La dieta degli scontrini: una questione di stile

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La vicenda della buvette in Regione è di quelle per le quali a malincuore si mette la penna sul foglio: la Regione spende mezzo milione di euro per offrire pasti a prezzi calmierati a chiunque si accosti, consigliere, assistente o ospite che sia. La ditta che infatti si è assicurata il servizio di ristorazione del Consiglio offre un caffè a 50 centesimi, e un ottimo risotto coi funghi a 6 euro. Con la zuppa di fagioli ce la si cava con 4 euro, mentre per lo spezzatino di vitello (con patate) ce ne vogliono 6,50. In cambio, la bellezza di un contratto di 510mila euro in 5 anni. La domanda è: perché? Perché c’è bisogno di offrire prezzi ribassati, e perché ad offrire prezzi ribassati debba essere l’istituzione regionale, cioè tutti noi? Qual è il nesso fra l’attività che viene svolta in Regione e il listino prezzi del ristorante?

In realtà, il numero di volte in cui all’attenzione dell’opinione pubblica sono state portate faccende analoghe, in cui si dà ai cittadini la sgradevole impressione che il ceto politico si assegni trattamenti di favore supera le dimensioni di questo articolo. Il numero di volte in cui a trovarsi sul banco degli imputati finiscono le Regioni, anche. E però casi del genere continuano a saltare fuori, e ad alimentare un clima che non reca certo lustro e prestigio alle istituzioni.

Ebbene: che bisogno c’è? Davvero occorre tenere basso il prezzo della tazzina di caffè per salvaguardare l’esercizio della funzione del consigliere regionale? In realtà, è vera anche la domanda di segno opposto: davvero il problema della nostra Regione sono i prezzi praticati alla buvette? E non c’è dubbio che una sola sia la risposta: no, i problemi sono altri. Sono la povertà, sono la disoccupazione giovanile e femminile, sono la Terra dei fuochi e gli sversamenti dei rifiuti, sono i ritardi nell’utilizzo dei fondi europei, sono le carenze infrastrutturali, sono la dispersione scolastica, sono la riorganizzazione della sanità, e così via: hai voglia a continuare. Sicché si fa fatica a richiamare l’attenzione su un episodio di palese malcostume come quello dei costi della ristorazione. È poca roba, magari di sprechi ce ne sono di maggiori e di più scandalosi, ma ha un problema in più: non si capisce. Non si trova una ragione, una spiegazione accettabile. Tutto infine si riduce ad un privilegio, di cui evidentemente si ritiene che debba godere il rappresentante delle istituzioni. E così una volta è la buvette, un’altra è l’ingresso allo stadio, un’altra volta ancora chissà cosa. Verrebbe voglia di dire: non c’entra solo l’etica pubblica, che è evidentemente deficitaria, c’entra pure l’estetica individuale, che è manchevole altrettanto: chi infatti chiederebbe al bar di risparmiare sul costo del caffè? Nessuno. Ci si fa una brutta figura, anche solo a pensarlo. Perché allora i consiglieri regionali non hanno un minimo di esitazione nel praticarsi lo sconto?

In realtà, la cosa è, dal punto di vista delle pratiche sociali,  un po’ più complicata, perché la liberalità con cui si offre un pranzo fa parte della maniera di proporsi con amici ed elettori, e certo viene più facile mostrarsi generosi quando i prezzi sono dimezzati. Resta però la confusione tra la dignità della funzione, che è una cosa, e il trattamento di favore, che è tutt’altra.

Ora, senza scomodare mani pulite e gli scandali assortiti scoppiati negli anni, l’impressione è che quella confusione continui ad essere alimentata, e a tirarsi dietro tutti i sentimenti antipolitici che appestano l’aria del Paese. Chi scrive, peraltro, darebbe volentieri il doppio dei compensi a consiglieri regionali e parlamentari, pur di non leggere (e scrivere) di cose così meschine. E non per una strana forma di generosità, ma perché mentre si capisce benissimo perché  il reddito di un uomo impegnato nelle istituzioni e chiamato a ruoli di rappresentanza debba essere consono, quella del caffè a 50 centesimi non ha nulla di consono: è soltanto una stonatura.

Qualche anno fa scoppiò lo scandalo del trattamento riservato ai parlamentari alla buvette di Montecitorio. Anche in quel caso, pasti non gratis, ma quasi. Pagine e pagine sui giornali, e moto di indignazione. A tal punto che quando alcuni dei parlamentari a cinque stelle, attentissimi a denunciare i privilegi della casta, furono beccati al ristorante di Montecitorio, i giornali si riempirono di fotografie: i moralizzatori attovagliati come tutti gli altri. Vero o no che fosse, la buvette divenne un terreno per misurare non la dieta gastronomica ma la dirittura morale dei parlamentari di vecchio e nuovo conio. Fu in quelle settimane, fra l’altro, che si combatté la guerra degli scontrini, e un giorno gli storici militari la ricorderanno come una delle più epiche battaglie che mai si sia combattuta nei cieli della politica italiana (con recenti strascichi romani: vedasi caso Marino). Si fa per dire, naturalmente. Ma si fa per dire una cosa sola: che prima questi argomenti sono tolti dal tavolo (non dal tavolo del ristorante: da quello della discussione pubblica), e meglio è per tutti.

(Il Mattino, 20 dicembre 2015)

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