La sfida dei leader sul ring del campanile

immagine 9 gennaio

Quel che succede a Quarto calamita in queste ore l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Nel merito, la vicenda dell’infiltrazione camorristica nel voto che ha portato alla guida dell’Amministrazione un primo cittadino a Cinque Stelle, Rosa Capuozzo, è tutta da valutare. Il sindaco ha scritto che «ci hanno provato», ma, ha aggiunto, «sono stati respinti». Su questo giornale, Isaia Sales ha spiegato bene che cosa significhi amministrare Quarto, e quanto sia difficile tenere davvero le porte chiuse alle mafie.

Ma la polemica infiamma ugualmente. In particolare, sono i massimi dirigenti del partito democratico a scendere in campo, dal presidente, Matteo Orfini, in giù, fino ai militanti piddini che in consiglio comunale urlano «onestà!», e chiedono lo scioglimento del comune. Il motivo è, ovviamente, che il tratto distintivo – ferocemente distintivo – della polemica grillina nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia in questi anni non è l’incompetenza, oppure l’ingiustizia o, che so, la mentalità reazionaria. Non è nulla del genere: il primo motivo di critica è, piuttosto, la disonestà. L’unica cosa che i grillini non possono dunque permettersi è di attenuare la linea di separazione che pretendono sussista infrangibile fra “loro” e “tutti gli altri”. In maniera del tutto speculare, il caso di Quarto viene perciò adoperato dagli avversari politici per dimostrare che la presunta purezza del personale politico grillino è, appunto, solo presunta.

È chiaro che una mela marcia non vale quanto un intero frutteto, ed è così che sembrano metterla gli esponenti più in vista del movimento, via via che si fanno consapevoli che non possono non prendere la parola, sul caso. Lo ha fatto dunque Roberto Fico, il Presidente della Vigilanza Rai, e lo ha fatto, soprattutto, lo stesso Beppe Grillo.

In ogni caso, se la vicenda di Quarto prende un simile spicco, se fioccano le dichiarazioni e si arroventa il clima, è evidente almeno una cosa: che le prossime elezioni amministrative non potranno essere facilmente derubricate a faccenda locale. A Quarto come altrove. Anche Renzi deve farsene convinto: è difficile, infatti, sostenere che le deludenti prove amministrative dei grillini, su cui i dirigenti del Pd si avventano quasi con golosità per avere la riprova dell’impreparazione dei pentastellati, è difficile sostenere che tali prove portano con sé un giudizio complessivo sul Movimento, e poi negare che il voto abbia un significato politico più generale: vuoi perché si vota nelle più importanti città del Paese, vuoi perché a votare saranno milioni di italiani, e dunque si tratta di molto più di un test.

Si tratta invece di un giudizio sull’alternativa che gli italiani vedono sempre più nettamente disegnarsi fra le due principali proposte politiche in campo (che non a caso più aspramente polemizzano): Pd e M5S, europeismo o populismo. Una volta sarebbe forse bastato dire: maggioranza e opposizione, oppure centrosinistra e centrodestra. Ma il centrodestra non ha più – o ancora – un profilo definito è una formazione chiara, mentre i Cinquestelle, dati in crescita dai sondaggi, si collocano da tutt’altra parte.  Presentano se stessi come un’alternativa ben più radicale, come un’alternativa di sistema, nutrita dell’ambizione di mutare la forma stessa della democrazia, e della sfrontatezza di farlo con un personale politico di nuovissimo conio, reclutato per giunta per vie nuove e mai esplorate prima (il web). Un salto troppo grande, e al buio, oppure la sterzata necessaria, che neppure Renzi ha saputo imprimere al Paese? Come che sia, il Pd non può non scommettere sulla propria azione di governo, esaltando i segnali positivi che cominciano ad arrivare, i Cinquestelle sull’insoddisfazione degli italiani, minimizzando o negando che segnali positivi ve ne siano. Le urne della primavera prossima contengono questa scommessa.

C’è, infine, il tallone d’Achille del personale politico locale. Il Pd non si lascia scappare l’occasione di dimostrare che meetup, curriculum inviati via mail, primarie in rete e altre invenzioni grilline non garantiscono affatto che gli eletti siano al riparo da condizionamenti, collusioni e connivenze. D’altra parte, non si può dire che la rottamazione che ha portato Renzi su su, fino a Palazzo Chigi, sia poi discesa per li rami, e abbia davvero mutato la forma del partito. Cosa c’è dopo i commissariamenti che sono stati finora la risposta d’emergenza dei democratici nei casi più spinosi? Nessuno lo sa. E il Pd somiglia sempre più spesso a una somma di pezzi distinti e staccati, più o meno infeudati a notabili locali, con scarsissima capacità di selezione della classe dirigente sulla base di distinte opzioni politico-programmatiche. Le poche decine di voti che gli eletti grillini raggranellano nelle competizioni in Rete, per meritarsi candidature ed elezioni, senza ulteriori filtri organizzativi, appaiono davvero poca cosa, sia dal punto di vista democratico che da quello della «scalabilità»: come possono negarlo gli stessi Di Maio e compagnia, se ne hanno espulsi a decine e decine dal Parlamento, una volta eletti? Ma anche la tenuta della forma organizzativa del Pd è in dubbio, visto che le primarie, che dovevano essere il mito fondativo del partito, sono guardate con sempre maggiore diffidenza dagli stessi democrats. Anche su questo piano, dunque, le  elezioni amministrative saranno qualcosa di più di una scelta fra candidati sindaci, e forse cominceranno a dire di quali partiti l’Italia avrà in futuro bisogno.

(Il Mattino, 9 gennaio 2016)

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