Brambilla, i grillini e le vittorie decise col telecomando

Acquisizione a schermo intero 19032016 120930.bmpMatteo Brambilla c’è. Che ci sia ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa. Perché da quando è stato incoronato dalle comunarie napoletane a candidato sindaco dei Cinquestelle ha fatto fagotto ed è andato via. Scomparso. Sparito. Forse ha temuto di fare la fine di Patrizia Bedori: catapultata a sorpresa a sindaco di Milano, ha dovuto mollare la spugna perché giudicata inadeguata. Prima che qualcuno dalle parti della Casaleggio Associati gli riservi analogo trattamento, il Brambilla avrà pensato che gli serviva del tempo per prepararsi a dovere. Come fanno i ragazzi quando si avvicina l’interrogazione: si prendono qualche giorno di assenza per mandare giù tutto il programma, prima di far ritorno sui banchi di scuola, con tutte le cose che servono in testa.

Ormai però è pronto per l’interrogazione, cioè per la blindatissima conferenza stampa allestita oggi dai capi del Movimento. Ovviamente i giornali, come i professori, non potevano aspettare il loro comodo. Per cui hanno nel frattempo spulciato le tracce (non poche, in verità) che Matteo Brambilla ha lasciato nella sua lunga frequentazione della rete, quando poteva twittare in santa pace senza avere tutti gli occhi addosso. E hanno trovato gridata ai quattro venti la sua fede juventina – che non è il miglior biglietto da visita, sotto il Vesuvio – o scoperto che questo posato ingegnere brianzolo, che meritoriamente si occupa da una vita di ambiente e rifiuti, è anche uno che perde facilmente la pazienza. Almeno dietro la tastiera. Certo, con il pingue consenso dei 276 votanti online (in lettere: duecentosettantasei) che gli son valsi la candidatura grillina, deve rapidamente abbandonare i panni scalmanati vestiti finora sui social media. Ma questo è il meno. La casa madre di Gianroberto Casaleggio c’è per quello: per cucirgli addosso una strategia comunicativa efficace, che lo rilanci come alternativa credibile e affidabile alla guida della città partenopea. Solo che serve una settimana di silenzio e di duro lavoro: il tempo di mettere gli auricolari al candidato, e pilotarlo tra le fauci affamate dei giornalisti (pochi, e ben selezionati, mentre gli attivisti verranno con ogni probabilmente tenuti fuori della porta, perché spira aria di contestazione).

Fin troppo facile fare dell’ironia, perché questo Brambilla ce le ha davvero tutte: i natali monzesi, il tifo per la Juventus, il cognome che più meneghino non si può, i twit che neanche il Gasparri più arrabbiato. Però dicevamo: è il meno. C’è anche un lato serio della vicenda, che va raccontato.

Dicono infatti le cronache che la vittoria del Brambilla è il risultato di una vera e propria congiura. Vittima illustre la candidata più accreditata della vigilia, Lucia Menna. Che ha scoperto solo a spoglio concluso il patto segretissimo che gettava lei nella polvere e sollevava il Brambilla sugli altari. In breve: anche i grillini hanno i loro bravi pacchetti di voti, o di clic, e li spostano con accordi sottobanco e ordini di scuderia calati probabilmente dall’alto. La scena che ieri ha raccontato il Mattino è degna di un film: il candidato che partecipa al festeggiamento insieme con tutti i militanti, in cui magari la rivale gli avrà sportivamente stretto la mano, perché siamo tutti sulla stessa barca e tutti uniti marciamo verso un comune obiettivo, e che poi però sgattaiola via, è stanco e torna a casa dalla moglie Teresa, e invece nel cuore della notte raggiunge la festa quella vera, quella con i congiurati, con quelli che hanno ordito la trama e fregato gli altri. E lì assapora fino in fondo il piacere maligno del tradimento.

Tradimento? Non è una categoria della politica, certo. Ma per le dinamiche che si muovono all’interno di un gruppo di fedeli, di devoti proseliti, di arrabbiati zeloti, funziona perfettamente.

Il fatto è che, una volta di più, nel paradiso della democrazia diretta quando si arriva al voto succede di tutto, meno che la pacifica presa d’atto del risultato. Quello che va in scena è l’opposto della democrazia: non bastano i meetup, non bastano le autocandidature e le votazioni online, se con un tratto di penna il simbolo può essere ritirato, la lista cancellata, a insindacabile giudizio dello staff di Beppe Grillo, cioè del proprietario commerciale del marchio, a cui spetta comunque l’ultima parola. Come agli ayatollah nella democrazia sciita.

La stessa cosa sta succedendo anche nel resto della Campania. A Salerno i grillini si sono divisi. Divisa anche la delegazione parlamentare. Hanno votato, l’esito della consultazione non mette d’accordo nessuno, gli uni sfiduciano gli altri, alcuni commettono il peccato mortale di frazionismo, tutti corrono da Re Salomone ma nessuno fa un passo indietro per il bene del Movimento, e finisce che salomonicamente Grillo toglie di mezzo la lista: e così i Cinquestelle a Salerno non ci saranno. E non ci saranno neppure a Caserta. Pure lì: tante belle riunioni, tante belle iniziative per un programma partecipato, il meetup che vota e sceglie, ma la certificazione col bollino di Grillo non arriva, come la cittadina senatrice Wilma Moronese aveva già lasciato cortesemente intendere.

Ora, siccome nel Movimento sono tutti onesti, a cosa si deve un così alto e così irriducibile tasso di litigiosità? Non c’è che una spiegazione: all’assenza di veri legami politici fra gli aderenti al Movimento. Che si raccolgono intorno a singole tematiche e soprattutto a un profondo rigetto di tutti gli altri partiti, ma non hanno evidentemente trovato ancora una vera ragione per stare insieme. Cioè: per accettare la logica del male minore, e le mediazioni e i compromessi necessari per stare insieme. Così l’unica maniera di rimanere uniti è lasciar fare a Casaleggio. Che qualche volta fa, e qualche altra disfa, secondo che gli aggrada.

P.S. Quelli di Benevento, invece, ce l’hanno fatta! Tanti auguri alla cittadina candidata Marianna Farese.

(Il Mattino – Napoli, 19 marzo 2016)

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