Le adozioni gay sono un diritto? Dialogo tra gli opposti perché

lucca

Massimo Adinolfi: Caro Direttore, mentre Le scrivo non so ancora se e quale testo sulle unioni civili il Parlamento approverà. Le dico però la mia sul punto più controverso, la stepchild adoption, mettendo da parte le esigenze politiche e parlamentari di mediazione che mi sforzo comunque di comprendere (solo, però, fino a un certo punto). Metto da parte pure, nei limiti del possibile, il giuridichese e formulo la questione così: non consentire a una coppia omosessuale di avere dei bambini è una limitazione della loro libertà. La libertà può certo essere limitata, e talvolta deve pur esserlo, ma vi deve essere qualcosa più grande dell’esercizio di quella libertà, per farlo. Qual è il bene più grande? Io ne trovo uno solo: la salute del bambino. La salute nel senso più ampio: come benessere e felicità e crescita equilibrata del minore. Ma non saprei proprio dove siano i fondamenti teorici, filosofici o scientifici per sostenere che la salute del bambino allevato da una coppia omosessuale sia in qualche misura compromessa, mentre i casi empirici pare attestino il contrario. D’altra parte, l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, c’è già: come mai la si vuol fermare oggi?

 

Alessandro Barbano: Caro Professore, condivido l’approccio pragmatico con cui mi invita a questa delicata discussione e provo a risponderle nello stesso modo. Per sostenere che lo sviluppo personale e affettivo di un bambino non è compromesso dal fatto di essere stato allevato da una coppia omosessuale lei adduce “casi empirici” che – sempre lei sostiene – “pare attestino il contrario”. Apprezzo la prudenza implicita nell’uso della locuzione “pare”, ma le chiedo ugualmente di quali casi empirici lei parla. È a conoscenza di un rapporto scientifico redatto da puericultori, pedagoghi, psicologi, medici, per conto di un ministero o di un’organizzazione educativa o scientifica indipendente e di grande autorevolezza, che abbia studiato il percorso affettivo e lo sviluppo della personalità di bambini adottati da coppie gay comparandolo con quello di un campione di riferimento tratto dalla cosiddetta famiglia tradizionale? Se ne conosce uno, che non sia prodotto dalle stesse organizzazioni che promuovono la battaglia per i diritti, me lo indichi per piacere. Che io sappia, ne esiste uno condotto nel 2012 da Mark Regnerus, professore di sociologia presso l’Università di Austin, uno studioso che pure si era sempre espresso a favore dei diritti di gay e lesbiche. Analizza 15 mila casi e intervista 3 mila persone, tutte comprese tra i 18 e i 39 anni, per giungere alla conclusione che quanti sono cresciuti in famiglie omosessuali sono nettamente più incerti, più instabili e, nell’esito delle loro personali realizzazioni, più svantaggiati dei loro coetanei cresciuti in famiglie cosiddette normali. Le confesso di non prendere per oro colato questo studio, condotto in una società molto diversa da quella alla quale lei e io apparteniamo e duramente attaccato dalle potenti lobby omosessuali americane. Mi chiedo però come faccia un Parlamento a legiferare nell’interesse dei minori su questioni così delicate che li riguardino, prescindendo da un’indagine conoscitiva scrupolosa di un’Autorità nazionale. E mi rispondo così: al contrario di quanto da lei sostenuto, la salute del minore, nel senso che lei intende, non ha alcun ruolo in questa battaglia. Poiché l’unico benessere di cui qui si tratta è quello degli aspiranti genitori. Lascio a lei valutare se questo è un approccio accettabile o piuttosto aberrante.

Quanto all’adozione del figlio del coniuge, che come lei giustamente ricorda è già prevista dalla legge, non le sarà sfuggito che riguarda il matrimonio. La prego di chiarirmi allora un equivoco, sotteso a questa discussione: stiamo parlando di Unioni civili o di matrimoni tra gay? Che io sappia, questa seconda ipotesi non sarebbe oggetto del disegno di legge Cirinnà, almeno a parole. Oppure sbaglio?

 

M.A.: Caro Direttore, potrei citarLe l’Associazione Italiana di Psicologia, o quella dei pediatri americani, o l’indagine recentissima di Simon Crouch (Australia) apparsa su Public Health lo scorso anno: non credo che renderemmo un buon servizio alla scienza, e ai lettori, se considerassimo questi e tanti altri studi ispirati solo da simpatia per l’omogenitorialità. Non è chiaro nemmeno perché allora non dovrei supporre che il lavoro che Lei cita non manifesti un pregiudizio di segno opposto. Lo stesso cardinal Bagnasco mi pare parli, giustamente, di più profonde questioni antropologiche, non di aspetti psicologici o sociologici. Se poi Lei concorda nel ritenere che escludere l’adozione per le coppie omosessuali sia una limitazione della libertà, posso comprendere l’invito al legislatore italiano perché consideri peculiarità storiche o culturali del nostro Paese, ma non certo far discendere dal contesto sociale una compressione dei diritti. Non diversamente, si è ragionato in passato, in Italia e non solo, a proposito del voto alle donne: non mi metterei, pertanto, su quella via.

Voglio spendere una parola anche sul mio riferimento ai casi empirici. Mi sono espresso con prudenza, è vero, ma con decisione metto qui un punto di metodo: in una società liberale, tocca a chi intende vietare dimostrare che un certo bene sarebbe danneggiato, in assenza del divieto, e che il divieto non comporta una discriminazione. Queste dimostrazioni, che io sappia, non ci sono.

C’è invece la preoccupazione del Cardinal Bagnasco (dico così per far prima): la capisco e sono pronto a discuterne.

Intanto però chiarisco l’equivoco. In Parlamento si parla di unioni civili. È il frutto di una mediazione, di vincoli costituzionali e rapporti politici. Ma dal fatto che il testo sarà chiamato a normare una vita in comune distinta dalla vita familiare non segue che non possa prevedere l’adozione. Se qualcosa segue, è se mai il sospetto che le (comprensibili) paure su utero in affitto e maternità surrogata, sollevate per vietare l’adozione, siano ingigantite un po’ strumentalmente, visto che la stepchild adoption c’è già: simili pratiche non sono infatti prerogativa delle coppie gay.

 

A.B.: Caro Professore, non escludo che la ricerca da me citata sia inficiata da un pregiudizio, rilevo solo che è l’unica compiuta su una platea di 15mila casi che valuti, non il parere dei genitori adottanti o degli operatori impegnati a sostegno di queste famiglie, come la maggior parte delle ricerche da lei citate, ma l’esito, comparato con un campione di riferimento di figli di coppie etero, dello sviluppo affettivo e, soprattutto, della realizzazione individuale dei figli di coppie gay desunta da alcuni parametri per così dire oggettivi (come il lavoro, il reddito, la stabilità familiare, ecc.). Purtroppo questa ricerca conferma ciò che – e qui mi consenta di utilizzare le sue parole – “empiricamente pare”: e cioè la maggiore volatilità e instabilità della coppia gay rispetto a quella etero. E ciononostante riconosco che questi risultati possano in parte essere fuorvianti. Perché sono convinto che a condizionare il destino individuale di molti figli di coppie gay contribuisca il clima di discriminazione e di intolleranza in cui la loro adolescenza, e soprattutto quella dei loro genitori, è stata vissuta. Tuttavia, se restiamo su un piano puramente pragmatico, e cioè l’interesse dei minori, non mi pare che esistano le condizioni e le garanzie per aprire a un’istituzione così delicata come quella dell’adozione. Anche perché, caro professore, si fa presto a dire “famiglie gay”. Nel cartello dei soggetti che si batte per diritti delle Unioni civili ci sono gruppi che espressamente rivendicano l’ambiguità come l’essenza del loro orientamento sessuale e della loro stessa identità. Spero che lei mi creda se le dico che nutro nei confronti di costoro il massimo rispetto, tuttavia le chiedo: un minore che fosse affidato alla cura e all’educazione di una “famiglia” transgender dovrebbe ritenersi tutelato dallo Stato che ne ha deciso l’affidamento e l’adozione?

Vengo poi al secondo punto e cioè la giustificazione dei limiti che lo Stato pone alle libertà individuali, e tralascio il paragone da lei portato con il precedente del suffragio femminile, poiché sono certo che non le sfuggirà, così come non è sfuggita alla stessa Carta costituzionale,  l’enorme distanza tra i diritti politici e quelli personalissimi che coinvolgono la vita e lo sviluppo della personalità dei minori e di cui qui discutiamo. Lei sostiene che in un ordinamento liberale tutto ciò che non è espressamente vietato è lecito, ma qui non è in discussione un divieto, bensì se mai l’estensione di un diritto e di una responsabilità che lo Stato riconosce da sempre all’istituzione familiare. E qui mi pare che nel suo ragionamento drammaticamente sfugga la consapevolezza che in democrazia il contenuto della libertà non prescinde dal limite. È solo attraverso questa travagliata dialettica tra la libertà, come espressione delle possibilità dell’uomo, e il senso del limite che nascono i diritti. Il senso del limite qui coincide con la responsabilità sociale dei genitori nei confronti dei figli. Il fatto che la Corte costituzionale riconosca la genitorialità un diritto incoercibile dell’individuo non esclude che lo Stato imponga limiti e pretenda garanzie per il soggetto destinatario dell’adozione. Questa garanzia si chiama famiglia, ed è tanto più robusta quanto più rappresenta un’istituzione laica fondata su sedimenti di civiltà. Lei non lo dice espressamente, ma mi consenta di intuire che volentieri chiamerebbe famiglia a tutti gli effetti quella tra due omosessuali. Mi consenta di dirle che sarebbe più coerente al fine di sostenere la legittimità delle adozioni gay.

 

M.A.: Caro Direttore, non ho dubbi: sarebbe più coerente parlare di famiglie gay e reclamare l’adozione. Ma non si tratta di incoerenza del mio parlare, bensì della necessaria opera di mediazione, come ho già scritto, dati i vincoli costituzionali e i rapporti di forza in Parlamento. Ma pensare che il significato delle parole non muti, o che non mutino le cose stesse, per via del dettato costituzionale, può funzionare, forse, sul piano della dialettica politica e della norma giuridica, ma è perlomeno ingenuo sul piano teoretico.

Ingenuità che avverto in chi parla della famiglia come di un dato naturale, quando persino cose come l’attaccamento materno ricevono un supplemento di significato decisivo dalla loro connotazione storico-culturale.

Sui risultati della ricerca che di nuovo mi adduce, mi permetta però di essere tranchant, invece di fare qui la gara a chi ha i dati meglio fondati: lei crede veramente che il Parlamento italiano si appresti a votare contro evidenza empirica e risultanze scientifiche? Un Parlamento ottusamente geocentrico in tempi copernicani? Mi permetta di pensare l’esatto contrario (e di raggelare, quando mi informa che tra i parametri di valutazione “oggettivi” il suo studio includeva il reddito: ma questo, dirò così, è un’altra storia).

Mi pare più importante agghiacciare, però, per un altro motivo che si insinua nel suo ragionamento, e che so essere diffuso. Il contesto è discriminatorio, lei dice, e invece di combattere la discriminazione pretende di convincermi che ci si debba ad essa adeguare. Ma no! Quel contesto lo si può cambiare – e per rispetto dei diritti degli omosessuali lo si deve. Si possono poi introdurre tutte le tutele del mondo perché la cura e l’educazione del minore sia garantita, anche in una “famiglia” omosessuale, proprio come lo è in una famiglia eterosessuale.
Mi sorprende però che lei rilutti a scendere sul terreno che dovrebbe trovare più congeniale, quello propriamente antropologico. A mio parere è lì, in strati profondi della cultura e della psiche umana, che la legge, o ciò che la legge consente, smuove le cose. È nell’immaginario, nella rappresentazione di sé dell’uomo e della donna, e, certo, nel modo in cui si definiscono ambiti di vita e di relazione, che qualcosa accade. Dovremmo discutere dunque di questo, dei rapporti fra natura e cultura: cosa che peraltro non si fa con gli studi scientifici da lei addotti. Il concetto di natura che qui è in gioco tutto è, infatti, meno che un concetto scientifico. Eppure trovo che si parli di naturalità di questo e di quello con disinvoltura sorprendente. Ci sono cose naturali che non hanno più alcun valore – le unghie, ad esempio, che gli ungulati apprezzano molto ma io non particolarmente – e cose culturali che hanno un valore straordinario, cioè tutta o quasi l’opera dell’uomo, compresa ovviamente la religione. Siamo sicuri che sia la natura – quale natura? – a consentirci di tracciare oggi le necessarie linee di demarcazione?

 

A.B.: Caro Professore, parto dalla sua osservazione finale e non posso che convenire con essa. Tuttavia, io fin qui non ho mai parlato di natura, né in maniera esplicita né indiretta. Ho definito piuttosto la famiglia un sedimento della civiltà, volendo intendere esattamente quella sintesi dialettica che tra natura e cultura si ridefinisce in un processo lungo quasi tremila anni, cioè dal tempo in cui – lei me lo insegna – nacque la filosofia greca. La solidità e l’unicità della famiglia è proprio un fatto che si compie nella storia e nella cultura: è questa la ragione del suo essere istituzione in senso sostanziale e del suo non essere duplicabile attraverso un’opera di ingegno o di fantasia da parte di una maggioranza parlamentare. Se la mia coscienza grida all’orrore dell’utero in affitto, non è in nome del diritto di natura e meno che mai del confessionalismo religioso. Ma della dignità della persona. La step child adoption, nelle forme previste dal decreto Cirinnà, porta la gravissima responsabilità morale di esporre la donna a una schiavitù e a una mercificazione del proprio corpo simile a quella da cui tanto la battaglia per l’aborto quanto la lotta alla prostituzione si sono adoperate per sottrarla. Mi consenta di chiederle se davvero lei è convinto che il pericolo della maternità surrogata sia ingigantito strumentalmente. Se non conosce la subalternità e la povertà che inducono donne povere e disagiate di ogni latitudine a cedere il proprio ventre per un prezzo direttamente proporzionale alla ricchezza pro-capite del paese di appartenenza, sottoscrivendo un contratto che impone loro di abortire qualora i genitori committenti cambino idea in corso d’opera. Oppure crede anche lei, come qualche femminista italiana convertita all’ideologia del desiderio e del consumo (non tutte, per fortuna), che la firma sul contratto con cui le donne cedono il proprio utero, come fosse un garage, sia una garanzia di libertà e di autodeterminazione?

Ma c’è un secondo punto del suo ragionamento che merita una risposta. Lei mi accusa di riconoscere l’esistenza della discriminazione e, invece di combatterla, di pretendere di convincerla ad adeguarsi ad essa. Temo che questo punto di vista si fondi su un errore. Combattere la discriminazione significa spegnere l’intolleranza verso il diritto di ciascun omosessuale di vivere e dichiarare il proprio orientamento sessuale, non significa riconoscere e promuovere diritti e doveri esclusivi che la società assegna all’istituzione familiare. Se così non fosse, devo pensare che lei mi consideri intollerante per il solo fatto di essere contrario al matrimonio tra gay. Mi piace pensare che non sia così.

M.A.: Caro Direttore, forse siamo d’accordo su un punto: non può essere il mercato o la trattativa privata a definire i lineamenti di una nuova genitorialità. Vedo anch’io i rischi di mercificazione che lei denuncia e penso che sia legittimo adottare strumenti di tutela. Se ho parlato di un pericolo ingigantito strumentalmente è perché distinguo il riconoscimento di un diritto dai mezzi con i quali esso dovesse essere ottenuto. Si può usar male o bene di un diritto, ma la possibilità che se ne usi male non è per mio conto sufficiente a negarlo del tutto. L’esclusività di diritti e doveri della famiglia tradizionale è però il punto in discussione: non posso assumerlo come un punto di arrivo, solo perché è il punto al quale siamo (e in verità non siamo già più, per quanto essa è cambiata e sta cambiando per conto suo). Mi convince la sua proposta di descrivere la famiglia come un sedimento storico profondo, «sintesi di natura e cultura». Come tutto ciò che è storico, però, cambia. Non sono così disinvolto dal considerare il cambiamento come un bene di per sé. Ma, allo stesso modo, non ho più ragioni, né filosofiche né scientifiche, per considerare la permanenza di una tradizione di per sé un valore. Sull’una e sull’altra cosa noi uomini siamo insomma condannati a ragionare, e a decidere.  Ma poiché sono d’accordo con lei nel farlo in nome della dignità della persona, non posso non chiedermi quale dignità venga calpestata dal riconoscere il diritto a una coppia omosessuale di avere dei bambini. Lei mi chiede se negarlo significa essere intollerante. Temo di inciampare sulle parole, e di erigere muri mentre cerchiamo un terreno comune di dialogo. Così le propongo uno scambio cordiale: io non giudico lei intollerante, lei non giudichi me permissivo (oppure, sul piano storico-filosofico, nichilista). Con il metro della moderna coscienza giuridica e morale, dovrei giudicare intolleranti pure, faccio per dire, Platone e Sant’Agostino: li capisco più a fondo, così sentenziando? Non credo. Preferisco perciò fare uno sforzo di comprensione in più, e chiederle altrettanto.

A.B.: Caro Professore, non ho mai preteso di giudicarla, e con questo intendo dire che rispetto – pur non condividendole – le posizioni di chi come lei difende l’estensione dei diritti civili senza se e senza ma. Però la invito in chiusura di questa piacevole conversazione a considerare l’opportunità di una sintesi, che fin qui la politica e talvolta le stesse istituzioni – penso al presidente della Camera Boldrini – non hanno cercato con autentica convinzione. Pochi giorni fa le piazze italiane sono state invase da un milione di persone che si battevano per il disegno di legge Cirinnà così com’è concepito, cioè con l’istituzione di un similmatrimonio con annessi i diritti di adozione per le coppie gay. Sabato le stesse piazze torneranno a riempirsi su iniziativa di chi la stessa legge abiura in toto. Pensiamo davvero di poter concepire due società che vivono l’una a fianco all’altra con valori opposti e con regole che riguardano le forme primarie e decisive delle relazioni umane imposte grazie all’esiguo numero di voti di una maggioranza parlamentare? Crediamo davvero di poter risolvere questo lacerante conflitto, che attraversa in due il Paese, con un atto di forza politico? Oppure c’è ancora spazio per cercare uno spazio comune capace di far germogliare i punti di contatto e il dialogo tra due sponde sociali evitando che si trasformino in due enclavi? Mi permetta di consegnarle, salutandola, questa domanda.

(Il Mattino, 28 gennaio 2016)

 

 

 

 

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