Napoli, la strategia del conflitto pagata al prezzo dell’isolamento

critica

Il Sindaco di Napoli non sarà oggi a Pompei, all’inaugurazione delle domus pompeiane restaurate. E il motivo è semplice: il premier non l’ha invitato. Doveva, dice lui: è anche il sindaco dell’area metropolitana (e prima o poi la cosa avrà un significato e un’incidenza reale, che al momento non ha). Ma niente. Lo ha invitato il Soprintendente – e a Pompei vorrà pur dire qualcosa – ma l’invito di Osanna non è bastato. È bastato invece al presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che a Pompei ci sarà. A lui no. Gli esperti di galateo istituzionale diranno se toccasse davvero alla Presidenza del Consiglio formulare un simile invito: molto probabile che no. Ad ogni buon conto, Antonio Bassolino – che di Napoli è stato sindaco per un paio di mandati, e che aspira ad esserlo nuovamente – non ha molti dubbi al riguardo: invito o no, il posto del sindaco di Napoli non può non essere, oggi, a Pompei. La rappresentanza istituzionale viene prima, molto prima dell’orgoglio personale.

È chiaro però che il carattere ombroso del sindaco c’entra poco. Non c’entra nemmeno il celebre dubbio di Nanni Moretti: De Magistris lo si nota di più se va, o se invece a Pompei non va? Se partecipa alla festa dell’inaugurazione o se invece si tiene in disparte? La decisione di De Magistris risponde in realtà ad una strategia politica precisa: calamitare il voto di tutti coloro che si oppongono a Renzi. Forse De Magistris pensa così di attrarre parte del voto che altrimenti andrebbe ai Cinquestelle, che alle scorse elezioni non avevano ancora una presenza significativa. Oppure pensa di compattare in questo modo il suo elettorato. O ancora ritiene che sia importante aggiungere una motivazione in più, squisitamente politica, al voto, per spingere alle urne i delusi dalla politica, che sono tanti, e sempre più infoltiscono le file dell’astensionismo.  Quel che è certo è che oggi si offre ancora una volta la rappresentazione plastica dell’isolamento istituzionale in cui il Sindaco ritiene di dover mantenere la terza città d’Italia. E così, in nome della derenzizzazione – già celebrata dal sindaco, con discutibile ironia, in rete – De Magistris rinuncia a costruire e a tenere Napoli dentro un concerto più ampio di volontà, dentro una più larga convergenza di interessi e di scopi che rimane, in realtà, la sola strategia possibile di sviluppo del Mezzogiorno. Posto che una strategia di sviluppo la si voglia per l’appunto mettere in piedi, invece di vestire un’altra volta, per evidenti fini elettorali, i panni del Sindaco che «scassa».

Il governo, dal canto suo, dopo qualche mese di titubanze, ha presentato il masterplan per il Mezzogiorno. Certo, non si trova, in un elenco fatto per lo più di buoni proposti, quel tratto di svolta che invece sarebbe necessario. Il piano dell’esecutivo non marca infatti in modo netto una discontinuità con gli anni passati, in cui il Sud è progressivamente scivolato via dai radar della politica nazionale. Farlo, significherebbe dire chiaro e tondo che una cosa importa più di ogni altra al Paese: incollare i suoi pezzi ed evitare che prendano sentieri divergenti, se non addirittura opposti. Fare che a Milano e a Torino si guardi più a Napoli o a Bari che non a Monaco o a Lione.

Per questo fine – che riguarda non tanto o non solo la dimensione economica della vita nazionale, ma pure la sua tenuta complessiva: morale, politica e culturale – gli interventi di stimolo all’economia, gli incentivi e le decontribuzioni sono ancora poco. O comunque: meno di quel che occorre. Meno di una scommessa politica vera, in cui una classe politica decide di investire la propria stessa credibilità nel perseguimento di quest’unico e solo obiettivo: avvicinare le due parti del Paese. Se però Renzi, dopo aver inaugurato la variante di valico al Nord, interviene alla presentazione dei restauri pompeiani a Sud, vuol dire che un segno prova a darlo. Che non si tiene più soltanto alla larga dal Sud delle clientele e delle corruttele, ma mette un po’ della sua forza politica e del suo credito personale nella costruzione di una diversa immagine del Mezzogiorno.

Dopo tutto, nel masterplan qualche idea buona c’è. In particolare, il governo punta a stringere un patto con tutte le regioni e le città del Sud, per non disperdere gli sforzi, per rendere coerente la programmazione, e più fluida e veloce la realizzazione dei programmi. Con questo metodo il governo tenta perlomeno di costruire, attraverso una cabina di regia nazionale, e di concerto con gli enti locali, il set di priorità su cui puntare.

Mentre però il governo propone un patto e tende una mano, il sindaco di Napoli ritira immediatamente la sua. Dice che il protocollo prevederebbe una comunicazione ufficiale che non ha ricevuto, per cui lui, a Pompei, non va. È solo uno screzio, ma è l’ennesimo. È solo un dispetto, ma è inutile. Anzi è dannoso. E il gioco di derenzizzare Napoli per demagistrizzarla finisce così col farsi sulla pelle dei napoletani.

(Il Mattino, 24 dicembre 2015)

 

 

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