La brutta Rai al tempo di Saviano

Acquisizione a schermo intero 26022016 134009.bmpSe una trasmissione della Rai vuole costruire un racconto sulla città di Napoli cosa fa? Prende gli ultimi morti ammazzati, filma un po’ di luoghi degradati, e poi chiama il massimo interprete mondiale  della inestirpabilemala pianta della camorra, Roberto Saviano, lasciandogli il microfono per una dozzina di minuti. Di meno no, di più magari sì. Così ha fatto Ballarò, l’altra sera. L’unica variazione rispetto a una sceneggiatura che non aveva nessun carattere di originalità stava nei comprimari che Massimo Giannini ha chiamato in studio, a parlare di Napoli: Antonio Bassolino e Valeria Ciarambino. Il primo impegnato in una sfida con se stesso, ancor prima che nelle primarie del centrosinistra; la seconda, invece, impegnata in un ruolo, quello di leader dell’opposizione grillina in Regione, di cui probabilmente ancora non si capacita. Come che sia, fossero o no adeguati a sostenere il confronto, resta il fatto che la Rai ha deciso che a parlare dei morti ammazzati, della guerra di camorra, della irredimibile disperazione della città fosse da New York Roberto Saviano, in veste di testimone e dunque senza l’onere di sostenere un contraddittorio (a proposito: si può contraddire Saviano?). Fatta la qual cosa, il conduttore di Ballarò ha lasciato a Bassolino e Ciarambino, in palese imbarazzo, un paio di minuti. Briciole.

Ora, nella natura di un talk show di approfondimento giornalistico, quale la trasmissione di punta di Rai 3 si picca di essere, dovrebbe essere lasciata al dibattito in studio la possibilità di fare emergere punti di vista diversi, magari contrapposti, comunque argomentati. Nella trasmissione di martedì scorso, Bassolino e Ciarambino hanno avuto – formalmente, almeno – la possibilità di interloquire, ma la distanza auratica dalla quale parlava Saviano, e il tempo spropositatamente lungo messo a sua disposizione, rispetto all’esiguo minutaggio riservato agli ospiti in studio, hanno ridotto quasi a macchietta, a caricatura, i loro interventi. Saviano parlava, anzi recitava, in piedi, assistito da un montaggio sapiente. Bassolino e Ciarambino stavano invece seduti, schiacciati sulle loro poltroncine, come scolaretti sottoposti al severo giudizio censorio, in un paio di punti perfino irridente, dell’autore di Gomorra.

Bene. Io chiedo  che mi venga risparmiata non l’accusa di lesa maestà nei confronti di Saviano – perché quella c’è tutta, lo riconosco, e in realtà riguarda meno, molto meno lui che i costruttori del pulpito dal quale lo fanno parlare ogni volta – ma la batteria di argomenti che di solito si usano in questi casi: a Napoli la camorra c’è veramente, non è mica una costruzione narrativa. Oppure: le responsabilità storiche e politiche della classe dirigente napoletana ci sono tutte, come si fa a negarle? O ancora: non bisogna lavare i panni sporchi in famiglia, e minimizzare, e nascondere la polvere sotto il tappeto, e insieme alla polvere pure i cadaveri che cadono per strada.

Tutto vero, tutto giusto, anzi sacrosanto. Ma la questione è un’altra. E cioè: che genere di trasmissione è Ballarò? Chiediamocelo, prima di schierarci a difesa di questo o di quello. Che nella rappresentazione di Napoli offerta martedì scorso doveva esserci qualcosa che non andava; che questa riduzione di una grande città di un milione di abitanti all’unico denominatore comune della sua cronaca nera fosse un filino parziale lo ha pensato onestamente persino Vittorio Feltri, di cui non si ricordano natali partenopei. È stato lui a introdurre l’unico elemento di dubbio sulla narrazione fin lì offerta, quando ha ricordato che altre città e altri paesi hanno tassi di criminalità più alti di Napoli. Ovviamente il punto non è quello, è se mai se gli unici tassi disponibili sulla città debbano riguardare la realtà criminale.

Il punto è, anzi, un altro ancora. Nel suo intervento fiume, Saviano è passato, sempre senza contraddittorio, dai mondi disperati del malaffare all’imputazione a carico della classe politica – imputazione che, detta da lui, equivale ipso facto a una condanna – per chiudere infine sul dovere morale di parlare, criticare, denunciare. Ha dunque enunciato il seguente paradosso: prima, con Berlusconi al potere, di camorra e corruzione si poteva parlare, il centrosinistra poteva parlare, ed anzi erano quelli gli strumenti per attaccarlo (più le signorine, bisognerebbe ricordare). Ora che tocca al centrosinistra e a Renzi, bisogna invece dire che va tutto ben e di camorra non si può parlare. Lo dice proprio lui, che è probabilmente l’unico, insieme forse a Benigni, a poter essere ospite di una trasmissione Rai e parlare dodici minuti di fila senza interruzione. Ad ogni modo, si è forse avuto il principio di una imprevista, doppia confessione. Lui non se ne è accorto, ma le sue parole si possono benissimo intendere così: che, prima, si trattava per molti di un uso strumentale di questi temi, e che ora, per gli stessi, non può non trattarsi di una difesa di posizioni acquisite. In tutto questo, viene infine da domandarsi, il servizio pubblico cosa c’entra?

(Il Mattino, 26 febbraio 2016)

Una risposta a “La brutta Rai al tempo di Saviano

  1. Francesco Vitellini

    Saviano senza la camorra non esiste

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