Perché a Napoli serve una svolta

43196014-strada-con-la-freccia-su-sfondo-isolato-con-ombraMi candido: così Bassolino annunciò la sua corsa, l’autunno scorso. Ci fossero state o no le primarie, ci fosse stato o no il Pd, Bassolino si sarebbe candidato. Lo disse chiaro e tondo: «appartengo a Napoli, non al Pd». Poi però le primarie ci sono state e il Pd è riemerso da anni di appannamento, per usare un eufemismo. Ha messo in campo due candidati, uno dei quali – Valeria Valente – le primarie le ha vinte. Così ora pare che Bassolino voglia puntare a Palazzo San Giacomo indipendentemente non dalle primarie, ma dal suo esito: non è la stessa cosa.

Ricordare come sono andate le cose non è inutile. E mi riferisco alla politica, non alle vicende della giornata elettorale, allo strascico di polemiche, alla teoria dei ricorsi, alle accuse di brogli. Non intendo sottovalutare gli episodi che si sono verificati davanti ai seggi. Intendo valutarli per quel che sono: risibili. Chiunque volesse sostenere che il video di Fanpage attesta un’alterazione del risultato che ne falsifica l’esito sfiderebbe sia la matematica che la logica. La matematica è inutile discuterla. Quanto alla logica, domando: come si ritiene che il consigliere Borriello – uno dei protagonisti del video – abbia portato voti alla Valente? Se convincendo e persuadendo, nulla quaestio. Se invece in virtù di un rapporto distorto, clientelare, addirittura monetario (un euro per un voto: ma davvero?), quel rapporto è evidente che non lo ha costruito domenica 6 marzo, ma sta in piedi oggi come ieri. Ieri però Borriello firmava la candidatura di Bassolino (e lo sosteneva e lo ha sostenuto in tutti i mesi e anni precedenti). L’ultimo dunque che può censurarne il comportamento è proprio l’ex sindaco, che Borriello conosce da sempre, di cui ha accolto con favore l’appoggio, e del cui «tradimento» si è poi rammaricato: di cosa si rammaricava, allora? La matematica sta a protezione dell’esito del voto, che ha coinvolto trentamila napoletani, non dieci o dodici votanti. La logica a protezione del buon senso, che vuol se mai vederci chiaro non nei comportamenti eticamente censurabili di Borriello, ma nella partita politica delle primarie e, poi, del voto amministrativo.

Le cose sono dunque andate così: che prima, quando Bassolino scese in campo, il Pd napoletano non c’era. Adesso c’è. Si può ben dire che c’è, ma ammaccato, malconcio, confuso, inadeguato. Si può anche aggiungere che c’è, ma è del tutto insufficiente per la sfida del governo della città. Se lo si dice, però, si vota centrodestra. Oppure De Magistris (per votare addirittura i Cinquestelle ce ne vuole): non si vota Pd, o centrosinistra. Non si fa la lista per far perdere nell’ordine: la Valente, il centrosinistra napoletano, Matteo Renzi. Ci si può girare attorno quanto si vuole, ma questo è il punto al quale sono le cose.

Ma, si dice, le cose sono andate così proprio perché si è inventata una candidatura – quella di Valeria Valente – al solo scopo di sbarrare il passo ad Antonio Bassolino. Un po’ più di lungimiranza avrebbe dovuto spingere il Pd napoletano a riconoscere il seguito che Bassolino ha ancora in città, invece di costruire la santa alleanza contro di lui. Mi domando perché. Perché il Pd avrebbe dovuto certificare la propria non esistenza in vita accettando di sostenere chi ha voluto candidarsi indipendentemente dal Pd – azzerando anzi tutto quello che c’è stato dopo di lui, nella più personale delle sfide –,salvo poi confluire nella partita delle primarie, probabilmente perché convinto di avere un consenso più ampio di quello poi ottenuto (e che più ampio sarebbe stato, se Borriello non avesse tradito: ma Borriello, appunto).

La candidatura di Valeria Valente è invece il primo atto politico compiuto dal Pd da cinque anni a questa parte. Il Pd ha prima deciso di non rassegnarsi alle supplenze della società civile: non era affatto scontato, viste le prove di un recente passato. Poi, ha voluto dare alla scelta compiuta la legittimazione piena delle primarie. La Valente sarebbe infatti potuto passare anche con il solo voto della Direzione del partito: in quel caso, però, Bassolino avrebbe forse detto che il Pd si chiudeva a riccio e fatto la sua lista. Ma così no, così ha accettato di stare al gioco, di scendere sullo stesso terreno: non può adesso trasformarlo nel campo di Agramante delle sue proprie rivalse personali.

Ma anche se ci poniamo in una diversa prospettiva, e guardiamo piuttosto alla sfida con De Magistris, non è privo di significato che ci arrivi la Valente, piuttosto che Bassolino. A chi la pensa diversamente non è evidentemente capitato – come è capitato a me ieri – di aprire il libro di Marc Fumaroli, «Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini». Volumone dottissimo, coltissimo, eruditissimo, di uno dei mostri sacri della critica d’arte contemporanea, a leggere il quale però si inciampa, nelle prime pagine, in una «immensa discarica fetida» nel caldo dell’estate napoletana. Giudizio sbrigativo di un vecchio francese reazionario? Sicuramente. Ma se un Accademico di Francia ne è rimasto così impressionato da parlarne in mezzo a Parigi e a New York, come pensare che nella campagna elettorale di primavera gli avversari politici risparmino a Bassolino e al Pd la lettura di simili pagine? Certo, su quella esperienza amministrativa si possono dare i più diversi giudizi, ma non si può negare che quella stagione i napoletani l’abbiano chiusa, e chiusa nel modo più netto, per il centrosinistra: votando Cesaro, Caldoro, poi De Magistris. Una sequenza che ammette poche repliche. E obbliga – almeno in sede politica: in sede storica i giudizi saranno certo più articolati – a percorrere strade nuove e a costruire nuove proposte. Per una volta che il Pd l’ha fatto, si vuole tornare un’altra volta indietro, C’è infine un contesto politico nazionale e regionale favorevole: perché l’elettore di centrosinistra dovrebbe allora complicarsi ancora la vita, inseguendo le rivincite di Bassolino? E come può lui stesso non pensare che il suo dovere, se davvero vuol creare un’alternativa a De Magistris, è sostenere fino in fondo la vincitrice delle primarie?

(Il Mattino, 13 marzo 2016)

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