Archivi del giorno: gennaio 21, 2016

L’insostenibile leggerezza del Direttorio

Comizio di M5S al Parco delle CaveA reti unificate no, perché la Rete è una, ma a Direttorio quasi unificato, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Luigi Fico prendono la parola per dire che no, loro non sapevano nulla. Ma nulla nullanulla. Che cosa avrebbero dovuto sapere? Che il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, era stata fatto oggetto di minacce da parte del più votato consigliere quartese del Movimento, Giovanni De Robbio, oggi nel mirino della Procura perché considerato terminale di clan camorristici. De Robbio è stato prontissimamente espulso, già a metà dicembre, eproprio questo dimostra – a detta del Movimento – che la risposta dell’Amministrazione grillina ai tentativi di infiltrazione camorristica è stata netta e ferma. Alla Capuozzo, d’altronde, non si rimprovera nulla, salvo il fatto che dovrebbe dimettersi. Siccome non lo fa, viene espulsa (e se i consiglieri non si dimettono saranno espulsi anche loro, par di capire). Cade dunque Di Robbio; cade il sindaco; cadono o cadranno i consiglieri. Ma Di Maio, Di Battista e Fico no: loro rimangono seduti, con stile disinvoltamente informale, su una qualche scrivania di Montecitorio da cui tutto spiegano e ogni accusa respingono. In diretta e in stile selfie collettivo, l’uno serio e impettito (Di Maio); l’altro spedito e irruente (Di Battista); l’ultimo quasi tenero e un po’ arruffato (Fico), ma tutti e tre ripetono la stessa cosa: non sapevano nulla.

Bene: ma allora, di grazia, cosa ci stanno a fare? Per quale motivo consiglieri e sindaco di Quarto cercavano Fico e Di Maio, se, conclusa l’affannosa ricerca, non li mettevano a parte di nulla? E per quale altro motivo il sindaco a una consigliera fa sapere che quello, De Robbio, «ricatta, ricatta, ma non ottiene niente», mentre ai capi del Direttorio rappresenta educatamente normali divergenze politiche? Roberto Fico sventolava iericon assoluto candore il messaggio con cui, su Whatsapp, rispose al capogruppo Nicolais (che chiedeva chiarimenti dopo l’espulsione di De Robbio), presentandolo come la prova provata che lui non sapeva assolutamente nulla. La sua risposta fu infatti un veloce sms a una persona che peraltro non conosceva neppure, e a cui dunque diceva di «andare avanti» ignorando completamente i fatti. Promettendo, certo, di interessarsene «appena possibile», ma evidentemente disinteressandone del tutto. Ebbene, se questa è la linea difensiva, allora è anche, lo voglia o no Fico, la dimissione da qualunque ruolo «direttoriale». Che lo si nomina a fare, un direttorio, con compiti evidentemente di guida, di direzione del movimento, se quando scoppia una grana simile nessuno si preoccupa di informarlo, codesto direttorio e i suoi inflessibili membri, o se, quando qualcosa arriva all’orecchio, loro se lo tappano, oppure si voltano dall’altra parte, oppure fanno finta di seguire la vicenda ma in realtà non la conoscono per nulla?

Bisognerebbe ristabilire le proporzioni. Il caso di Quarto – hanno ragione i Cinque stelle – non è minimamente paragonabile a vicende come quella di Mafia Capitale. È assolutamente vero che gli altri partiti hanno molte più rogne, da queste parti e in giro per l’Italia. Ma sono i Cinque stelle che hanno fissato l’asticella che ora rischiano di non riuscire a saltare. Sono loro che hanno preteso di fare pulizia non solo di ladri e delinquenti, ma pure di ombre, sospetti e maldicenze. Che però qualcosa non funziona è evidente,non solo perché continuano a fioccare le espulsioni, ma perché fioccano in maniera quasi surreale: quello che è in odore di camorra (De Robbio) viene espulso per dissensi sulla linea politica, mentre quella che ha resistito alla pressione camorristica (Capuozzo) viene espulsa per violazione delle regole del Movimento. Sembra il mondo rovesciato.

E sembra anche che, come al solito quando le cose accadono a insaputa di qualcuno, quello – o quelli – che non le sanno, non ci fanno una figura brillantissima. Perché delle due l’una: se i Di Maio e i Fico e i Di Battista sapevano, allora vale per loro quello che vale per la Capuozzo e dovrebbero lasciare l’incarico; se invece non sapevano, allora non si capisce quell’incarico cosa lo tengono a fare.

Come invece sarebbe stato tutto più lineare se i nuovi leader non si fossero preclusi o non fingessero di considerare indegna una gestione politica della vicenda, affrontandola nella sua vera sostanza! Bastava rivendicare con forza la capacità di resistere alle pressioni criminali, mostrando autentica solidarietà alla Capuozzo, e ammettendo l’unica cosa che c’era da ammettere: che la Rete da una parte e i certificati di buona condotta dall’altra non sono la leva miracolosa che consente di cambiare con un clic la classe dirigente. Perché la responsabilità politica è una cosa seria, a volte persino tragica, non surrogabile con le regolette del blog di Grillo. La sindaco Capuozzo è persona onesta e capace: sì o no? C’è qualcuno che sa dirlo, essendo poi conseguente con questo giudizio? Oppure si preferisce far valere la logica del capro espiatorio, per salvare la purezza del movimento? Possibile che, espellendola, questa domanda finisca col diventare, per i grillini, irrilevante? Di Battista spiega sulla sua pagina Facebook che i voti presi da De Robbio non hanno deciso il successo elettorale. Di nuovo, allora: perché andare a nuove elezioni? Se quel voto è pulito, va rispettato, e bisogna avere il coraggio politico di intestarselo, garantendo per esso, invece di buttare tutto a mare lavando via sospetti che loro stessi non fanno che alimentare, ignorando o fingendo di ignorare. Ma se uno nasce Robespierre, c’è poco da fare: certo non morirà mai Talleyrand, ma neppure gli riuscirà mai di sfuggire alla logica implacabile dell’epurazione.

(Il Mattino, 13 gennaio 2016)

L’epurazione salva il marchio ma l’utopia grillina finisce qui

immagine 11 gennaio

Ora anche Beppe Grillo chiede le dimissioni del sindaco di Quarto. Le chiede da casa sua, per iscritto, tramite comunicato apparso sul blog, a nome di tutto il Movimento Cinque Stelle che evidentemente ammonta ancora solo a lui stesso e a Casaleggio, mentre a Quarto i militanti grillini sostengono il sindaco Capuozzo e chiedono a Roberto Fico e Luigi Di Maio di sfilare a sostegno dell’Amministrazione. Più che sfilare, i due dirigenti (a quanto pare, anche i Cinquestelle hanno scoperto di avere dei dirigenti) si rivelano piuttosto usi obbedir tacendo, visto che da giorni scansano microfoni e telecamere, pur di non prendere posizione sulla spinosissima vicenda. Sempre molto loquaci sulle disgrazie altrui, si rivelano oggi straordinariamente parchi di parole su quelle di casa propria.

La motivazione con cui Grillo silura Rosa Capuozzo è semplice: dobbiamo dare l’esempio. Dobbiamo dimostrare di essere «sempre, senza eccezione alcuna, al di sopra di ogni sospetto». Per quanto dunque il consigliere indagato, De Robbio, sia stato già espulso dal Movimento, per quanto Rosa Capuozzo, il sindaco, non si sia piegata alle «pressioni politiche» del consigliere, occorre essere esemplari, scrive Grillo sul suo blog, e il solo sospetto che fossero inquinati alcuni voti, serviti per eleggere la nuova amministrazione a Cinque Stelle, deve portare alle dimissioni del sindaco e a nuove elezioni.

Di questi argomenti consta la linea dettata di suo pugno da Grillo;  delle stesse ragioni è fatta la linea difensiva della Capuozzo, salvo il particolare che non intende affatto dimettersi. Ma gli argomenti sono i medesimi: il consigliere è stato espulso, le pressioni politiche rispedite al mittente, ci hanno provato ma sono stati respinti, dunque niente infiltrazioni camorristiche e niente dimissioni. Ora che Grillo ha parlato, le toccherà fare in tutta fretta nuove valutazioni, come ha subito aggiunto, ma resta la curiosa circostanza per cui con i medesimi argomenti si possono chiedere le dimissioni o rifiutarsi di rassegnarle.

Il fatto è che non di mere circostanze si tratta ma di problemi politici che sia Beppe Grillo, nel suo benservito telematico, che Rosa Capuozzo nella sua surreale autointervista, evitano prudentemente di affrontare.

Può darsi che alla fine il sindaco di Quarto si dimetterà, ma dopo che avrà date le dimissioni rimarrà tale e quale la questione del modo in cui è arrivata sulla poltrona di primo cittadino. Del modo in cui cioè il Movimento Cinque Stelle seleziona i suoi candidati.

L’utopia grillina è intrisa di anima ed esattezza. L’anima è l’onestà, l’incorruttibilità, la differenza morale da «tutti gli altri»; l’esattezza è il web, la democrazia diretta, le primarie online. Il fatto è che la prima non è evidentemente garantita dai certificati antimafia e dalle fedine penali pulite, come purtroppo un gran numero di casi dimostra, e la seconda si limita a mettere insieme pochi numeri di simpatizzanti, ma è perfettamente scalabile da chi ha un minimo di organizzazione (figuriamoci dalla criminalità organizzata).

Certo, Quarto è particolarmente esposta a quel genere di infiltrazioni che ora il movimento sostiene di conoscere e di saper respingere, ma la fragilità della formula adoperata risalta sempre di più. La capacità di interpretare e rappresentare quel che si muove in un dato territorio, di legare gli interessi reali che si formano in una comunità a progetti ideali che sostengono l’identità di una forza politica non sono surrogabili con i video di autopresentazione delle candidature, i rapporti virtuali della rete e il principio dell’«uno vale uno». In fondo Grillo stesso lo sa, tant’è vero che quando serve interviene, e di solito non ammette repliche. Ma è costretto a intervenire dopo: a ritirare simbolo, chiedere dimissioni e comminare espulsioni. Tutte cose, però, che può fare dopo; nulla invece che serve per agire prima, nel retroterra sociale in cui una forza politica dovrebbe invece crescere.

Ma il nome stesso del Movimento tradisce lo spirito iniziale. Funziona grosso modo come per le guide turistiche, dove c’è qualcuno che va sul luogo e mette o toglie stelle a seconda del possesso di determinati requisiti. A parte la dubbia democraticità del processo (un problema che le guide di vini o di ristoranti non hanno), questo metodo non garantisce affatto il luogo, cerca casomai di tutelare il buon nome del marchio. Ed è in quest’ottica che ora Grillo chiede le dimissioni. Certo, ci vuole un attimo, ma un attimo è appunto il tempo che ci è voluto ad apporre il bollino.  Tutto il resto del tempo che ci è voluto, se c’è n’è voluto, per costruire il meetup quartese non riguarda Grillo e il simbolo (e a quanto pare neppure Di Maio o Roberto Fico, da qualche giorno). Ritirato il bollino di qualità – dimesso il sindaco – tutto, a Quarto, rimane come prima. Se questo è vero, l’utopia grillina finisce qua, e una storia diversa dovrà prima o poi cominciare.

(Il Mattino, 11 gennaio 2016)

La sfida dei leader sul ring del campanile

immagine 9 gennaio

Quel che succede a Quarto calamita in queste ore l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Nel merito, la vicenda dell’infiltrazione camorristica nel voto che ha portato alla guida dell’Amministrazione un primo cittadino a Cinque Stelle, Rosa Capuozzo, è tutta da valutare. Il sindaco ha scritto che «ci hanno provato», ma, ha aggiunto, «sono stati respinti». Su questo giornale, Isaia Sales ha spiegato bene che cosa significhi amministrare Quarto, e quanto sia difficile tenere davvero le porte chiuse alle mafie.

Ma la polemica infiamma ugualmente. In particolare, sono i massimi dirigenti del partito democratico a scendere in campo, dal presidente, Matteo Orfini, in giù, fino ai militanti piddini che in consiglio comunale urlano «onestà!», e chiedono lo scioglimento del comune. Il motivo è, ovviamente, che il tratto distintivo – ferocemente distintivo – della polemica grillina nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia in questi anni non è l’incompetenza, oppure l’ingiustizia o, che so, la mentalità reazionaria. Non è nulla del genere: il primo motivo di critica è, piuttosto, la disonestà. L’unica cosa che i grillini non possono dunque permettersi è di attenuare la linea di separazione che pretendono sussista infrangibile fra “loro” e “tutti gli altri”. In maniera del tutto speculare, il caso di Quarto viene perciò adoperato dagli avversari politici per dimostrare che la presunta purezza del personale politico grillino è, appunto, solo presunta.

È chiaro che una mela marcia non vale quanto un intero frutteto, ed è così che sembrano metterla gli esponenti più in vista del movimento, via via che si fanno consapevoli che non possono non prendere la parola, sul caso. Lo ha fatto dunque Roberto Fico, il Presidente della Vigilanza Rai, e lo ha fatto, soprattutto, lo stesso Beppe Grillo.

In ogni caso, se la vicenda di Quarto prende un simile spicco, se fioccano le dichiarazioni e si arroventa il clima, è evidente almeno una cosa: che le prossime elezioni amministrative non potranno essere facilmente derubricate a faccenda locale. A Quarto come altrove. Anche Renzi deve farsene convinto: è difficile, infatti, sostenere che le deludenti prove amministrative dei grillini, su cui i dirigenti del Pd si avventano quasi con golosità per avere la riprova dell’impreparazione dei pentastellati, è difficile sostenere che tali prove portano con sé un giudizio complessivo sul Movimento, e poi negare che il voto abbia un significato politico più generale: vuoi perché si vota nelle più importanti città del Paese, vuoi perché a votare saranno milioni di italiani, e dunque si tratta di molto più di un test.

Si tratta invece di un giudizio sull’alternativa che gli italiani vedono sempre più nettamente disegnarsi fra le due principali proposte politiche in campo (che non a caso più aspramente polemizzano): Pd e M5S, europeismo o populismo. Una volta sarebbe forse bastato dire: maggioranza e opposizione, oppure centrosinistra e centrodestra. Ma il centrodestra non ha più – o ancora – un profilo definito è una formazione chiara, mentre i Cinquestelle, dati in crescita dai sondaggi, si collocano da tutt’altra parte.  Presentano se stessi come un’alternativa ben più radicale, come un’alternativa di sistema, nutrita dell’ambizione di mutare la forma stessa della democrazia, e della sfrontatezza di farlo con un personale politico di nuovissimo conio, reclutato per giunta per vie nuove e mai esplorate prima (il web). Un salto troppo grande, e al buio, oppure la sterzata necessaria, che neppure Renzi ha saputo imprimere al Paese? Come che sia, il Pd non può non scommettere sulla propria azione di governo, esaltando i segnali positivi che cominciano ad arrivare, i Cinquestelle sull’insoddisfazione degli italiani, minimizzando o negando che segnali positivi ve ne siano. Le urne della primavera prossima contengono questa scommessa.

C’è, infine, il tallone d’Achille del personale politico locale. Il Pd non si lascia scappare l’occasione di dimostrare che meetup, curriculum inviati via mail, primarie in rete e altre invenzioni grilline non garantiscono affatto che gli eletti siano al riparo da condizionamenti, collusioni e connivenze. D’altra parte, non si può dire che la rottamazione che ha portato Renzi su su, fino a Palazzo Chigi, sia poi discesa per li rami, e abbia davvero mutato la forma del partito. Cosa c’è dopo i commissariamenti che sono stati finora la risposta d’emergenza dei democratici nei casi più spinosi? Nessuno lo sa. E il Pd somiglia sempre più spesso a una somma di pezzi distinti e staccati, più o meno infeudati a notabili locali, con scarsissima capacità di selezione della classe dirigente sulla base di distinte opzioni politico-programmatiche. Le poche decine di voti che gli eletti grillini raggranellano nelle competizioni in Rete, per meritarsi candidature ed elezioni, senza ulteriori filtri organizzativi, appaiono davvero poca cosa, sia dal punto di vista democratico che da quello della «scalabilità»: come possono negarlo gli stessi Di Maio e compagnia, se ne hanno espulsi a decine e decine dal Parlamento, una volta eletti? Ma anche la tenuta della forma organizzativa del Pd è in dubbio, visto che le primarie, che dovevano essere il mito fondativo del partito, sono guardate con sempre maggiore diffidenza dagli stessi democrats. Anche su questo piano, dunque, le  elezioni amministrative saranno qualcosa di più di una scelta fra candidati sindaci, e forse cominceranno a dire di quali partiti l’Italia avrà in futuro bisogno.

(Il Mattino, 9 gennaio 2016)

De Magistris, il futuro di Napoli e la rivoluzione dei fratelli

de-magistrisDe Magistris non fa passi indietro: c’era da aspettarselo. D’altronde, l’appuntamento elettorale è ormai alle porte ed il dado è già stato tratto. Così, nell’intervista data ieri a Repubblica, il sindaco che si vanta di aver derenzizzatala città «offre» al premier la sua ultima chance: «Se il Presidente del Consiglio mi dovesse chiamare e dire “facciamo un incontro su Bagnoli con il governatore De Luca, e vediamo il vostro piano” – dice De Magistris- l’organizzerei subito». Si tratta, evidentemente, di una provocazione, poiché, oltre alla pretesa, poco istituzionale, che sia un capo del governo a chiamare un sindaco, c’è una condizione che da sola vanifica l’offerta: il premier dovrebbe cancellare decreto su Bagnoli e commissario, e ripartire dal piano del Comune.  A dare un senso ancora più esplicito a queste pseudo-concessioni, De Magistris aggiunge di avere avuto con Renzi un eccesso di atteggiamento non negativo, e dichiara di essere, e di essere stato, sin troppo istituzionale nei suoi rapporti con gli altri livelli di governo. Aggiunge pure che, però, lui in realtà si sente «molto più rivoluzionario che istituzionale», adottando così per sé la definizione del partito che per settant’anni ha ininterrottamente governato il Messico (a proposito di occupazione): il partito istituzionale rivoluzionario, appunto.Ma è nella rivendicazione del ruolo del fratello Claudio che il senso di De Magistris per le istituzioni si precisa meglio – ed è una precisazione di sapore non già liberale, ma centroamericano. Claudio ha lavorato per cinque anni a titolo gratuito, e si capisce che il sindaco è rammaricato per quella che gli deve sembrare un’ingiustizia somma. Per questo, lascia intendere che nessuna decisione è presa, ma non è affatto escluso che il suo amato fratello esca da dietro le  quinte, dove si è tenuto finora, per assumere un peso politico di primo piano, magari passando prima per la candidatura in consiglio comunale. Un De Magistris in cima alla lista, come candidato sindaco, e un altro subito dietro, di rincalzo, a tenere ordinate e in fila le truppe (e a legittimare, in un futuro forse non lontano, un’ipotesi di successione). L’idea che i rapporti di fiducia debbano essere modellati su, o fortificati da, i legami familiari, risale a prima di John Locke, il campione del liberalismo moderno, che duellava con un tale John Filmer proprio per affrancare la sfera dei rapporti politici e statali dal modello autoritario, di tipo patriarcal-familiare. Le istituzioni (moderne) ci sono per quello, come una dimensione terza rispetto ai legami diretti, di sangue o di clan, e l’opera della politica consiste proprio nella costruzione di questa dimensione. Ma De Magistris ha altra preoccupazione: fare le liste, e chi meglio di Claudio-Raul De Magistris può garantire la purezza rivoluzionariadei candidati delle liste civiche a sostegno di Giggino-Fidel?

L’ultima battuta dell’intervista dice però anche un’altra cosa: se si votasse oggi, De Magistris sarebbe pronto, centrodestra e centrosinistra no. Al di là dell’adeguatezza o meno dei nomi che sono in campo – Lettieri da un lato, Bassolino dall’altro, in attesa di capire se ve ne saranno altri, e chi eventualmente saranno –entrambi gli schieramenti sembrano lontani da un progetto chiaro, definito e per dir così esigibile di città. Il Pd, in particolare, ha le maggiori responsabilità: perché tiene il governo nazionale e regionale, perché il populismo di De Magistris pesca soprattutto a sinistra, e perché è dai suoi disastri passati che viene l’esplosione del bubbone arancione.

Il Sindaco di Napoli ha, dal suo punto di vista, trovato il modo per sollevarsi da molte responsabilità amministrative, facendosi contare come «uno del popolo»: arretratezza e sgangheratezza della città non possono essere imputate a lui, o alla sua famiglia, ma a chi fa soffrire il popolo: cioè i poteri forti, gli interessi costituiti da una parte, il governo nazionale dall’altro. Lo schema può funzionare, se gli altri partiti politici, che non hanno in città nemmeno la metà della popolarità del Sindaco, si limitano a denunciare sbreghi e rodomontate del Sindaco, senza riuscire a inventare nulla di nuovo. Vale anche per Bassolino, il qualesa bene di non poter fondare la sua campagna elettorale solosu idee di rivincita, o di ritorno al passato. Se non si riuscirà a dimostrare che c’è un futuro per Napoli dentro il futuro dell’Italia, e non fuori, o contro, prevarrà la linea del conflitto, e l’interprete che riesce a incarnarla nel migliore dei modi, ventilando persino la possibilità di compiere prima o poi un passo dentro le istituzioni nazionali, senza però rinunciare all’altro passo, confusamente rivoluzionarioa fianco del popolo, è ancora Luigi De Magistris.

(Il Mattino, 7 gennaio 2016)