Quella visita negata due volte

 

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La situazione dell’ex sottosegretario di Nicola Cosentino è la seguente: è in carcere a Terni, da diciotto mesi. Sono diciotto mesi (diciotto) di custodia cautelare, perché nessuno dei processi in cui è implicato – per fatti gravi – è arrivato a sentenza. Non c’è ancora una sentenza, neanche di primo grado, che lo condanni. Secondo la Costituzione e il diritto, Nicola Cosentino è dunque innocente, ma a giudizio del giudice sussistono tuttavia le condizioni che impongono per così lungo tempo la detenzione. Sussistono per di più, sempre secondo il gip, le condizioni per vietare alla moglie di vedere il marito. Una prima istanza è stata respinta, e adesso anche una seconda istanza. Cosentino può ascoltare la moglie al telefono, nelle modalità previste dal regolamento carcerario, ma non può incontrarla, perché è a sua volta a giudizio per corruzione, con rito abbreviato, per aver cercato favori per il marito quando era recluso a Secondigliano.

Ora, siccome tutto il mondo sa che Nicola Cosentino è colpevole, una simile situazione non suona scandalosa: ma come sa tutto il mondo quello che sa, se i processi non si sono ancora conclusi, e anzi sono al palo? Non suona ancora più scandaloso un simile, grasso consenso intorno al suo caso, e una condanna così smaccatamente pronunciata dall’opinione pubblica prima però di qualunque tribunale? Non ci si accorge che proprio dentro quel compatto consenso strisciano e mormorano e bisbigliano le mille voci incontrollate che dicono che ben gli sta, che se l’è cercata, che gli è piaciuto di fare quello che ha fatto e allora adesso cosa vuole, che pure la moglie non è mica una santa anche se ora fa finta di non sapere nulla, eccetera eccetera. Duole dirlo, ma è proprio contro questo brusio incessante di voci che la civiltà moderna ha prima costruito e poi difeso i diritti di libertà. Non lo si vuol dire, infatti, ma il caso di Nicola Cosentino è un caso in cui sono in gioco diritti fondamentali: è mai possibile che non possa avere un breve incontro con la moglie durante le festività, all’interno di un penitenziario, pur potendo vedere i figli, pur potendo sentirla a telefono? È mai possibile che la giustizia, prima di celebrarsi in aula, si faccia forte di quel consenso cresciuto e alimentato fuori dall’aula per tagliar corto, per voltarsi dall’altra parte, per  infliggergli una lezione supplementare?

È scomodo difendere Nicola Cosentino? Forse. Ma la difesa è un diritto costituzionale, il cui valore dipende proprio dalla possibilità di azionarlo nei casi scomodi. È scomodo difenderlo dinanzi all’opinione pubblica, che prima di qualunque sentenza sa già che Nicola Cosentino è colpevole? Sicuramente lo è, ma si può star certi che in questo caso la scomodità è indizio sicuro che la difesa è ancor più necessaria. Più necessaria quanto più è impopolare: tutti i diritti di libertà devono essere difesi in special modo quando hanno contro il vento della maggioranza; è allora che è più facile che vengano calpestati.

Ma quanti sono i Nicola Cosentino della giustizia italiana, che in carcere non si capacitano di una lettura troppo sbrigativa delle carte, della disinvoltura con cui si nega un permesso, o della facilità con cui si fa ricorso alla custodia cautelare?. E ciò accade tanto più facilmente, è inevitabile, quanto più il convincimento della colpevolezza è passato ormai come la convinzione di tutti. Così nessuno, o quasi, osa arrischiarsi a dire che non solo non sappiamo ancora se Cosentino sia o no colpevole, ma che se anche lo fosse non per questo perderebbe il diritto ad un trattamento che ne rispetti la dignità. Così sta scritto nella Costituzione: la pena non deve servire per umiliare, per degradare, per mortificare. Tanto più quando è, come di fatto è spesso la custodia cautelare, un abnorme anticipo di pena.

(Il Mattino, 27 dicembre 2015)

 

Una risposta a “Quella visita negata due volte

  1. illustre professore, perdoni il ragionamento modesto e limitato, dovuto alla mia media cultura e media intelligenza.
    riconosco, come lei, che i principi costituzionali ,se esistono ( tra l’altro ottenuti con secoli di battaglie per i diritti umani) devono
    essere riconosciuti a tutti, pedofili, mafiosi e terroristi, tuttavia
    le chiedo :
    1- in un paese dove circa la metà dei veri delinquenti la sfangano per prescrizione o malagiustizia, e le vittime, piu raramente, si vedono costrette anche a pagare gli avvocati ai carnefici, ritiene saggio ed equo utilizzare tempo ed energie per denunciare i diritti lesi di gente sporca e marcia * senza spendere parimenti parole e ragionamenti per le vittime degli stessi delinquenti (si le vittime esistono già prima dell’ inzio del processo!) ?
    2- se l’imputato è stato trasferito d’urgenza da secondigliano a terni non intuisce che è evidente che ci siano stati pesanti prove (non indizi) di corruzione dei secondini (regolamento carcere), e quindi magari è ragionevole ed opportuno per lo stesso senso di giustizia di cui parla lei non permettere il colloquio con la moglie indagata ?
    grazie per l’attenzione.
    cordialmente,db.

    *(le appariro’ primitivo , ma giudico anche io prima dell’inizio del processo cosentino!! tutti a napoli sanno che è un mafioso, ed è un fatto incontrovertibile la sua parentela con un capoclan condannato alla 41 bis, da cui non ha mai preso distanze, anzi ha ben sfruttato tale rapporto di parentale per i propri sporchi affari !!).

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