Perché il centrodestra a pezzi non finirà nelle mani della Lega

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Può vincere le elezioni in Italia uno schieramento di centrodestra che dà del venduto al Presidente della Repubblica? Le parole che ieri Matteo Salvini ha rivolto all’indirizzo di Mattarella hanno suscitato un’ondata di polemiche. Parlando ad una manifestazione in cui si trattava del vino nostrano e della capacità delle aziende italiane di imporsi sui mercati mondiali, Mattarella ha detto che il futuro del nostro Paese sta nel superamento delle frontiere e non nel loro ripristino. Salvini vi ha colto un’allusione al fenomeno migratorio, ed è partito lancia in resta. Superare le frontiere significa far entrare tutti, forse il Presidente non ha parlato da sobrio, e se invece era sobrio allora è complice della rovina dell’Italia.

Ma, ci fosse o no nelle intenzioni del Capo dello Stato un velato riferimento ad un tema davvero cruciale per il futuro dell’Unione europea, che la Lega usa però con grande disinvoltura, per alimentare paure e ossessioni, la reazionedecisamente sopra le righe del leader del Carroccio ci porta alla domanda di prima: c’è qualcuno più «unfit», più inadatto di Salvini a guidare il Paese?

Eppure la decomposizione del centrodestra italiano, e l’assenza di una leadership di segno diverso dopo il tramonto ormai irreversibile di Berlusconi, rischia davvero di consegnare a Matteo Salvini la guida dello schieramento. Con probabilità piuttosto basse di farne una maggioranza di governo.

Se si guarda un po’ in giro – e non c’è bisogno di arrivare fino a Trump, in America – si troverà che in molti paesi del continente avanzano idee xenofobe, cresce il sentimento anti-europeo, e torna con forza la voglia di rinserrarsi dentro gli spazi nazionali. Un po’ ovunque sono in difficoltà le famiglie politiche del socialismo e del popolarismo, cioè letradizioni politiche e ideali responsabili della costruzione comunitaria. Ma leforze moderate non sono affatto scomparse, e la leadership rimane ancora appannaggio di personaggi come Angela Merkel o Cameron (Panama papers permettendo).

La storia italiana ha poi una delle sue chiavi principali nella tenuta offerta per quarant’anni dalla Democrazia Cristiana, che ha avuto ben pochi cedimenti verso la destra estrema, fascista e post-fascista, riuscendo a governare il Paese dal centro, con una classe dirigente saldamente ancorata dentro i valori della Costituzione. Nel ventennio successivo alla fine della prima Repubblica, Berlusconi ha compiuto un’operazione analoga, attraendo la destra di Gianfranco Fini nello spazio di governo, non certo subendone l’attrazione. Alla fine di questo secondo arco della storia nazionale, però, dopo gli ultimi rovesci di Forza Italia e il rompete le righe, il panorama che offre il centrodestra è desolante: non si vede più nessuno che sia capace di fare quello che han fatto la DC prima, il Cavaliere poi. A tenere la scena sono le sparate di Salvini: al momento, non c’è altro.

Lo spettacolo che offre Roma da questo punto di vista è esemplare. La candidatura di Guido Bertolaso, proposta da Berlusconi, è solo una fra le tante che compongono il bouquet del centrodestra. C’è Bertolaso, e poi c’è Giorgia Meloni. C’è Giorgia Meloni, e poi c’è Alfio Marchini. C’è Alfio Marchini, e poi c’è Francesco Storace. Se questi quattro pezzi del centrodestra stessero insieme, sarebbero probabilmente maggioranza. Ma sono profondamente divisi, ed è probabile, allo stato, che nessuno di loro arrivi al ballottaggio.

In altre realtà il quadro non è frammentato allo stesso modo, ma la fisionomia del centrodestra rimane comunque indecisa. E aumenta la voglia di contarsi da parte di liste, partiti e partitini che fluttuano in quello spazio come satelliti usciti fuori da qualunque orbita.

Eppure vi sarebbero due buoni ragioni per provare a rimettere insieme tutti questi cocci. La prima attiene alla debolezza oggettiva dell’infrastruttura culturale della sinistra. Non vi sono molti dubbi sul fatto che a dettare l’agenda europea sono stati in questi anni temi che parlano molto più a una cultura di stampo moderato, che non alla tradizione socialista e socialdemocratica. Dall’austerity all’elogio del merito, dalla flessibilità sul mercato del lavoro alle riforme del welfare, passando per i temi della sicurezza e dell’immigrazione, il  set di idee diffuse e circolanti nell’opinione pubblica si acquartiera molto più facilmente a destra che a sinistra. Ma in Italia non c’è una classe dirigente all’altezza, in grado di chiudere queste idee in una sintesi che non catturi solo l’elettorato più estremista, o forse semplicemente più deluso e frustrato, spaventato dalla globalizzazione, ma che si rivolga alla generalità del Paese.

La seconda ragione, più banale ma non meno incisiva, è la legge elettorale nazionale. Che col premio di lista dovrebbe spingere alla ricomposizione. Era, in realtà, la ragione per cui Forza Italia ha rinunciato al premio di coalizione, finché ha creduto di poter tenere tutti insieme.

Ora le cose non stanno più così, e la tendenza al minoritarismo, che prima abitava stabilmente a sinistra, si è trasferita dall’altra parte del campo.

Così ognuno fa i suoi calcoli. Salvini li fa alla grossa, e insulta il Capo dello Stato. Gliene viene bene forse a lui, che cerca così di togliere qualche voto ai Cinquestelle. Ma che sia questa la strada per diventare maggioranza nel Paese, riducendo al silenzio le forze moderate e di centro, è politicamente e storicamente assai improbabile.

 

(Il Mattino, 11 aprile 2016)

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