Salvini non è Marine ma la sua caricatura

Altan

Cosa vuol dire, per l’Italia, la vittoria alle elezioni regionale del Front National di Marine Le Pen? Una possibile risposta è: nulla. Non siamo in Francia, non ci sono stati da noi attentati come quelli di Parigi e le dimensioni dell’immigrazione da paesi extra-europei – che rimane il principale motivo di identificazione dell’elettorato del Front – è in Francia molto più massiccia che da noi. Una simile risposta è, però, perlomeno frettolosa: una qualunque cartina che mostrasse la diffusione nei paesi europei, da venti anni a questa parte, di partiti politici populisti e di estrema destra non potrebbe non dimostrare che il fenomeno non riguarda solo la Francia, ma comprende  paesi dell’ex blocco sovietico, paesi balcanici, paesi centro-europei, paesi scandinavi, paesi latini. Nessuno è immune dal contagio, insomma. Società aperta e società inclusiva non sono più sinonimi; anzi, per rimanere società aperte le nostre democrazie si vanno convincendo che tocchi escludere qualcuno. Una brutta piega.

C’è però un palese squilibrio nella formula, che viene spesso adoperata: partiti populisti «e» di estrema destra. Cosa vuol dire quella «e»? La formula lascia infatti fuori fuoco populismi che non si collocano a destra: come se il populismo non potesse allignare che a destra, e come se la radicalizzazione di destra dovesse necessariamente avere tratti populisti.

Ma mentre i politologi cercano di sciogliere l’ambiguità, i partiti politici si muovono in una direzione o nell’altra, infischiandosene delle formule. O almeno è quel che provano a fare. A Marine Le Pen la cosa è riuscita: come ha spiegato ieri Alessandro Campi su questo giornale, dai tempi del patriarca Jean Marie e del suo Front National, esplicitamente xenofobo e di destra, molta acqua è passata sotto i ponti, e la figlia Marine ha cercato abilmente di dare al partito i tratti di una forza rassicurante, erede addirittura della migliore tradizione repubblicana della nazione.

I suoi emuli italiani, i leghisti di Salvini, sembrano invece aver preso tutt’altra direzione. E le differenze fra il leader leghista e la pulzella francese vanno ben oltre la barba e il colore dei capelli.

Anzitutto, a caratterizzare la sostanza ideologica della Lega, nonostante la conversione nazionalista e anti-euro della nuova leadership di Salvini, è ancora il tema nordista. Non solo perché nello statuto del partito rimane indicato l’obiettivo della secessione, ma perché un vistoso clivage territoriale forma la base di iscritti e simpatizzanti della Lega Nord. La lista «Noi con Salvini» è spuntata anche al Sud, ma è significativo che abbia bisogno di togliere di mezzo il nome del partito e sostituirlo con quello del leader, per avere qualche credito. Non c’è nulla di paragonabile nella retorica di Marine Le Pen.

In secondo luogo, Marine Le Pen non ha alle spalle anni di governo, a differenza del partito di Salvini, che sotto la guida del fondatore, Umberto Bossi, ha avuto posizioni di responsabilità e ministeri-chiave per circa otto anni, dal 1994 ad oggi. Questa differenza non va rilevata per fare il discorso sulle responsabilità condivise dalla Lega con il berlusconismo, ma per spiegare la direzione intrapresa da Salvini rispetto al resto del sistema politico, che è opposta a quella presa dal Fronte National in Francia. La Le Pen prova infatti ad accreditarsi presso il centro dell’elettorato, per presentarsi come forza di governo; Salvini ha dovuto invece rifarsi una verginità, accentuando la sua distanza dal passato di governo, finendo quindi con il collocarsi molto più a destra di quanto la Lega non fosse finché governava insieme a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale.

C’è poi una terza, e decisiva, differenza. Mentre la Lega governava col centrodestra, cresceva in Italia un’altra forza politica, anch’essa riconducibile all’orizzonte dei populismi europei: il Movimento Cinque Stelle. Le infrazioni della grammatica politica e del galateo costituzionale, la critica del ceto politico, la polemica verso i privilegi della casta, sono appannaggio dei grillini, molto più credibilmente di quanto non lo siano in bocca al partito più vecchio che siede oggi in Parlamento: la Lega Nord, appunto. Giocoforza, insomma, Salvini è indotto a privilegiare temi più chiaramente di destra – quelli legati alla sicurezza e al pericolo dell’immigrazione – esagerandoli oltremisura.

Da questa diversa collocazione discende un paradosso finale. Quanto più la Le Pen si sforza di scavalcare la vecchia distinzione fra destra e sinistra, in nome di certi valori nazionali dei quali si erge a difensore, tanto più rinverdisce uno schema noto: polemizzando con le forze socialiste, di cui pronostica la scomparsa, traccia la linea che divide i partiti per i quali viene prima la questione sociale dai partiti per i quali è prima la questione nazionale. Salvini, invece, procede secondo il verso opposto: se la prende con Renzi, è il suo dovere di forza di opposizione. Ma il suo linguaggio si accende davvero solo quando può insultare Alfano e il nuovo centrodestra, e questo è il segno che un partito, che al tempo di Bossi rifiutava la collocazione secondo l’asse destra/sinistra, deve ripristinarla e spostarsi sempre più a destra, per rendere visibile la sua collocazione fuori della vecchia cerchia politica di appartenenza.

C’è poco da fare: la cartina dei populismi europei è molto meno omogenea di quanto si creda.

(Il Mattino, 8 dicembre 2015)

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