Se i grillini di lotta scoprono il governo

rothko

Questo metodo lo abbiamo usato sempre, dice Luigi Di Maio a proposito delle elezioni dei giudici della Corte costituzionale. Sarà. Certo è che la situazione si è sbloccata quando il Pd ha mollato Forza Italia e Brunetta al suo destino, e ha votato non solo insieme ai centristi alleati di governo, ma insieme anche ai Cinquestelle con cui ha concordato la terna di nomi.

Concordato: questo è il punto. Dunque è possibile fare un accordo con quella forza politica che è entrata in Parlamento irridendo tutti gli altri partiti e in particolar modo i democratici: basti ricordare le famose consultazioni in streaming di inizio legislatura, per farsi un’idea di cosa fossero i grillini al loro esordio in Transatlantico, e della distanza quindi percorsa (a proposito, che fine ha fatto lo streaming? Dove e come si sono accordati quelli del direttorio Cinque stelle con gli emissari del Pd?).

Di Maio dice però che loro han fatto sempre così, che quando ci sono cose condivisibili loro le votano, e soprattutto che già con l’elezione alla Corte di Silvana Sciarra e Alessio Zaccaria, lo scorso anno, i voti grillini si erano sommati ai voti democratici. Quella volta Grillo aveva twittato trionfante: «Per la prima volta nella storia dalla rete alle istituzioni: l’M5S sblocca il Parlamento». Ma siccome una rondine non fa primavera, è quando le cose accadono di nuovo che si comincia a pensare ad una possibile evoluzione della cosa.

Ed è, soprattutto, quando il voto viene accompagnato da dichiarazioni come quelle rilasciate sempre dal vicepresidente Di Maio: «Sulle cose che non sono giuste noi siamo opposizione. Per tutto il resto del dialogo fra Pd e Movimento CInquestelle noi ci saremo sempre». Decisamente non male, come apertura. Un esponente moderato di centro-destra non la direbbe diversamente. Il fatto è che di esponenti simili in Forza Italia ce n’è sempre meno: alcuni se ne sono andati, altri invece subiscono l’allineamento coatto alla Lega. Così tocca ai Cinquestelle vestire panni istituzionali e fare i responsabili. Di qui la domanda: è la dialettica parlamentare a favorire questa posizione, o si tratta di una strategia di più lungo periodo, che risponde a un riorientamento del Movimento, dai vertici alla base? O forse si tratta proprio di cambiamenti al vertice?

Probabilmente sono vere tutte e tre le cose. È vero che il vertice, cioè Beppe Grillo, appare un po’ meno presente sulla scena, un po’ più lontano dalla prima linea. Finché toccava solo a lui, che è fuori dal Parlamento, era naturale che quelli che stavano dentro avessero assai poca agibilità politica. Tutta la leadership di Grillo è costruita infatti sulla base del principio che bisogna chiamarsi fuori. Ora che però Grillo ha mollato un po’ le briglie, è altrettanto naturale che gli spazi di manovra aumentino.

In secondo luogo, c’è la difficoltà per il centrodestra di ridarsi un profilo liberale, moderato, riformista: quanto più Forza Italia, allora, si accoda a Salvini, tanto più ai Cinque Stelle conviene presidiare i temi anti-casta sui quali sono nati, e che continuano ad avere forte presa sull’opinione pubblica – perciò la mozione contro il ministro Boschi rimane lì –, ma lasciar perdere tutto il resto dell’armamentario populista, su cui svetta Matteo Salvini.

In terzo luogo, la legge elettorale, con cui si andrà al voto prevede un ballottaggio al quale, come le elezioni regionali francesi in fondo dimostrano, è molto più facile che vada (e vinca, chissà) una forza che si accredita anzitutto per governare. I sistemi elettorali maggioritari, o con effetti maggioritari, premiano in genere non i più centristi, ma i più riconosciuti come in grado di esprimere un’azione di governo. La capacità espansiva di un movimento populista, fortemente radicalizzato, è dunque molto minore, in un simile contesto elettorale, di quelli di una forza politica che, certo, rivendica ancora estraneità al Palazzo, ma adotta modalità di confronto o di scontro decisamente più urbane. Ecco, la si può chiamare così: urbanizzazione della provincia populista. Non siamo ancora al grillismo forza tranquilla, ma che qualcuno, dalle parti dei Cinquestelle, abbia di queste ambizioni è possibile, se non probabile.

Poi però c’è tutto il resto, che è ancora molto di più. Lo si vede ad occhio nudo: ci sono le prove amministrative incerte, c’è la vena programmatica in molti punti velleitaria, c’è una pretesa linea di intransigenza che si sposa assai poco con le mediazioni della politica. C’è persino l’eurodeputato che racconta in pubblico le sue pene d’amore a Bruxelles. Loro diranno che è sempre meglio il deputato col cuore spezzato o quello che scruta nel cielo le scie chimiche, degli altri, che magari arraffano soldi sotto banco. Finché però daranno questa rappresentazione della politica, e penseranno che i termini alternativi tra i quali gli italiani saranno chiamati a scegliere siano questi, sarò legittimo coltivare il sospetto che manchi loro il lato serio, maturo, e persino, a volte, tragico della vicenda politica.

(Il Mattino)

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