Archivi del giorno: dicembre 22, 2015

La città e le pagelle

slide2La tradizionale classifica delle città italiane in base alla qualità della vita, proposta ogni anno dal Sole 24 Ore, certifica ancora una volta il divario fra il Nord e il Sud del Paese. Prima è Bolzano, ultima Reggio Calabria. Napoli è in zona retrocessione: 101esima, ma tutto il fondo classifica è occupato da province meridionali. Per imbattersi nella prima città del Nord bisogna risalire fino al 75esimo posto, dove si trova Asti. Milano è seconda, Firenze quarta, Roma sedicesima. Di fronte a un simile risultato, ci si può certo intestardire nella contestazione di dati, metodi, parametri e statistiche, ma a meno di non voler inserire come indicatori i gol di Higuain o la qualità della pizza, la sostanza resta: il Sud è più povero, ha tassi di disoccupazione drammatici, difficile situazione creditoria, peggiore qualità dei servizi, peggiore pagella ecologica, inferiori livelli di studio e di formazione, e via di questo passo.

Il giornale milanese accompagna la pubblicazione dei dati con questo commento: «È vero che da anni manca una politica nazionale per il Sud, ma è altrettanto certo che le élite meridionali non hanno saputo sfruttare l’autonomia concessa per impostare politiche di sviluppo locale». Le cose stanno effettivamente così: è vero che la seconda Repubblica ha calato il sipario sul Mezzogiorno, e ancora fa fatica a rialzarlo, ed è altrettanto certo che dalle regioni meridionali non è venuta una nuova politica di sviluppo.

Ciò che però colpisce anzitutto, in questa situazione, non è«la sostanziale assenza di una reazione forte e continua da parte della opinione pubblica meridionale e di chi dovrebbe darle voce», come scriveva proprio ieri Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Perché il Mezzogiorno produce, e come, «larghi dibattiti, autocritiche, progetti»: lo fa di continuo, finendo anzi col tirarsi addosso accuse di simpatie filo-borboniche, per via di questo impegno costante. Quel che manca è piuttosto il peso politico necessario a modificare davvero l’agenda dei governi. Il Sud manca nel mondo dell’editoria, manca nel mondo della finanza, manca ai vertici dei partiti.

Galli della Loggia imputa a Renzi di ignorare la realtà del Mezzogiorno. Ma una qualche ignoranza affligge anche la sua descrizione di una società meridionale «disanimata, svuotata di energie, perfino quasi di risorse intellettuali desiderose e capaci di parlare al Paese». Forse questo di Galli è un modo alato di descrivere la desertificazione non solo industriale, ma anche demografica denunciata questa estate dal rapporto Svimez (a proposito di dibattiti larghi). Oppure si tratta di una denuncia, probabilmente involontaria, della penalizzazione di cui è da anni vittima il sistema delle università meridionali, meno o peggio finanziato rispetto al resto d’Italia (altro tema dibattuto assai). In ogni caso, a mancare non è la discussione su questi temi, né tanto meno la domanda di politiche esplicitamente rivolte a ridurre il divario fra Nord e Sud. A mancare è la risposta, cioè per l’appunto le politiche, e una seria convergenza di sforzi da parte di tutto il Paese.

Quest’anno, in Legge di Stabilità, c’è qualcosa. Questo giornale ne ha riferito: sgravi quadriennali per imprese che investono al Sud, e l’idea di concertare con i «Patti per il Sud» le priorità a cui vincolare le istituzioni locali, in modo da non perdere finanziamenti e accelerare l’utilizzo dei fondi europei. Basta? Non basta. Non saranno queste misure a consentire il recupero di un ritardo aggravatosi seriamente negli ultimi anni. Anni di sostanziale disattenzione, anzi di disinteresse nei confronti del Mezzogiorno. Per questo la questione meridionale resta lì, ancora irrisolta o malamente affrontata.

Su un punto Galli della Loggia ha però ragione: è vero infatti che senza il Sud l’Italia,semplicemente,non è l’Italia, non è una nazione, ma un’altra cosa, e dunque una narrazione dell’Italia non può non partire dalla necessità di immaginarne il futuro a partire dallo sviluppo del Mezzogiorno. Ed è altrettanto certo che tocca a Renzi, al governo nazionale, assumere la centralità di questo tema, che non è solo un punto programmatico, o magari un punto di PIL in più, ma una questione di identità nazionale, a cui è legato il significato stesso, storico e morale, dell’essere italiani. Forse Renzi potrebbe fare come il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che all’alba del secolo scorso, già molto avanti negli anni, decise di sobbarcarsi un viaggio alquanto disagevole, fra treni e cavalli, per andare a vedere di persona in quali condizioni fossero le terre meridionali. Lo fece per capire, e ci mise del tempo. Tempo, in effetti, ce ne vuole, e coraggio per capire anche. Ma se ci si mette per via, ne vengano o no leggi speciali per il Sud, un Mezzogiorno diverso da quello sfiduciato e abulico immaginato da Galli della Loggia lo si incontra ancora.

(Il Mattino, 22 dicembre 2015)

Movimento 5 stelle: il programma

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Cinque capitoli. Per ciascun capitolo un «sunto», che riassume i punti fermi, e mette sull’avviso l’utente: se non li condividi, lascia perdere. Ma se li condividi, allora puoi contribuire anche tu a scrivere il programma dei Cinque Stelle per la città di Napoli. È la filosofia «wiki»: proprio come gli utenti possono contribuire a scrivere le voci della più diffusa enciclopedia online, così i cittadini possono partecipare alla stesura del programma. Vale la pena allora leggerle, queste pagine, se non altro perché gli altri partiti non hanno neppure avviato uno sforzo analogo, persi dietro a liste e candidati e primarie con date ballerine.

Chi va invece sul sito del «wiki-programma», capisce subito che cosa vogliono i grillini napoletani. Basta leggere il modo in cui esemplificano le scelte che i Comuni sono chiamati a compiere: «possono avvelenarci con un inceneritore o avviare la raccolta differenziata. Fare parchi per i bambini o porti per gli speculatori. Costruire parcheggi o asili. Privatizzare l’acqua o mantenerla sotto il loro controllo». I Cinquestelle sono dunque – o si presentano come – quelli della raccolta differenziata, contrari alla privatizzazione dell’acqua, disponibili a costruire giardini e asili, ma non porti o parcheggi. Città giardino, insomma.

Ma siamo solo alla visione generale. Poi si passa ai capitoli. Il primo capitolo, «Stato e cittadini», è il tripudio della partecipazione diretta. Niente delega in bianco ai rappresentanti: l’idea stessa di rappresentanza è ritenuta uno stravolgimento della sovranità popolare. I Cinquestelle propongono referendum a ogni ora del giorno e della notte: abrogativi, propositivi, deliberativi. E istanze e petizioni e proposte. Il modello è la Svizzera. Se si può fare in Svizzera, non si vede perché non si possa fare a Napoli: il fatto che in Europa sia solo la Svizzera ad adottare un uso su così larga scala dell’istituto referendario non istilla dubbi di sorta.

Secondo capitolo: «Qualità della vita». Stranamente, leggiamo qui che  «i cittadini non hanno un’idea chiara di salute né di benessere ». Stranamente, perché questi cittadini così ignoranti e alla mercé delle multinazionali del farmaco sono gli stessi per i quali si prevede la partecipazione diretta tramite batterie di referendum. Ad ogni modo, il programma insiste molto sull’idea che i i cittadini debbano essere informati: prevenzione, educazione, incontri pubblici, divulgazione di bilanci. Si capisce: la sanità è materia regionale. Alla voce costi, tuttavia, compaiono un paio di idee curiose. La prima è l’idea che questa mastodontica campagna di informazione sia a costo zero; la seconda è l’introduzione di una moneta complementare, che «permetterebbe la mobilitazione di fondi in tutti gli ambiti che poi ricadono sulla salute», qualunque cosa ciò significhi.

Nello stesso capitolo si sviluppano nel dettaglio le misure per l’infanzia e per gli animali. Si vede che i «movimentisti» hanno per questi temi una speciale sensibilità. In particolare, per i più piccoli i grillini sono disposti a rivoltare la città come un guanto: politiche ambientali, urbanistiche, culturali, sociali. Le azioni immaginate sono tante. Ad esempio: segnaletica per bambini, potenziamento delle ludoteche pubbliche, aree dedicate, scambi culturali, fruibilità museali. Ci sono anche cose come «le sinergie transgenerazionali» e la «programmazione partecipata», ma nel complesso c’è uno sforzo complessivo di ridisegnare la città a misura di bambino. Non c’è un analogo sforzo nell’analisi dell’esistente, e soprattutto non c’è dal lato dei costi: non compare un numero che sia uno.

Terzo capitolo: territorio. Per cominciare, i Cinquestelle sono contrari a ulteriore utilizzo di superficie, e propongono azioni per fermare degrado urbano e dissesto idrogeologico. Sui rifiuti, lunghi muri di testo assicurano il lettore che si può fare: si può differenziare tutto, riciclare tutto, rieducare tutti. Più che un programma, questa parte del sito espone una filosofia. Stessa cosa più avanti, alla voce energia. Si vuole una società «carbon free», senza più una goccia di petrolio, ma latitano i riferimenti alla città: alla fusione fredda sì, a Napoli no. Forse l’idea è che Helsinki o Napoli fa lo stesso. Alla voce «strumenti normativi comunali» – dopo trentamila e passa caratteri – si legge solo: «attuare tutte le disposizioni che la legislazione mette a disposizione dell’ente locale per proporre disposizioni finalizzate all’attuazione degli obiettivi».

E le due grane di Bagnoli e Napoli Est? Qui i Cinquestelle ci vanno prudentissimi. Una vistosa banda colorata avvisa il lettore che la bozza è provvisoria, dopodiché si nega ogni problema: «tendenzialmente» basta la normale programmazione amministrativa urbana. Et voilà.

L’economia (quarto capitolo), è divisa in energia – e s’è detto – turismo e lavoro. Anche sulle politiche sociali l’elaborazione è ancora provvisoria. Il lavoro è invece un pezzo del programma nazionale, o poco più. Solo il turismo tocca da vicino la città: i grillini vogliono riqualificare il mare, vogliono più ZTL, vogliono più illuminazione (ma non erano contro l’inquinamento luminoso?). E pure più forze dell’ordine all’aeroporto e nelle stazioni (e al porto no?). Qui, come anche sul tema parcheggi, i movimentisti sembra cercare un motivo di identificazione forte con il cittadino qualunque, che affronta inerme e a mani nude la vita cittadina. Si dice quindi no alle barche – e a un porto che sembra loro un ostacolo alla dimensione umana della città, più che una risorsa – perché i napoletani possano usufruire del mare, proprio come si dice no ai parcheggi, perché i napoletani possano riappropriarsi a piedi (o al massimo in bicicletta) della città. Il resto è car sharing, car pooling, mercatini locali e prodotti alimentari a chilometri zero.

Quinto e ultimo capitolo, «Cultura». È palesemente il più lontano da una redazione accettabile. L’unica cosa che sembra importare è la connettività, il wi-fi pubblico, l’Internet gratuito. Su scuola e università si trova un impegno generico al «miglioramento» e qualche proposta strampalata. Il problema della dispersione scolastica sembra non esistere a Napoli.

E finisce così, con «l’identità della città» unico punto annunciato e non ancora sviluppato. Forse non è un caso. Il programma ha infatti, nel complesso, due limiti evidentissimi, e però anche due grandi pregio altrettanto evidenti. Primo limite: ci sono sì i capitoli, ma non quelli di bilancio. Come si faccia quello che si propone di fare è impossibile capirlo, a meno che il contrasto al crimine, all’abusivismo e alle ruberie non si trasformi in una pioggia di milioni per la città. Secondo limite: con poche eccezioni, si vede che le cose che stanno a cuore sono le stesse che stanno a cuore a Milano o a Roma: energia pulita, rifiuti riciclati, partecipazione diretta. È chiaro dove si vuole andare, ma non da dove si parta. A chi non conoscesse Napoli, leggendo il programma non verrebbe mai l’idea che si tratta di una metropoli caotica. Però saprebbe tutto su una società ecologica, post-industriale, autogovernata come un quartiere (o un cantone svizzero).

Infine i due grandi pregi: uno è il fatto stesso che i grillini un programma ce l’abbiano, sorretto da una visione di futuro. Cosa che non si può dire degli altri partiti che provano a sfidare De Magistris. L’altro è che, sia o no credibile il programma, loro ci credono davvero. Chi scrive sul sito, legge modifica e perfeziona, ci crede, e anche questa è cosa che gli altri partiti riescono sempre meno a dimostrare: di credere a quello che dicono, e di puntarci su.

(Il Mattino – ed. Napoli, 21 dicembre 2015)

La dieta degli scontrini: una questione di stile

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La vicenda della buvette in Regione è di quelle per le quali a malincuore si mette la penna sul foglio: la Regione spende mezzo milione di euro per offrire pasti a prezzi calmierati a chiunque si accosti, consigliere, assistente o ospite che sia. La ditta che infatti si è assicurata il servizio di ristorazione del Consiglio offre un caffè a 50 centesimi, e un ottimo risotto coi funghi a 6 euro. Con la zuppa di fagioli ce la si cava con 4 euro, mentre per lo spezzatino di vitello (con patate) ce ne vogliono 6,50. In cambio, la bellezza di un contratto di 510mila euro in 5 anni. La domanda è: perché? Perché c’è bisogno di offrire prezzi ribassati, e perché ad offrire prezzi ribassati debba essere l’istituzione regionale, cioè tutti noi? Qual è il nesso fra l’attività che viene svolta in Regione e il listino prezzi del ristorante?

In realtà, il numero di volte in cui all’attenzione dell’opinione pubblica sono state portate faccende analoghe, in cui si dà ai cittadini la sgradevole impressione che il ceto politico si assegni trattamenti di favore supera le dimensioni di questo articolo. Il numero di volte in cui a trovarsi sul banco degli imputati finiscono le Regioni, anche. E però casi del genere continuano a saltare fuori, e ad alimentare un clima che non reca certo lustro e prestigio alle istituzioni.

Ebbene: che bisogno c’è? Davvero occorre tenere basso il prezzo della tazzina di caffè per salvaguardare l’esercizio della funzione del consigliere regionale? In realtà, è vera anche la domanda di segno opposto: davvero il problema della nostra Regione sono i prezzi praticati alla buvette? E non c’è dubbio che una sola sia la risposta: no, i problemi sono altri. Sono la povertà, sono la disoccupazione giovanile e femminile, sono la Terra dei fuochi e gli sversamenti dei rifiuti, sono i ritardi nell’utilizzo dei fondi europei, sono le carenze infrastrutturali, sono la dispersione scolastica, sono la riorganizzazione della sanità, e così via: hai voglia a continuare. Sicché si fa fatica a richiamare l’attenzione su un episodio di palese malcostume come quello dei costi della ristorazione. È poca roba, magari di sprechi ce ne sono di maggiori e di più scandalosi, ma ha un problema in più: non si capisce. Non si trova una ragione, una spiegazione accettabile. Tutto infine si riduce ad un privilegio, di cui evidentemente si ritiene che debba godere il rappresentante delle istituzioni. E così una volta è la buvette, un’altra è l’ingresso allo stadio, un’altra volta ancora chissà cosa. Verrebbe voglia di dire: non c’entra solo l’etica pubblica, che è evidentemente deficitaria, c’entra pure l’estetica individuale, che è manchevole altrettanto: chi infatti chiederebbe al bar di risparmiare sul costo del caffè? Nessuno. Ci si fa una brutta figura, anche solo a pensarlo. Perché allora i consiglieri regionali non hanno un minimo di esitazione nel praticarsi lo sconto?

In realtà, la cosa è, dal punto di vista delle pratiche sociali,  un po’ più complicata, perché la liberalità con cui si offre un pranzo fa parte della maniera di proporsi con amici ed elettori, e certo viene più facile mostrarsi generosi quando i prezzi sono dimezzati. Resta però la confusione tra la dignità della funzione, che è una cosa, e il trattamento di favore, che è tutt’altra.

Ora, senza scomodare mani pulite e gli scandali assortiti scoppiati negli anni, l’impressione è che quella confusione continui ad essere alimentata, e a tirarsi dietro tutti i sentimenti antipolitici che appestano l’aria del Paese. Chi scrive, peraltro, darebbe volentieri il doppio dei compensi a consiglieri regionali e parlamentari, pur di non leggere (e scrivere) di cose così meschine. E non per una strana forma di generosità, ma perché mentre si capisce benissimo perché  il reddito di un uomo impegnato nelle istituzioni e chiamato a ruoli di rappresentanza debba essere consono, quella del caffè a 50 centesimi non ha nulla di consono: è soltanto una stonatura.

Qualche anno fa scoppiò lo scandalo del trattamento riservato ai parlamentari alla buvette di Montecitorio. Anche in quel caso, pasti non gratis, ma quasi. Pagine e pagine sui giornali, e moto di indignazione. A tal punto che quando alcuni dei parlamentari a cinque stelle, attentissimi a denunciare i privilegi della casta, furono beccati al ristorante di Montecitorio, i giornali si riempirono di fotografie: i moralizzatori attovagliati come tutti gli altri. Vero o no che fosse, la buvette divenne un terreno per misurare non la dieta gastronomica ma la dirittura morale dei parlamentari di vecchio e nuovo conio. Fu in quelle settimane, fra l’altro, che si combatté la guerra degli scontrini, e un giorno gli storici militari la ricorderanno come una delle più epiche battaglie che mai si sia combattuta nei cieli della politica italiana (con recenti strascichi romani: vedasi caso Marino). Si fa per dire, naturalmente. Ma si fa per dire una cosa sola: che prima questi argomenti sono tolti dal tavolo (non dal tavolo del ristorante: da quello della discussione pubblica), e meglio è per tutti.

(Il Mattino, 20 dicembre 2015)