A teatro: chi ci va, e perché ci va

LW

Propongo un paio di estratti dalla conversazione che ho avuto con Donald Sassoon. La si legge nell’ultimo fascicolo di Left Wing, dedicato al teatro, che presentiamo questa sera a Salerno, alle ore 18, presso la Libreria Imagine’s Book:

M.A.: Vi sono però anche cambiamenti, comportati dalle innovazioni tecnologiche, e in particolare dalla diffusione della rete, che hanno o possono avere riflessi addirittura antropologici. Penso per esempio al , grado di attenzione o di concentrazione che noi prestiamo ai diversi prodotti culturali ai quali siamo esposti, gradi che variano a seconda delle modalità di fruizione, e che incidono anche sul tipo di produzione. Se cambiano le abitudini di consumo, cambiano anche i tipi di prodotto offerti. Le pratiche di lettura o di consumo della musica, ad esempio, sono state cambiate profondamente dall’uso del computer e anche qui c’è chi lancia il grido d’allarme, come se noi sperimentassimo non solo un cambiamento ma una perdita irreparabile: un abbassamento delle soglie dell’attenzione, una diminuzione della capacità di concentrazione. Questo avrebbe dei riflessi sul sistema generale della cultura e sulla «cultura alta» in particolare. Credo di rappresentare così una preoccupazione tipica delle élites che lei descriveva, e sulla quale di nuovo, vorrei chiederle se la condivide, se descriverebbe questi cambiamenti più o meno necessari nei termini di una perdita di peso o di valore.

D.S.: Io vorrei conoscere la base empirica (difficilissima da scoprire e da sviluppare) su cui poggiano queste affermazioni. Non c’è un paragone su cui ci si possa basare. La gente che legge libri come quelli di Dan Brown o di Harry Potter cent’anni fa semplicemente non leggeva. Dunque, il loro livello d’attenzione non è una cosa di cui si possa discutere. Non leggevano, non andavano a scuola, o se ci andavano imparavano appena a firmare con il proprio nom. Lavoravano 10/15 ore al giorno, non avevano i week end, non avevano le vacanze, morivano a 50 anni: non capisco bene, insomma, che cosa può importare il loro livello di attenzione quando queste sono le condizioni con cui andrebbero raffrontata la situazione attuale. Come si può paragonare un piccolo impiegato che vive nei paesi europei mediamente fino a 75 anni, va al cinema, va in vacanza, legge libri e riviste, ascolta musica, con quel mondo passato? Come si può dire che è finito un il «bel mondo antico»? Devo dire che queste sono affermazioni che in Italia si sentono ancora. Ma le stesse cose io non le ho sentite in Gran Bretagna. C’è gente che dice di non amare la musica pop, ma francamente nemmeno a me piace la musica pop. E allora?

M.A.: Mi riporto ad un dato che trovo nel libro di Sinibaldi, Un millimetro in là. INtervista sulla cultura. Una ricerca del 2013 dell’Eurobarometro, condotta su scala europea, analizza la partecipazione culturale. Nella classifica generale dei ventisette Stati dell’Unione europea, l’Italia è ventitreesima. Il 62% degli europei dichiara di non partecipare ad alcuna attività culturale e tra gli italiani la percentuale sale addirittura all’80%. Sinibaldi sottolinea che il dato riguarda comunque una delle nazioni più ricche e tradizionalmente colte del mondo. I numeri sono drammatici. Io non avrei mai immaginato che fosse così ristretto il numero di coloro i quali dichiara di condividere, partecipare ad una esperienza culturale. Sinibaldi lega la situazione italiana all’egemonia che ha avuto la tv commerciale. Ricorda lo slogan della prima tv commerciale, canale 5: “torna a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che ti aspetta!”. Era forse un modo per allontanare i cittadini dalla condivisione dell’esperienza culturale, relegandoli nel focolaio domestico? Non credo che le cose stiano così, ma allora come?

D.S.: La prima osservazione che avrei rivolto a chi ha condotto tali ricerche è questa: se chiedo a qualcuno se ha partecipato ad un’esperienza culturale, devo sapere che idea della cultura ha quella persona. Se per quella persona “cultura» vuol dire Dante e Petrarca, mi darà un certo tipo di risposta; se, invece, ha una visione più larga, antropologica, della cultura e per quella persona «cultura» è la televisione, il cinema, i libri, allora darà un altro tipo di risposta. I dati delle ricerche dell’Eurobarometro che lei mi cita sono strani. Secondo me, indicano che quando la gente parla di cultura, ha un’idea molto ristretta di quello che la cultura è. È un’idea molto vicina a quella di “élite culturale” di cui abbiamo parlato prima. Per me, dal punto di vista dello storico, Dan Brown è cultura, un tipo di cultura che a me non piace, ma fa parte della cultura moderna. La gente a cui viene chiesto e ha partecipato ad un’esperienza culturale probabilmente penserà che Dan Brown non è cultura. Noi purtroppo abbiamo la parola «cultura» che vale due cose: “alta cultura” (Dante, Shakespeare …) e un termine generico che utilizziamo per dire ad esempio «cultura gastronomica»,  «cultura delle comunicazioni», «cultura di massa» … . Quando un antropologo va in un villaggio primitivo, non sarebbe un buon antropologo se al suo ritorno dicesse che i primitivi non hanno cultura perché non hanno l’equivalente di Dante e Shakespeare.

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