Se le aule diventano terra di nessuno

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Il sangue nel lavandino e sul pavimento. Gli studenti inorriditi. I professori sconvolti. Non è ancora chiaro se si è trattato di un litigio finito male, o se – com’è più probabile – l’aggressore avesse già in animo di colpire la vittima, ancor prima di affrontarlo. Certo, aveva il coltello con sé. Certo, ha inferto scientemente i colpi al collo e all’addome, per poi cercare di disfarsi dell’arma. Una sequenza assai poco casuale. Ma premeditata o no che fosse,  l’aggressione avvenuta nell’istituto salernitano Da Vinci-Genovesi, nella zona alta del centro cittadino, desta parecchio allarme. Il dirigente scolastico ha subito affermato che l’episodio sarebbe potuto avvenire anche in strada: non toccherebbe dunque alla scuola portarne anzitutto la croce. Ed è vero, se con ciò si vuol dire che non si è trattato di bullismo, e neppure – con tutta probabilità – di ragioni sentimentali o passionali, tipiche dell’età. Di mezzo, insomma, non ci sono angherie o gelosie. C’era però una rivalità, che è sicuramente cresciuta anche nelle aule e nei corridoi della scuola.

Il punto, però, non è quello di appurare se fra i motivi, leciti oppure illeciti, di uno scontro così violento, vi fossero o no dinamiche legate alla vita scolastica. Può darsi, come può darsi di no. Gli inquirenti se ne occuperanno. In fondo, entrambi i ragazzi portano con loro un vissuto complicato, difficile, legato a contesti familiari e sociali in cui persino un accoltellamento può non rappresentare un’evenienza del tutto improbabile. E su Facebook un (presunto) cugino della vittima ha già minacciato di restituire le coltellate alla «banda di r.» che ha agito ieri mattina.

Il punto, però, è la soglia. Se ancora vi sia una soglia da varcare, quando un ragazzo, tutti i ragazzi in età dell’obbligo entrano in una scuola. Una soglia invisibile, che forse si vedrebbe ancor meno se all’ingresso vi fossero tornelli e metal detector, ma che tuttavia distingue e valorizza lo spazio dell’istituzione pubblica dal mondo di fuori. Dentro si fa scuola: si insegna e si impara. Dentro vi sono maestri e allievi, un sapere viene trasmesso e un apprendimento ha luogo. Dentro accade qualcosa come una formazione, e si costruisce una socialità diversa da quella che si vive in famiglia o tra gli amici. Una socialità fondata non su un affrontamento a due, come fra amici (o fra rivali), ma su un rapporto triadico, nella dimensione cioè del pubblico, dell’istituzione e della regola.

Se quella soglia non v’è, la scuola non esiste più. Se un accoltellamento può avvenire indifferentemente dentro un’aula o per strada, allora non c’è più nessuna differenza, nessuno spazio qualificato in forza delle funzioni che vi si esercitano e dei ruoli che vi si assumono. Se la soglia non è più avvertita, allora in aula non vi sono più studenti e dietro le cattedre non vi sono più docenti.

Non è ciò che intende dire il dirigente, quando onestamente afferma che il ferimento poteva avvenire anche fuori: al termine dell’orario scolastico, per esempio, un minuto dopo essere usciti dall’istituto. Tuttavia quel minuto è essenziale: quel minuto fa la differenza, ha il significato di un riconoscimento – di un rispetto, si dovrebbe dire – che evidentemente è perduto, se il coltello può essere brandito ovunque.

Viviamo in una regione che vanta – si fa per dire – i più alti indici di dispersione scolastica. Spesso le scuole sono avamposti in territorio nemico (anche se non il caso del Genovesi di Salerno). Il Presidente del Consiglio ha fatto suo il mantra di Tony Blair, per dare il significato della recentissima riforma scolastica: «education, education, education». Ogni sforzo è certo apprezzabile e i primi a compierli sono i docenti che entrano in aula ogni giorno. Sono davvero gli eroi del nostro tempo, per quanto poco venga riconosciuta la centralità della loro funzione. Portano oneri e responsabilità enormi, e invece di onori si vedono piovere sul capo rogne di ogni tipo: figuratevi con quale tranquillità potranno tenere lezione d’ora in poi, in quell’istituto. Il fatto è che da lungo tempo la scuola non è più un «hortus conclusus», un luogo protetto o un porto sicuro. È giusto, in verità, che sia aperta ai cambiamenti della società, lo è meno se così aprendosi perde ogni tratto distintivo: a forza di inseguire quello che accade fuori, nessuno si accorge più di trovarsi dentro. E tutto quello che accade fuori può ormai succedere anche tra i banchi. Chi ci guadagna, se davvero va a finire così? Non la scuola, ma nemmeno il resto della società.

(Il Mattino, 16 febbraio 2016)

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