Lo sguardo perplesso del Principino che saluta Obama

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Siccome c’è stata la Dichiarazione di indipendenza, nel 1776, a piegarsi sulle ginocchia per stringere la mano al principe George non è un suddito di sua maestà, ma il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama. Il quale, dopo otto anni alla Casa Bianca, ha già un book fotografico di tutto rispetto, compresi gli scatti che lo ritraggono disteso sul pavimento dello studio ovale, mentre tiene sollevata una bambina in ghingheri. Gli mancava, però, la foto con George, il rampollo di casa Windsor, terzo nella linea di successione al trono, dopo il nonno Carlo e il padre William. George è in vestaglia, già compreso nel suo ruolo di principe, assai incerto però sui quarti di nobiltà che può vantare quel mezzo keniota di Obama: così lo ha infatti apostrofato il sindaco di Londra, Boris Johnson, al quale proprio non va giù che Obama scoraggi la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Baby George non sembra, nella foto, pensarla esattamente alla stessa maniera, ma è comunque perplesso e palesemente non capisce come mai il padre e la famiglia e il Regno abbiano una «special relationship» con l’uomo nero.

Del resto, baby George non è nuovo alle smorfie: dopo tutto, è solo un bambino. Ma in rete c’è tutto un filone ispirato al piccolo principe (no, non quello di Antoine Saint-Exupery). George imbronciato che dice: «se neanche stavolta mi regalano la Scozia faccio un macello», oppure George che guarda lontano e alla madre dice: «sento puzza di povero».

L’ironia si basa ogni volta sul serissimo contegno del principino, a cui si presta la capacità di tenere i comuni mortali a distanza regale da lui. E anche quando tra quei mortali c’è l’uomo più potente della terra, l’istituzione monarchica riesce ancora a incarnare, sia pure in forma di parodia, tutto l’aristocratico distacco che un nobile può esercitare nei confronti del popolo. Fuori tempo massimo? Certo, fuori tempo massimo. Anche in Gran Bretagna, dove pure la corona gode di ottima salute (e non solo per i novant’anni di Queen Elizabeth), anche lì sanno bene che i re e le regine sono cose di un altro tempo e di un’altra storia. Però ci sono affezionati e non ci rinunciano. Se tuttavia sorridiamo pure noi, che delle teste coronate non conserviamo un buonissimo ricordo, è perché anche noi, come tutti, sappiamo cogliere il contrasto fra l’età del piccolino ed il suo manto principesco, fra le comuni faccine di un bimbo e i privilegi di Kensington Palace.

E va bene: sorridiamo pure, con tutta la leggerezza del caso. Non si tratta mica di prendere partita fra la vecchia, aristocratica Europa e la giovane, democratica America; fra le forme compassate del vecchio continente e i ritmi decisamente più swing d’oltreoceano; fra l’etichetta dell’antica aristocrazia e la democrazia dei ramponieri americani.

Ma una cosa manca. Manca l’essenza stessa del potere. Che non è né la forza né la violenza. Ha i suoi codici, i suoi segni, i suoi simboli. E questa è una cosa che fa meno ridere. Certo, non si può più esercitare in veste da camera, ma stabilisce comunque un certo dislivello. Noi forse pensiamo che sia una roba sorpassata, o che la superiamo di slancio con un filo d’ironia. In realtà, i principini passano, il potere resta.

(Il Messaggero, 24 aprile 2016)

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