Archivi del giorno: gennaio 22, 2016

Il partito con le lenti bifocali

Acquisizione a schermo intero 22012016 140852.bmpOcchiali bifocali per le primarie napoletane del Pd. Per presbiti e per miopi: per chi vede da lontano (o vede lontano), e chi vede da vicino (o ha la vista corta).

In città, il partito democratico cerca di trovare la quadratura del cerchio intorno a Riccardo Monti; a Roma, si valuta l’ipotesi di puntare su Valeria Valente.

Le logiche con cui vengono individuati i due nomi non sono le stesse, così come sono diversi i profili dei due potenziali candidati in lizza. Riccardo Monti è è Presidente dell’Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e viene dal mondo privato delle professioni. È un tecnico, giovane e preparato, con una vasta esperienza professionale e un curriculum di tutto rispetto. Ed è fuori dagli schieramenti correntizi che non riescono a trovare la composizione sul nome di un politico, legato al partito. Perché questo è il punto. La debolezza del Pd, i veti incrociati, la latitanza dei dirigenti locali portano all’amara constatazione che qualunque altro nome dividerebbe il partito.

Con argomenti del tutto analoghi si scelse cinque anni fa di puntare sul prefetto Morcone. Al suo nome si arrivò dopo il disastro delle primarie, e l’impossibilità di recuperare un simulacro di unità intorno a esponenti politici locali. Morcone significava serietà, efficienza, senso delle istituzioni. De Magistris vinse le elezioni.

Valeria Valente è invece donna, è anche lei giovane, ma ha alle spalle una lunga militanza nelle file del movimento studentesco prima, della sinistra partenopea poi. Ha esperienza amministrativa, avendo ricoperto l’incarico di assessore  nella giunta Iervolino, ed è coordinatrice regionale dei giovani turchi, l’area politica del presidente del Pd, Matteo Orfini. Ha infine un legame antico con Antonio Bassolino, lo spauracchio di questo ennesimo giorno di passione delle primarie napoletane.

E questo è il punto. Bassolino ha annunciato la sua candidatura constatando l’assenza di una classe dirigente locale. Ha più volte ripetuto che se il Pd fosse stato in grado di esprimere una nuova leadership, avrebbe volentieri continuato a fare il nonno. Un argomento che avrebbe difficoltà a riprendere, qualora fosse davvero la Valente il nome su cui punta il Pd. Perché, oltre a marcare una netta discontinuità generazionale, si dà il caso che Valeria Valente abbia mosso i primi passi in politica proprio sotto l’ala di Bassolino. Sarebbe dunque naturale che, di fronte alla scelta del Pd di scommettere su un nome a lui storicamente vicino, compagna di stanza nella Fondazione Sudd che presiede, Bassolino mettesse da parte le ambizioni personali e desse anzi una mano nella partita più importante, quella che si giocherà per Palazzo San Giacomo.

Difficile, però, fare previsioni. Altri fattori intervengono nella partita. La debolezza politica del Pd parla a favore di Monti. A Napoli non c’è nessuno capace di fare la sintesi, come si diceva una volta. Il nome di Valeria Valente non passa nelle componenti più centriste del Pd. Che continuano a esercitare un ruolo di interdizione, riproducendo un gioco a somma zero che confidano di spezzare solo ricorrendo al papa straniero. Il pregio di Monti – lo standing internazionale, il tratto manageriale ed efficientista – è in realtà lo specchio rovesciato del partito democratico napoletano. Come nel Dorian Gray di Oscar Wilde: il partito invecchia e incartapecorisce in soffitta, vergognoso di sé e dei propri limiti, e mette davanti e manda in giro per la città il volto nuovo e brillante di un uomo di successo, chiamato a rappresentare il cambiamento.

A ciò si aggiunga che a Palazzo Santa Lucia siede un governatore che di un sindaco piddino non sente affatto il bisogno, tanto più se proviene dal mondo bassoliniano, verso il quale ha più di una ruggine. De Luca è abituato a non avere intralci politici tra i piedi; sceglie assessori tecnici per essere l’unico in grado di capitalizzare politicamente l’operato dell’Amministrazione; non ha nessuna ragione per preferire un candidato che avrebbe dalla sua anche la forza di un imprimatur romano.

Ma Roma rilutta. Orfini preme per la soluzione Valente, la più chiara politicamente. Del resto, a Roma il Pd sta convergendo sul nome di Giachetti: anche lì, un politico. Lo schema sarebbe dunque questo: i renziani esprimono il candidato sindaco a Roma, l’altro pezzo – più di sinistra – della maggioranza mette il candidato a Napoli. Dove tra l’altro c’è bisogno di togliere voti di sinistra a De Magistris e ai Cinquestelle. E dove, soprattutto, si può così sperare in un ripensamento di Bassolino.

Non ci vuol molto: è probabile che sapremo domani, nella direzione nazionale del Pd, quali lenti il Pd si metterà sul naso, e il nodo verrà infine sciolto.

(Il Mattino – ed. Napoli, 22 gennaio 2016)

Il potere e l’assedio allo Stato democratico

Acquisizione a schermo intero 22012016 140703.bmpMentre i tacchini del Senato approvano il pranzo di Natale, cioè la fine del bicameralismo, nella piccola sede della Fondazione Basso, a Roma, due filosofi italiani, Biagio De Giovanni e Giacomo Marramao, discutono sul far della sera del potere, dello Stato, dell’Unione. Muovendo dai classici, da Machiavelli Schmitt e Foucault, ma approdando ai giorni nostri, e a un processo di integrazione andato, come dice De Giovanni, «completamente in tilt».

C’è un qualche nesso fra il percorso parlamentare delle riforme costituzionali e la scuola di politica della Fondazione, giunta alla X edizione?

Nessuno, nel senso che non si è discusso di ingegneria costituzionale, equilibri fra i poteri dello Stato o legge elettorale. Ma più d’uno, se si guarda al modo in cui Renzi ha investito politicamente sulle riforme, e sul successo del referendum che si terrà in autunno. Se non passano, lui se ne va. Ma, al netto del destino personale del premier, si potrebbe tradurre così: se la politica non è più in grado di aprire uno spazio nuovo, di agire poteri di carattere costituente, o semi-costituente, allora non ha più ragione d’essere. Poteri di altra natura ne prenderanno, se non ne hanno già preso, il posto.

La politica è infatti, secondo la lezione di Machiavelli illustrata da Marramao, la dimensione del potere: se  non c’è l’una non c’è nemmeno l’altra. Dopodiché è vero che la forma di organizzazione del potere politico inventato dalla modernità, cioè lo Stato, non gode di buona salute.

Marramao ha cominciato con l’esporre tre tesi sulla debolezza dello Stato moderno, che vanno per la maggiore. La prima insiste sul carattere di formazione storicamente determinata dello Stato. Lo Stato deteneva il monopolio della violenza legittima, e delle fonti del diritto: ha sicuramente perduto quest’ultimo, non è più sicuro che abbiaalmeno il primo. La seconda tesi proviene dalla sociologia dei sistemi: le società contemporanee sono società complesse, senza vertice e senza centro, non più riconducibili alla logica moderna della sovranità. Il potere non si concentra più in un luogo sovrano, ma si diffonde e circola nei sotto-sistemi in cui la società si organizza. La microfisica del potere di Foucault direbbe, con altre parole, una cosa non molto dissimile.

La terza tesi, infine, dichiara lo Stato non più adeguato alle dinamiche della globalizzazione. Lo spazio globale contraddice la territorialità chiusa delle formazioni statual-nazionali. E questa volta il riferimento è al pensiero di Carl Schmitt.

Qui però sta il cruccio, il vero e proprio rovello di De Giovanni: se prendiamo per buone le tre tesi e diamo per finita la storia della sovranità, così come si è organizzata nella forma moderna dello Stato, non dobbiamo porre immediatamente il problema della democrazia? «Dallo svincolarsi di Stato e ordinamento dei poteri il problema della democrazia viene toccato nel suo cuore più profondo». E la ragione é semplice: è nello Stato e con i mezzi dello Stato che si sono costruiti i regimi politici democratici. Che cosa sia una democrazia post-statuale e post-sovrana nessuno lo sa.

Perciò De Giovanni si sforza di non prenderle affatto per buone, le tesi anti-sovraniste esposte da Marramao. Il confronto più duro è con Schmitt e Foucault. Che oggi dilagano un po’ ovunque. Il primo con la storia dello stato di eccezione: sovrano è, infatti, chi decide su di esso. Basta allora che si parli di sospensione del trattatodi Schengen sulla libera circolazione delle persone perché Agamben salti su a dire che ha ragione lui, che va dicendo da tempo che ormai l’eccezione è la regolae che ogni diritto è sospeso. Il fondamento del rapporto agambeniano fra potere sovrano e nuda vita è, peraltro,nella teoria del potere di Schmitt. Replica De Giovanni: «forzature concettuali che non portano da nessuna parte. C’è sicuramente una dialettica tesa fra sicurezza e libertà, ma appunto una dialettica». Altrimenti, fra le condizioni giuridiche assicurate da una liberal-democrazia, per quanto imperfetta, e i campi di concentramento del Reich salta ogni differenza.

Ma è nel confronto con Foucault che il pensiero di De Giovanni si precisa meglio. Foucault non è solo il pensatore che scopre i micro-poteri diffusi che informano le relazioni reali tra le persone, ma è anche quello che denuncia il carattere occultante – una volta si sarebbe detto ideologico, sovrastrutturale  – della sovranità. La sovranità occulta la verità del potere. Crea un feticcio che copre la realtà dei poteri reali che si iscrivono direttamente sui corpi delle persone (vedi alla voce: biopolitica).

Quali, però, le conseguenze di questa anatomia del potere? La scomparsa pura e semplice del tema della democrazia politica.

Si potrebbe aggiungere: vale per Foucault, ma vale per larga parte del pensiero radicale contemporaneo, che trova ormai solo di impaccio il dovere di dichiararsi democratici. Con la scusa della democrazia, si vuole dire, ci costringono a mandar giù di tutto.

Sta qui una linea precisa di demarcazione: tra chi, sulla scorta di Nietzsche, giudica lo Stato sovrano il più gelido dei mostri, e festeggia la sua fine, e chi invece ne considera la crisi con preoccupazione. De Giovanni si mette fra questi ultimi.

E anzi della sovranità fa l’elogio, non perché guardi alla sua figura nichilistica, legata alla sua stagione primo-novecentesca (il riferimento è ancora a Schmitt, ma pure all’integrale positivizzazione del diritto di Hans Kelsen, altra faccia della stessa medaglia), ma perché ne apprezza l’opera di mediazione, l’apertura, nel suo seno, di uno spazio costituzionale di diritti.

A Marramao che gli chiede se gli Stati nazionali sovrani non siano inadeguati, dinanzi allegrandi questioni globali del nostro tempo, in un’epoca in cui l’ordine del mondo si regge su grandi Stati continentali o sub-continentali, mentre l’Europa arranca e rischia anzi di indietreggiare – De Giovanni replica in termini problematici: «Le costituzioni nazionali stabilivano un rapporto stretto fra demos e cittadinanza. Il costituzionalismo multilivello europeo contiene solo la dimensione  della cittadinanza». È evidente che non basta. E però un popolo non lo si inventa. Come si viene fuori, allora, da questo impasse? Come reagirà l’Unione Europea all’«indurimento della globalizzazione» – che poi significa la fine dell’illusione che, fatta l’unione monetaria, il resto sarebbe venuto da sé? Sono domande aperte. Ma è già tanto che vengano poste, e non si festeggi l’incapacità di esprimere un’unità politica come l’alba della liberazione, quando rischia di essere al contrario l’inizio di un’epoca confusa, aspra, turbolenta.

(Il Mattino, 22 gennaio 2016)