I violenti che inquinano le società

2015-11-29_paris_anticop21-b-6092bQuel che ci vuole, per fare una capitale, è anzitutto una certa cura della città da parte del potere politico e religioso. Ci vogliono monumenti, piazze, grandi e diritte vie, opere che per eleganza e decoro diano adeguata rappresentazione alla potenza e al prestigio della casa regnante, o della Chiesa. Insomma: una faticaccia che, di solito, si continua nei secoli. Figuriamoci se si può spostare una capitale da un giorno all’altro. Arrivando nella Repubblica Centrafricana, Papa Francesco ha detto tuttavia: «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno santo della misericordia viene in anticipo a questa terra». Un’espressione potente, che dà anzitutto il senso di una Chiesa in cammino. Non solo il Papa venuto dalla fine del mondo è salito, a Roma, sul soglio di Pietro, ma ora lascia intendere che nella missione della Chiesa Bangui e l’Africa vengono prima di Roma, della latinità, dell’Europa.

Questo movimento non è però affatto estraneo al cattolicesimo romano, alla sua specificità. Lo ha spiegato bene il filosofo francese Remi Brague, sottolineando i tratti distintivi dell’esperienza romana: cosa c’è infatti di più specificamente romano dell’acquedotto e della strada (e, certo, anche del miles romano)? Roma è cioè il luogo in cui si giunge e da cui si parte, ma è spostata rispetto alle sue radici spirituali, filosofiche e religiose, rispetto cioè ad Atene e Gerusalemme. Per questo Roma traduce: traduce più di quanto ogni altra cultura umana abbia tradotto. Che poi significa trasporta e travasa: la Bibbia, oppure Platone ed Aristotele. E per questo, in fondo, Bergoglio può andare in Africa, rinnovando l’opzione preferenziale per i poveri ma senza capovolgere la Chiesa,  o chiudere definitivamente i battenti di San Pietro.

A Parigi, invece, hanno manifestato quelli che vogliono capovolgere, non solo spostare, le nostre città. Non solo loro, ovviamente. Ma anarchici, estremisti, movimenti antagonisti e anticapitalistici si son dati appuntamento per l’ennesima volta lì, per scontrarsi con la polizia e sfidare il divieto imposto dalle autorità per motivi di sicurezza. La marcia globale organizzata in occasione del summit parigino ha toccato in realtà centinaia di luoghi della Terra: da Roma a Bogotà, da Kampala a San Paolo passando per Roma e Berlino. L’obiettivo è premere sui governi perché concludano un accordo vero e vincolante per ridurre le emissioni dei gas di scarico. Ed è un’altra cosa. È una cosa che si fa, certo, mobilitando l’opinione pubblica, aderendo a campagne e iniziative, lanciando petizioni e cercando testimonial: sulle strade di Parigi, tra le scarpe lasciate dagli attivisti che hanno rispettato il divieto di manifestare, c’erano anche quelle di Papa Bergoglio. Ma è cosa che si fa pure (anzi: soprattutto) votando alle elezioni, perché non si può fare senza i parlamenti e i governi, senza accordi sovra-nazionali, supervisioni di organismi internazionali, accordi, mediazioni, compromessi.

La logica dei Black Bloc è diversa: è difficile persino attribuirgli una qualunque sensibilità ambientale. L’obiettivo è puramente e semplicemente prendere di mira i simboli del potere, mettere a soqquadro le capitali. Se infatti il sistema capitalistico di produzione inquina come mai è accaduto nella storia, gli anticapitalisti lottano contro l’inquinamento: ma in quanto anticapitalisti, non in quanto ambientalisti. E se d’altra parte il potere onora in questi giorni le vittime del Bataclan, gli anarchici no, perché non hanno motivo alcuno per sentirsi legati dalla stessa religione civile. Per questo, le candele e i fiori deposti in omaggio ai caduti non meritano, per loro, nessun particolare rispetto.

Forse questo colpisce più di ogni altra cosa, quando nella stessa giornata si vedono insieme il Papa a Bangui e i tafferugli nella capitale francese: dove vi sia una qualche volontà di tenere legate le cose, di tenerle unite, e dove invece si vuole spezzare ogni legame, ogni appartenenza. Dove si cercano le parole di una comune umanità, e dove invece le si rifiuta come false e ormai pregiudicate.

Non è detto che la strada scelta da Papa Francesco sia quella giusta: per l’Africa e per la Chiesa di Roma. Se però la scelta di andare a Bangui e di farne per un giorno la capitale appare così forte, è forse anche perché ci sono stati gli attentati di Parigi, perché tutto ci appare più fragile della nostra umana condizione e del nostro mondo, se una bomba può esplodere in un bar o sugli spalti dello stadio. Questa fragilità ci affratella: forse anche ipocritamente, perché molto poco le nostre giornate condividono materialmente con quelle che trascorre un qualunque cittadino della repubblica centrafricana. Però quel poco ci basta per capire il gesto di Francesco, mentre non capiamo, in questa giornata, la violenza per le strade di Parigi. Non la capiscono – è sicuro – neanche tutti gli altri manifestanti che in giro per il mondo hanno fatto sentire civilmente la loro voce ai Grandi della Terra, cercando di suggerire loro che mettere sottosopra no, ma cambiare un poco le capitali, i loro fumi e le loro polveri sottili, si può fare, proprio in nome della comune umanità.

(Il Mattino, 30 novembre 2015)

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