una vena filosofico-politica radicale, che attinga al pensiero heideggeriano, cercando però di disegnare un varco dove invece Heidegger si precluse ogni accesso.  Quella vena si trova, per la Di Cesare, nella radice messianica non semplicemente rimossa da Heidegger, ma addirittura schermata, sbarrata dal mito greco delle origini, mito fondativo del pensiero occidentale. Ma questo implica che il giudizio su Heidegger non si risolve su un piano meramente storiografico ed anzi ha senso, come ha scritto di recente Jean Luc Nancy, «solo se con lui, giudichiamo noi e la nostra storia». Questo giudizio si muta così, da ultimo, in una domanda: come si fa a liberarsi dell’orizzonte metafisico, le cui ultime propaggini sono nella tecnica, nei mezzi di comunicazione moderni, nell’orizzonte globalizzato del nostro tempo, a cui peraltro Heidegger volle rimanere del tutto estraneo, senza precipitare in un orizzonte non più aperto e libero, ma più cupo e ristretto, prigionieri di vecchi miti e terribili incubi?

(Il Messaggero, 9 dicembre 2015)

 

Salvini non è Marine ma la sua caricatura

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Cosa vuol dire, per l’Italia, la vittoria alle elezioni regionale del Front National di Marine Le Pen? Una possibile risposta è: nulla. Non siamo in Francia, non ci sono stati da noi attentati come quelli di Parigi e le dimensioni dell’immigrazione da paesi extra-europei – che rimane il principale motivo di identificazione dell’elettorato del Front – è in Francia molto più massiccia che da noi. Una simile risposta è, però, perlomeno frettolosa: una qualunque cartina che mostrasse la diffusione nei paesi europei, da venti anni a questa parte, di partiti politici populisti e di estrema destra non potrebbe non dimostrare che il fenomeno non riguarda solo la Francia, ma comprende  paesi dell’ex blocco sovietico, paesi balcanici, paesi centro-europei, paesi scandinavi, paesi latini. Nessuno è immune dal contagio, insomma. Società aperta e società inclusiva non sono più sinonimi; anzi, per rimanere società aperte le nostre democrazie si vanno convincendo che tocchi escludere qualcuno. Una brutta piega.

C’è però un palese squilibrio nella formula, che viene spesso adoperata: partiti populisti «e» di estrema destra. Cosa vuol dire quella «e»? La formula lascia infatti fuori fuoco populismi che non si collocano a destra: come se il populismo non potesse allignare che a destra, e come se la radicalizzazione di destra dovesse necessariamente avere tratti populisti.

Ma mentre i politologi cercano di sciogliere l’ambiguità, i partiti politici si muovono in una direzione o nell’altra, infischiandosene delle formule. O almeno è quel che provano a fare. A Marine Le Pen la cosa è riuscita: come ha spiegato ieri Alessandro Campi su questo giornale, dai tempi del patriarca Jean Marie e del suo Front National, esplicitamente xenofobo e di destra, molta acqua è passata sotto i ponti, e la figlia Marine ha cercato abilmente di dare al partito i tratti di una forza rassicurante, erede addirittura della migliore tradizione repubblicana della nazione.

I suoi emuli italiani, i leghisti di Salvini, sembrano invece aver preso tutt’altra direzione. E le differenze fra il leader leghista e la pulzella francese vanno ben oltre la barba e il colore dei capelli.

Anzitutto, a caratterizzare la sostanza ideologica della Lega, nonostante la conversione nazionalista e anti-euro della nuova leadership di Salvini, è ancora il tema nordista. Non solo perché nello statuto del partito rimane indicato l’obiettivo della secessione, ma perché un vistoso clivage territoriale forma la base di iscritti e simpatizzanti della Lega Nord. La lista «Noi con Salvini» è spuntata anche al Sud, ma è significativo che abbia bisogno di togliere di mezzo il nome del partito e sostituirlo con quello del leader, per avere qualche credito. Non c’è nulla di paragonabile nella retorica di Marine Le Pen.

In secondo luogo, Marine Le Pen non ha alle spalle anni di governo, a differenza del partito di Salvini, che sotto la guida del fondatore, Umberto Bossi, ha avuto posizioni di responsabilità e ministeri-chiave per circa otto anni, dal 1994 ad oggi. Questa differenza non va rilevata per fare il discorso sulle responsabilità condivise dalla Lega con il berlusconismo, ma per spiegare la direzione intrapresa da Salvini rispetto al resto del sistema politico, che è opposta a quella presa dal Fronte National in Francia. La Le Pen prova infatti ad accreditarsi presso il centro dell’elettorato, per presentarsi come forza di governo; Salvini ha dovuto invece rifarsi una verginità, accentuando la sua distanza dal passato di governo, finendo quindi con il collocarsi molto più a destra di quanto la Lega non fosse finché governava insieme a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale.

C’è poi una terza, e decisiva, differenza. Mentre la Lega governava col centrodestra, cresceva in Italia un’altra forza politica, anch’essa riconducibile all’orizzonte dei populismi europei: il Movimento Cinque Stelle. Le infrazioni della grammatica politica e del galateo costituzionale, la critica del ceto politico, la polemica verso i privilegi della casta, sono appannaggio dei grillini, molto più credibilmente di quanto non lo siano in bocca al partito più vecchio che siede oggi in Parlamento: la Lega Nord, appunto. Giocoforza, insomma, Salvini è indotto a privilegiare temi più chiaramente di destra – quelli legati alla sicurezza e al pericolo dell’immigrazione – esagerandoli oltremisura.

Da questa diversa collocazione discende un paradosso finale. Quanto più la Le Pen si sforza di scavalcare la vecchia distinzione fra destra e sinistra, in nome di certi valori nazionali dei quali si erge a difensore, tanto più rinverdisce uno schema noto: polemizzando con le forze socialiste, di cui pronostica la scomparsa, traccia la linea che divide i partiti per i quali viene prima la questione sociale dai partiti per i quali è prima la questione nazionale. Salvini, invece, procede secondo il verso opposto: se la prende con Renzi, è il suo dovere di forza di opposizione. Ma il suo linguaggio si accende davvero solo quando può insultare Alfano e il nuovo centrodestra, e questo è il segno che un partito, che al tempo di Bossi rifiutava la collocazione secondo l’asse destra/sinistra, deve ripristinarla e spostarsi sempre più a destra, per rendere visibile la sua collocazione fuori della vecchia cerchia politica di appartenenza.

C’è poco da fare: la cartina dei populismi europei è molto meno omogenea di quanto si creda.

(Il Mattino, 8 dicembre 2015)

Le armi e le lobby più forti di Obama

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La strage di San Bernardino, in California, è solo l’ennesima, futile strage. L’ennesimo episodio di follia, a leggere sbigottiti le cronache, se alla follia dobbiamo ricondurre un’esplosione di violenza insensata, cieca, priva di scopo. Questa volta in un centro disabili, altrove volte in una scuola, oppure in un supermarket: posti di vita ordinari, trasformati improvvisamente in poligoni di tiro.

Una violenza insensata, però armata secondo la legge. Le armi che hanno sparato ieri sono con ogni probabilità legalmente detenute dai killer, come tutte quelle che hanno fatto vittime negli States in episodi tragicamente simili. Non più tardi di due mesi fa, il Presidente Obama tenne un discorso – qualcuno li ha contati: il quindicesimo dopo un eccidio causato da armi da fuoco – e ammise sconsolatamente che quei discorsi, così come i servizi televisivi che li accompagnano, e le frasi che si dicono nei giorni successivi, sono tutte cose ormai «di routine». Due anni fa, nel 2013, dopo l’ennesima strage, Obama si era invece presentato alla stampa e al Congresso, insieme al vice Presidente Joe Biden, dicendosi determinato a far approvare un piano dettagliato: divieto di vendite per le armi con maggiore potenza di fuoco, limitazione delle possibilità d’acquisto in base a precedenti penali o alla presenza di determinate patologie, campagna di informazione: cose così, di buon senso. Non sono passate. E francamente è difficile ipotizzare che Obama riesca ora, nell’ultimo anno di Presidenza, a farle passare. Se ci riuscisse, certo lui passerebbe alla storia. Incerto e titubante in politica estera, vincerebbe la partita più difficile, contro il pericolo massimo: garantire la sicurezza degli americani dagli americani stessi. Sono loro, infatti, che lasciano più vittime sul selciato. O tra i banchi di scuola, in mezzo agli scaffali di un supermarket, dietro le auto in un parcheggio.

Per temere però che Obama non ci riuscirà neanche questa volta è sufficiente dare un’occhiata agli spot pubblicitari della National Rifle Association, la potentissima lobby delle armi. Oppure consultare i sondaggi, dai quali emerge che la maggioranza degli americani continua a ritenere che sia più sicuro vivere con una pistola in tasca, anche se per la medesima esigenza di sicurezza in tasca la pistola ce l’ha anche il tuo vicino. Quanto agli spot: libertà, sicurezza, armi, condita da richiami ai padri della Patria e alla Costituzione: da questa potente retorica non si sfugge. I grandi spazi e l’uomo che li percorre confidando solo sulla canna del proprio fucile, o sul calcio della propria pistola, rimangono miti fondativi della libertà americana.

Già, la Costituzione degli Stati Uniti d’America, quella che gli americani non cambiano mai. Il secondo emendamento dice: «essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto». Vuol dire: se c’è un esercito, allora ci deve essere per ogni cittadino la possibilità di armarsi. Per la Costituzione americana nessun cittadino cede insomma allo Stato il diritto a difendersi da sé, visto che dallo Stato, dalla sua stessa milizia deve potersi difendere . È come se non vi fosse alcun monopolio della violenza legittima, come invece recita la canonica definizione di Max Weber. Nessun monopolio: ogni cittadino, all’occorrenza, può sparare.

Lo scorso giugno Obama aveva mostrato di voler gettare la spugna: «non prevedo – aveva detto – che questo Congresso adotterà alcuna iniziativa legislativa. E non prevedo alcuna azione incisiva fino a quando il popolo americano non percepirà un sufficiente senso di urgenza che li porti a dire: Questo non e’ normale, questo è qualcosa che possiamo cambiare e lo faremo».

Difficile che i morti di ieri spingeranno il popolo americano a cambiare idea. Quanto al suo Presidente, sarà purtroppo costretto a rilasciare dichiarazione di routine.

(Il Mattino, 3 dicembre 2015)

I violenti che inquinano le società

2015-11-29_paris_anticop21-b-6092bQuel che ci vuole, per fare una capitale, è anzitutto una certa cura della città da parte del potere politico e religioso. Ci vogliono monumenti, piazze, grandi e diritte vie, opere che per eleganza e decoro diano adeguata rappresentazione alla potenza e al prestigio della casa regnante, o della Chiesa. Insomma: una faticaccia che, di solito, si continua nei secoli. Figuriamoci se si può spostare una capitale da un giorno all’altro. Arrivando nella Repubblica Centrafricana, Papa Francesco ha detto tuttavia: «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno santo della misericordia viene in anticipo a questa terra». Un’espressione potente, che dà anzitutto il senso di una Chiesa in cammino. Non solo il Papa venuto dalla fine del mondo è salito, a Roma, sul soglio di Pietro, ma ora lascia intendere che nella missione della Chiesa Bangui e l’Africa vengono prima di Roma, della latinità, dell’Europa.

Questo movimento non è però affatto estraneo al cattolicesimo romano, alla sua specificità. Lo ha spiegato bene il filosofo francese Remi Brague, sottolineando i tratti distintivi dell’esperienza romana: cosa c’è infatti di più specificamente romano dell’acquedotto e della strada (e, certo, anche del miles romano)? Roma è cioè il luogo in cui si giunge e da cui si parte, ma è spostata rispetto alle sue radici spirituali, filosofiche e religiose, rispetto cioè ad Atene e Gerusalemme. Per questo Roma traduce: traduce più di quanto ogni altra cultura umana abbia tradotto. Che poi significa trasporta e travasa: la Bibbia, oppure Platone ed Aristotele. E per questo, in fondo, Bergoglio può andare in Africa, rinnovando l’opzione preferenziale per i poveri ma senza capovolgere la Chiesa,  o chiudere definitivamente i battenti di San Pietro.

A Parigi, invece, hanno manifestato quelli che vogliono capovolgere, non solo spostare, le nostre città. Non solo loro, ovviamente. Ma anarchici, estremisti, movimenti antagonisti e anticapitalistici si son dati appuntamento per l’ennesima volta lì, per scontrarsi con la polizia e sfidare il divieto imposto dalle autorità per motivi di sicurezza. La marcia globale organizzata in occasione del summit parigino ha toccato in realtà centinaia di luoghi della Terra: da Roma a Bogotà, da Kampala a San Paolo passando per Roma e Berlino. L’obiettivo è premere sui governi perché concludano un accordo vero e vincolante per ridurre le emissioni dei gas di scarico. Ed è un’altra cosa. È una cosa che si fa, certo, mobilitando l’opinione pubblica, aderendo a campagne e iniziative, lanciando petizioni e cercando testimonial: sulle strade di Parigi, tra le scarpe lasciate dagli attivisti che hanno rispettato il divieto di manifestare, c’erano anche quelle di Papa Bergoglio. Ma è cosa che si fa pure (anzi: soprattutto) votando alle elezioni, perché non si può fare senza i parlamenti e i governi, senza accordi sovra-nazionali, supervisioni di organismi internazionali, accordi, mediazioni, compromessi.

La logica dei Black Bloc è diversa: è difficile persino attribuirgli una qualunque sensibilità ambientale. L’obiettivo è puramente e semplicemente prendere di mira i simboli del potere, mettere a soqquadro le capitali. Se infatti il sistema capitalistico di produzione inquina come mai è accaduto nella storia, gli anticapitalisti lottano contro l’inquinamento: ma in quanto anticapitalisti, non in quanto ambientalisti. E se d’altra parte il potere onora in questi giorni le vittime del Bataclan, gli anarchici no, perché non hanno motivo alcuno per sentirsi legati dalla stessa religione civile. Per questo, le candele e i fiori deposti in omaggio ai caduti non meritano, per loro, nessun particolare rispetto.

Forse questo colpisce più di ogni altra cosa, quando nella stessa giornata si vedono insieme il Papa a Bangui e i tafferugli nella capitale francese: dove vi sia una qualche volontà di tenere legate le cose, di tenerle unite, e dove invece si vuole spezzare ogni legame, ogni appartenenza. Dove si cercano le parole di una comune umanità, e dove invece le si rifiuta come false e ormai pregiudicate.

Non è detto che la strada scelta da Papa Francesco sia quella giusta: per l’Africa e per la Chiesa di Roma. Se però la scelta di andare a Bangui e di farne per un giorno la capitale appare così forte, è forse anche perché ci sono stati gli attentati di Parigi, perché tutto ci appare più fragile della nostra umana condizione e del nostro mondo, se una bomba può esplodere in un bar o sugli spalti dello stadio. Questa fragilità ci affratella: forse anche ipocritamente, perché molto poco le nostre giornate condividono materialmente con quelle che trascorre un qualunque cittadino della repubblica centrafricana. Però quel poco ci basta per capire il gesto di Francesco, mentre non capiamo, in questa giornata, la violenza per le strade di Parigi. Non la capiscono – è sicuro – neanche tutti gli altri manifestanti che in giro per il mondo hanno fatto sentire civilmente la loro voce ai Grandi della Terra, cercando di suggerire loro che mettere sottosopra no, ma cambiare un poco le capitali, i loro fumi e le loro polveri sottili, si può fare, proprio in nome della comune umanità.

(Il Mattino, 30 novembre 2015)