Zapatismo in salsa partenopea

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Come stanno veramente le cose, a Napoli, se in una tiepida domenica di febbraio il suo Sindaco, Luigi De Magistris, può salire su un treno, approdare intorno alla mezza nella Capitale, all’Assemblea di Cosmopolitica, nel luogo fondativo di una nuova formazione di sinistra-sinistra, e lì indossare, fra gli scroscianti applausi dei partecipanti, i panni di Emiliano Zapata, il rivoluzionario messicano d’inizio Novecento?  De Magistris racconta l’esperienza di Napoli, e parla dell’acqua pubblica, della cittadinanza onoraria «al capo dello Stato della Palestina» e al leader curdo Abdullah «Apo» Ocalan, di unioni civili e testamento biologico. Non dice una parola sullo stato degli edifici, dei trasporti o delle strade, o sulla classifica dell’eurobarometro che vede Napoli penultima in Europa per efficienza amministrativa:  la poesia della rivoluzione non va molto d’accordo con la prosaica cura quotidiana della città. Poi De Magistris si scaglia contro l’accerchiamento istituzionale, e mette «il corpo umano» (niente meno!) «contro il liberismo. contro la camorra, i grandi partiti, le cricche e le masso-mafie» così: come se fossero la stessa cosa. Ma il culmine lo raggiunge quando spiega, in un crescendo irresistibile, la cosa di cui va più orgoglioso: il sistema di autogoverno dei napoletani. Che non significa che a Palazzo San Giacomo non sia più De Magistris a firmare le delibere, ma che lui non dà l’ordine di sgombero quando i napoletani occupano edifici abbandonati o in disuso: «mi prendo la denuncia e li vado a ringraziare, perché stanno liberando la città». Lo chiama «zapatismo in salsa partenopea», e consiste non nel ripristinare servizi e luoghi della città, nella manutenzione urbana o nel rifacimento dei palazzi, ma nel tollerare, anzi incoraggiare le occupazioni di luoghi, pubblici e privati. Napoli è «fuori controllo» afferma il primo cittadino (non un turista esasperato o un osservatore annoiato). Ma niente paura: «è il popolo che sta trovando la sintesi».

Dopo la comune di Parigi, studiata da Marx, e quella di Morelos, organizzata da Zapata, c’è dunque la Napoli di Luigi De Magistris, in connessione sentimentale col suo popolo. E una qualche connessione ci deve essere effettivamente, se è vero quello che il sindaco racconta, quando rievoca i giorni difficili vissuti come  sindaco di strada: lì è scattato qualcosa. Stare fuori dal Palazzo gli ha fatto bene: lo ha convinto che poteva mettersi dalla parte di quei cittadini – e sono la maggioranza – che si lamentano di tutto quello che a Napoli non funziona, senza assumersene neanche di striscio la responsabilità, nonostante il suo ruolo istituzionale, ma anzi addossandola agli altri, ai «poteri forti» che affamano la città. Tutto quello che c’è di buono a Napoli viene dal basso, dalle associazioni e dai centri sociali, e tutto quello che c’è di male viene dall’alto. E il Sindaco ovviamente colloca se stesso in basso, in mezzo al popolo: per strada, appunto.  Il racconto che in tempo di guerra, o sotto embargo, i governanti messi al bando dalla comunità internazionale fanno ai loro connazionali (quasi sempre, in realtà, sudditi) De Magistris ha scoperto che poteva farlo lui, in tempo di pace, a Napoli., senza tema di contraddizione, scaricando sulle banche o sul governo, sul liberismo o sui giornali, sul centrodestra e il centrosinistra, tutti i mali della città.

Non è però un discorso che ci si possa limitare a confutare: non perché sia vero, ma perché le confutazioni si situano sul piano logico, non su quello politico. Sul piano politico, una simile narrazione avrà presa se e finché mancherà una risposta reale ai problemi che De Magistris si limita a rimuovere, costruendo con un abile spostamento la figura dei nemici del popolo. Se il tratto meridionalista delle politiche nazionali si perde, se Napoli rimane periferia sia per Roma che per Bruxelles, se non si impone una nuova classe dirigente, se un consenso ampio non si raccoglie intorno a una nuova proposta politica, e non diviene egemone, non si fa largo fra i detriti del passato e le incertezze politiche e culturali del presente, allora sarà sempre possibile al Sindaco col maglione rosso accendere gli animi al grido di «viva il popolo!», convertendo il disordine in segno felice di anarchia e libertà, e l’incapacità di gestire il patrimonio pubblico in esperienza luminosa di autogoverno. Il sonno di un’autentica politica riformatrice genera De Magistris, e svegliarsi rimane sempre un’operazione complicata.

(Il Mattino, 23.02.2016)

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