La città e le pagelle

slide2La tradizionale classifica delle città italiane in base alla qualità della vita, proposta ogni anno dal Sole 24 Ore, certifica ancora una volta il divario fra il Nord e il Sud del Paese. Prima è Bolzano, ultima Reggio Calabria. Napoli è in zona retrocessione: 101esima, ma tutto il fondo classifica è occupato da province meridionali. Per imbattersi nella prima città del Nord bisogna risalire fino al 75esimo posto, dove si trova Asti. Milano è seconda, Firenze quarta, Roma sedicesima. Di fronte a un simile risultato, ci si può certo intestardire nella contestazione di dati, metodi, parametri e statistiche, ma a meno di non voler inserire come indicatori i gol di Higuain o la qualità della pizza, la sostanza resta: il Sud è più povero, ha tassi di disoccupazione drammatici, difficile situazione creditoria, peggiore qualità dei servizi, peggiore pagella ecologica, inferiori livelli di studio e di formazione, e via di questo passo.

Il giornale milanese accompagna la pubblicazione dei dati con questo commento: «È vero che da anni manca una politica nazionale per il Sud, ma è altrettanto certo che le élite meridionali non hanno saputo sfruttare l’autonomia concessa per impostare politiche di sviluppo locale». Le cose stanno effettivamente così: è vero che la seconda Repubblica ha calato il sipario sul Mezzogiorno, e ancora fa fatica a rialzarlo, ed è altrettanto certo che dalle regioni meridionali non è venuta una nuova politica di sviluppo.

Ciò che però colpisce anzitutto, in questa situazione, non è«la sostanziale assenza di una reazione forte e continua da parte della opinione pubblica meridionale e di chi dovrebbe darle voce», come scriveva proprio ieri Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Perché il Mezzogiorno produce, e come, «larghi dibattiti, autocritiche, progetti»: lo fa di continuo, finendo anzi col tirarsi addosso accuse di simpatie filo-borboniche, per via di questo impegno costante. Quel che manca è piuttosto il peso politico necessario a modificare davvero l’agenda dei governi. Il Sud manca nel mondo dell’editoria, manca nel mondo della finanza, manca ai vertici dei partiti.

Galli della Loggia imputa a Renzi di ignorare la realtà del Mezzogiorno. Ma una qualche ignoranza affligge anche la sua descrizione di una società meridionale «disanimata, svuotata di energie, perfino quasi di risorse intellettuali desiderose e capaci di parlare al Paese». Forse questo di Galli è un modo alato di descrivere la desertificazione non solo industriale, ma anche demografica denunciata questa estate dal rapporto Svimez (a proposito di dibattiti larghi). Oppure si tratta di una denuncia, probabilmente involontaria, della penalizzazione di cui è da anni vittima il sistema delle università meridionali, meno o peggio finanziato rispetto al resto d’Italia (altro tema dibattuto assai). In ogni caso, a mancare non è la discussione su questi temi, né tanto meno la domanda di politiche esplicitamente rivolte a ridurre il divario fra Nord e Sud. A mancare è la risposta, cioè per l’appunto le politiche, e una seria convergenza di sforzi da parte di tutto il Paese.

Quest’anno, in Legge di Stabilità, c’è qualcosa. Questo giornale ne ha riferito: sgravi quadriennali per imprese che investono al Sud, e l’idea di concertare con i «Patti per il Sud» le priorità a cui vincolare le istituzioni locali, in modo da non perdere finanziamenti e accelerare l’utilizzo dei fondi europei. Basta? Non basta. Non saranno queste misure a consentire il recupero di un ritardo aggravatosi seriamente negli ultimi anni. Anni di sostanziale disattenzione, anzi di disinteresse nei confronti del Mezzogiorno. Per questo la questione meridionale resta lì, ancora irrisolta o malamente affrontata.

Su un punto Galli della Loggia ha però ragione: è vero infatti che senza il Sud l’Italia,semplicemente,non è l’Italia, non è una nazione, ma un’altra cosa, e dunque una narrazione dell’Italia non può non partire dalla necessità di immaginarne il futuro a partire dallo sviluppo del Mezzogiorno. Ed è altrettanto certo che tocca a Renzi, al governo nazionale, assumere la centralità di questo tema, che non è solo un punto programmatico, o magari un punto di PIL in più, ma una questione di identità nazionale, a cui è legato il significato stesso, storico e morale, dell’essere italiani. Forse Renzi potrebbe fare come il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che all’alba del secolo scorso, già molto avanti negli anni, decise di sobbarcarsi un viaggio alquanto disagevole, fra treni e cavalli, per andare a vedere di persona in quali condizioni fossero le terre meridionali. Lo fece per capire, e ci mise del tempo. Tempo, in effetti, ce ne vuole, e coraggio per capire anche. Ma se ci si mette per via, ne vengano o no leggi speciali per il Sud, un Mezzogiorno diverso da quello sfiduciato e abulico immaginato da Galli della Loggia lo si incontra ancora.

(Il Mattino, 22 dicembre 2015)

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