Archivi del giorno: febbraio 20, 2016

Morto Eco, cambiò lo sguardo sul mondo

getmediaUmberto Eco, scrittore. Lo straordinario successo internazionale de Il nome della rosa, apparso nel 1980, ha consacrato in tutto il mondo Umberto Eco come romanziere, ma Eco è stato molto di più. È stato uno studioso di estetica medievale e un semiologo; è stato un saggista, un critico, un polemista. Dalle pagine dell’Espresso, Eco è stato una presenza costante nel dibattito pubblico italiano. Il libro che gli ha dato la più grande notorietà ha in parte almeno oscurato il resto del suo lavoro: eppure libri come l’«Opera aperta», la «Struttura assente» o il «Trattato di semiotica generale» hanno avuto una grande importanza nella cultura italiana degli anni Sessanta e Settanta, contribuendo a modificare il panorama delle scienze umane. L’interesse filosofico per il tema dell’interpretazione è legato, in Italia, alla diffusione dell’ermeneutica, fondata anzitutto sulla tradizione tedesca otto-novecentesca, ma anche sulla tradizione semiotica americana inaugurata da Charles Sanders Peirce, e studiata in Italia da Carlo Sini, a Milano, e da Umberto Eco e la sua scuola, a Bologna.

Però, per i meccanismi della comunicazione di massa, Eco è anzitutto l’autore del romanzo italiano forse più letto e famoso della seconda metà del Novecento. Traduzioni in decine di lingue, decine di milioni di copie vendute nel mondo. Eco conosceva molto bene quei meccanismi. Li studiò anzi, in libri come «Apocalittici e integrati», in cui metteva a tema  la cultura popolare, il romanzo poliziesco, il fumetto, il Kitsch, la televisione. La cosa suscitò qualche perplessità. Pietro Citati recensì il saggio di Eco mostrando tutto il suo sospetto verso questa spregiudicata operazione che osava impiegare gli strumenti della cultura alta per spiegare e comprendere la cultura bassa. In realtà, non molto diversamente Roland Barthes si dedicava, in Francia, a fare l’analisi semiologica dei «miti d’oggi». In Italia però faceva scandalo che si mostrassero parimenti degni di attenzione «Platone ed Elvis Presley». Eco ha raccontato una volta quando ebbe la rivelazione: partecipando a un serissimo convegno accademico, al quale era invitato il fior fiore degli studiosi della mitologia antica, pensò di cavarsela d’impaccio occupandosi delle storie a colori di Superman: «insomma, arrivo a Roma e inizio la relazione posando sul tavolo la mia pila di fumetti di Superman. Che faranno, mi cacciano? Nossignore, mi scompaiono metà dei fumetti».

C’è molto non del suo percorso intellettuale, in questo divertito aneddoto, ma del suo stile: umori satirici e moralistici, grande attenzione al quotidiano, venature illuministiche, qualche tentazione pedagogica e una naturale vocazione politica, nella misura in cui in una società democratica è politica, per definizione, ogni attenzione alla vita quotidiana. «Fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria del giovedì prossimo», diceva ancora Eco. Che probabilmente non avrebbe voluto occuparsi d’altro, tanto come studioso di Tommaso d’Aquino quanto come osservatore della fenomenologia di Mike Buongiorno. Quello del quiz al giovedì sera, cioè appunto del giovedì prossimo, e di ciò che gravita intorno ai poli magnetici della massa e della cultura popolare, a cui Eco si dedicava certo mantenendo la distanza dell’ironia, ma senza manicheismi, e senza usare le venature apocalittiche tipiche della cosiddetta grande cultura. Per cui lui stesso non potrà troppo dispiacersi se in virtù di quegli stessi meccanismi che studiava, per Wikipedia e per il mondo sarà anzitutto conosciuto e apprezzato come autore de «Il nome della rosa» o de «Il Pendolo di Foucault», piuttosto che come serissimo studioso di Kant o della semiotica strutturale.

(Il Mattino, 20 febbraio 2016)

La strategia della finestra

 

ImmagineSe Alessandro Manzoni seguisse le primarie dei grillini napoletani, e avesse voglia di scriverne, titolerebbe probabilmente così: Stefania Verusio, chi mai sarà costei? E chi mai sarà l’altra candidata, Francesca Menna? Sarà colpa di una politica sempre più personalizzata, e sempre in affannosa ricerca di volti noti, ma la scelta grillina di affidarsi, per la candidatura a sindaco di Napoli, a due degnissime persone, ma sconosciute alla quasi totalità dei napoletani,suona francamente improbabile, per non dire che sfiora la pura e semplice casualità. Del resto, il numero di coloro che partecipano a queste procedure di selezione è, di regola, talmente piccolo, che davvero il risultato sembra del tutto fortuito. È toccato a loro, poteva capitare a chiunque altro. La cosa fa pensare alle parole che Paola Taverna, deputata grillina di stanza a Roma, ha usato qualche giorno fa, denunciando il clamoroso complotto degli altri partiti per far vincere il Movimento Cinque Stelle nella Capitale. L’unica maniera di sventarlo, si direbbe, è quella di candidare perfetti sconosciuti (o sconosciute). A Napoli l’hanno fatto; ma così al rocambolesco paradosso della cittadina Taverna si risponderebbe con un paradosso più acrobatico ancora.

Naturalmente, gli esponenti del Direttorio non mancano di spiegare la cosa nei termini ligi della loro dottrina: conta il progetto, uno vale uno (cioè uno vale l’altro e nessuno vale gran che), non ci sono persone insostituibili e tutti sono fungibili, se persino Beppe Grillo ha tolto il suo nome dal simbolo. E così via.

Tutto vero, ma tutto drammaticamente insufficiente. A Napoli il Movimento è attraversato da profonde tensioni. C’è stato il caso di Quarto, con le espulsioni e le dimissioni, poi rientrate, del sindaco Capuozzo; c’è stata l’ondata di epurazioni che ha colpito i meetup partenopei. Non è detto che sia finita, e secondo alcuni è ancora possibile che i Cinquestelle non si presentino nemmeno con il loro simbolo. Come il partito radicale di una volta, che ogni tanto faceva proprio così: si chiamava fuori, addossando la colpa al regime partitocratico.

Non finirà però in questo modo: sarebbe davvero la madre di tutte le stramberie, tanto più in una città che esprime due tra i massimi dirigenti del Movimento, Roberto Fico e Luigi Di Maio. Ma la questione sembra meno legata alle vicende interne al gruppo dirigente napoletano, che alla strategia politica del movimento. Strategia che pare fatta apposta per sottrarsi all’incombenza di governare. Tenersi fuori dall’area di governo paga, in termini elettorali. O perlomeno: evita lo scotto di cattivi risultati amministrativi, la cui scia si prolungherebbe con ogni probabilità fino alle prossime elezioni politiche, se in gioco non sono più piccole realtà locali o città di provincia, ma grandi città come Roma o Napoli. Che cosa mai potrebbe combinare, infatti, un sindaco grillino? Siamo sicuri che Grillo&Casaleggio vogliano davvero saperlo? Siamo sicuri che anche i giovani membri napoletani del Direttorio, che si trovano adesso l’uno sulla seconda poltrona della Camera dei Deputati, l’altro alla guida della Commissione Vigilanza della Rai, siano disponibili a mettere in gioco il loro futuro politico lanciando il Movimento in una competizione vera per la guida di una città così complessa? E se putacaso i grillini vincessero, quanto tempo impiegherebbero anche solo per capire da che parte cominciare?

Non è questo il senso del paradosso di Paola Taverna? Se ci lasciano in mano il cerino del governo, finirà che ci scottiamo con i debiti del Comune, con la macchina amministrativa che magari rema contro, con i conflitti che immediatamente sorgerebbero con gli altri livelli istituzionali. Senza contare le tensioni che nel Movimento si producono ogni volta che si avvicina all’area di governo: scissioni ed espulsioni compaiono subito all’ordine del giorno.

È un’interpretazione malevola? Può darsi. Ma se anche fosse, rimane la questione: non è forse vero che il metodo, ancor più dei contenuti della proposta politica pentastellata, tiene obiettivamente lontano dalle assunzioni di responsabilità politica i suoi militanti e dirigenti? Dalle altre parti va molto diversamente. I candidati in campo scelgono e trovano il sostegno di leader di rilievo nazionale: Berlusconi dà l’ok a Lettieri; Andrea Orlando viene a Napoli a sostenere la candidatura di Valeria Valente. Bassolino, invece, fa da sé e mette il pronome di prima persona innanzi a ogni altra cosa. I grillini diranno invece che il loro nome è nessuno, e che questa è la loro forza. O la loro astuzia, visto che a dirlo saranno comunque proprio i nomi propri della ditta Grillo&Casaleggio nelle cui mani rimane saldamente il controllo del Movimento. Anzi: la proprietà del marchio.

(Il Mattino – ed. Napoli, 20 febbraio 2016)